Una Juve da vivere alla giornata, perché vincere sempre ha il suo prezzo

di Riceviamo e Pubblichiamo |

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Di Carlo Capogreco

Lessi anni fa che Xavi (o forse era Iniesta), alla vista del volto corrucciato di Federer dopo una finale persa pensò tra sé e sé: “Ma dai, hai vinto tutto ripetutamente ed ora fai così?“. Se non che quando spettò al suo Barcellona di attraversare la secca capì che : “...vincere è una droga, quando non ti succede non importa più quello che è stato” (la citazione è libera come la fonte da cui è tratta, il web).

La sensazione è che appunto anche per noi altri si avvicini quel in momento. L’abbiamo detto per ogni anno da otto anni e non è successo, non metto limiti alla provvidenza e non dò sentenze ora. Per quello aspetto fine stagione e magari saranno ancora più dolorose di quelle che darei oggi a sensazione. Al momento prendo solo le distanze dalle tante sentenze strillate per fare clamore (niente che non sia successo in passato anche pro domo nostra) con un lessico francamente troppo splatter anche per la nostra attuale condizione: “seppelliti”, “umiliati”, “travolti”, “massacrati”,  aggettivazioni a cui ricorre volentieri anche la fetta visibile (in streaming) del “fronte interno” o “fuoco amico”, cioè gli stessi “correligionari” vedovi di qualche totem che nel novennio ha preso altre strade (eeh il centrocampo di Berlino… eeh se c’era Allegri... eeh se c’era Mandzo, ecc.).

Preciso quindi che mi sento semplicemente sconfitto per merito dell’avversario, non un avversario qualunque, ma con il quale non perdevo da molto tempo. Con altri due gol a carico, o forse anche con uno solo, mi sarei sentito umiliato, così no. Potevano farli e non li hanno fatti? Non li hanno fatti! Ne avevano più loro “sotto tutti i punti di vista”, come dice qualcuno. Stop. Avremmo giocato meglio con altra formazione? Possibile ma del tutto indimostrabile. E se mai facessero una classifica farlocca dei punti fatti nei primi undici minuti a quelle di ieri ne avrebbe fatto uno (si sdrammatizza).

Ad elaborare la sconfitta (che non chiamo “lutto” come farebbe qualche “webete”, e cito anche Mentana perché il mio animo è integro nonostante tutto) sono anche facilitato dalle sensazioni della vigilia, in ragione delle quali, vista la fragilità della squadra e la stagione particolare, non ritenevo verosimile un’altra affermazione a Milano a così breve giro. Per rimanere a galleggiare da quelle parti della classifica senza traumi mi sarei accontentato di un pari squallido e tirato per le orecchie, considerate anche le assenze, che non sono un alibi (ripetono tutti quando riguarda la Juve) ma con un presidio titolare alternativo a Frabotta sulla fascia di Hakimi sarei stato più tranquillo.

A questo punto direi, così semplicisticamente, di archiviare la sconfitta o, se preferite, l’atomizzazione/disintegrazione, ed auspicare, sempre semplicisticamente, alla Juventus di vivere qualunquisticamente alla giornata le prossime partite; evitare possibilmente le umiliazioni (intendo quelle con scarto considerevole); mettere giustamente in discussione l’allenatore (che ha avuto ormai un girone di campionato e uno di UCL) come lo si fece coi predecessori per quanto non cambierei mai a stagione in corso, soprattutto una stagione covid; rinunciare all’attesa che scocchi questa famosa scintilla a’la Sassuolo-Juve e chiedersi ahimè, il più serenamente possibile, se la squadra può arrivare tra le prime quattro e disputare, magari, una Champions dignitosa. Anche lo slogan “siamo la Juve non possiamo ragionare così” lo lascerei a chi non ricorda i fine corsa post gloriam Lippi I e Lippi bis


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