La banalità del male

di Claudio Pellecchia |

“Le sconfitte –  o, meglio: le non vittorie – della Juventus si somigliano tutte”, capitolo ennesimo. Ergo inutile tornare su considerazioni tecniche, tattiche o di atteggiamento espresse già nel post Bergamo e ingigantite da una prestazione (di singoli e squadra) molto peggiore che ha avuto come giusto corollario l’unico risultato possibile, contro una squadra ordinata nell’eseguire il piano partita preimpostato ma nulla più (ma sui peana per “Inzaghino” torneremo poi).

La Juventus è prigioniera di se stessa. Dei suoi retaggi, delle sue convinzioni solo all’apparenza inscalfibili e immutabili nel tempo, delle sue paure ataviche, del suo voler continuare a percorrere una strada che questo primo scorcio di stagione ha dimostrato non essere (più) quella giusta, del suo minimizzare dietro il solito refrain post gara e l’altrettanto solita retorica da social (prego ricordarsene quando si vorrà prendere per il culo Bonucci e i suoi tweet motivazionali) dei problemi che ci sono e andrebbero affrontati prima che sia troppo tardi. E si, anche metà ottobre potrebbe essere troppo tardi. Perché superomismo e cieca fiducia nella ripetitività di una rimonta probabilmente irripetibile a parte, la realtà con cui dover fare i conti è quella che segue:

Ma il Napoli che prova a scappare meritatamente via, in fondo, è il meno. Il più è costituito da tutta una serie di questione irrisolte (e irrisolvibili? Lo dirà solo il tempo) che, in attesa della condizione fisica ottimale (altro dogma insindacabile sull’altare della giustificazione perenne a prestazioni di un certo tipo), limitano l’espressione del reale potenziale di questa squadra: dall’estremizzazione del concetto di gestione dei ritmi della partita, ben fotografata dai retropassaggi susseguenti al recupero palla a metà campo, al nuovo crollo psicologico dopo il gol avversario (e, più in generale, all’episodio che ti dice male), dal panchinare a prescindere Dybala (zero minuti nelle due gare con l’Argentina), nonostante la sua imprescindibilità in contumacia Pjanic, per il timore del jet lag, ai fischi a Douglas Costa perché «non deve fare troppi giochetti», dall’ accanimento terapeutico su un Mandzukic palesemente provato dall’utilizzo a tutti i costi degli ultimi tempi (e dire che, proprio sugli esterni, le alternative non mancherebbero), all’agitare a comando il sempre utile spauracchio di Maifredi quando si prova a far notare sommessamente che magari un minimo di fluidità e qualità nello sviluppo del gioco negli ultimi trenta metri sarebbero necessarie. Sia chiaro, non tutto è ascrivibile all’uomo che siede in panchina (che ieri ci ha messo tanto di suo, comunque), ma è parte di una mentalità e di una narrativa che la Juventus si è costruita nel tempo e che pare non intenzionata a cambiare in alcun modo, visto che «così abbiamo vinto n. campionati e così continueremo a vincerli perché only our way is the right way».

Poi, certo, possiamo continuare, come si sta già facendo, a ridurre tutto all’episodicità del calcio, al fatto che con Allegri si carburi da novembre in poi (e, a questo giro, potrebbe non bastare), su Dybala che sbagli due rigori da 4 punti, su Higuain ancora in cerca d’autore, su pali, traverse, Var e rimpalli: ma vorrebbe dire mettere la testa sotto la sabbia di fronte ad una Lazio che ha sfondato per vie centrali senza trovare la minima opposizione, al nulla cosmico susseguente all’1-2 di Immobile, al buco nero nel ruolo di terzino destro che ha effetti nefasti sull’intera catena, al fatto che, in assenza di Pjanic, manchi completamente una dimensione verticale della manovra, alla gestione rivedibile di certi singoli (Rugani e i già citati esterni su tutti), all’attesa messianica del salvifico colpo risolutore del singolo senza mettersi in condizione di fare poi chissà che per meritarselo, alla demineralizzazione delle qualità dei singoli tecnicamente più validi non messi in condizione di rendere per quanto potrebbero e dovrebbero. Ma, anche qui, siamo in un campo minato in cui qualunque passo è quello sbagliato e qualunque considerazione che esuli dal “va tutto bene perché tanto li riprendiamo, poi a maggio non salite sul carro”  viene vista come puro esercizio di stile di novelle Cassandre che si divertono a vedere solo quello che non va.

Punti di vista, ovviamente. Ciascuno ha il suo in cui trovare conforto e spiegazioni ad un momento comunque negativo. Basta non chiudere gli occhi di fronte all’evidenza dei fatti e alla piega che prenderà questa stagione. E questo a prescindere se ad essere in torto sarò io che continuo a vedere una squadra che gioca pericolosamente ad autolimitarsi o chi, invece, si è attestato sulla linea del “è solo un momento passerà”. E, davvero, spero di essere in torto io.

p.s. (ma neanche troppo) Ero in debito su Simone Inzaghi nuovo profeta della panchina. Ecco, il fatto che, nell’ennesima e frettolosa ridda di nomi, più o meno credibili, per il dopo Allegri il primo della lista sia lui e non, per dire, un Thomas Tuchel, dà l’esatta percezione del tipo di svolta culturale (prima che tecnica o tattica) di cui quest’ambiente necessiterebbe. E che, puntualmente, non avverrà, perché «noi non facciamo così». Con i risultati che, paradossalmente, confortano e nascondono allo stesso tempo. Semplice e banale. Come il male che colpisce tutti prima o poi. Anche i sei volte campioni d’Italia.