Juve-Genoa 1-0: cose a caso e un gol che ci dice qualcosa

Tre punti, e Allegri può dire che l’aveva fatto intendere. Per il come. Per il calo. Per la sofferenza perché un solo tiro nello specchio può girare il commento postumo della partita e imporre un improvviso tornante al campionato.

Con la testa, perché Allegri la indica con le dita durante la conferenza prepartita. Toglie di mezzo la tecnica, le gambe, perfino l’astuzia. I cambi operati dicono molto, se non tutto. E la si vince 1-0, che potevano essere tre, ma anche a Marassi contro la Sampdoria dopo il primo tempo potevano essere almeno due.

Il tifoso non ci sta. Non tutti, per carità. Poi da mercoledì gli passa. Senza dover neppure scavare troppo nel profondo egli sa che Chievo-Juve, e quelle dopo, saranno tutte pagine diverse. Anche diverse tra loro. Allegri è così, e le cose sovente le dice prima, a volte troppo prima, come quando chiese pubblicamente alla squadra di azzerare la casella dei gol subiti e servirono proprio i tre gol di Zapata e compagnia per iniziare a rendere concreta la profezia.

Perché ogni anno si sarebbe pronti ad abbattere il pilastro più difficile da ammettere, per chi sogna un calcio che non è il nostro e un campionato che non è il nostro. E, badate bene, numeri e risultati alla mano, il vero cruccio guardando il Napoli è che forse il concetto pian piano sta passando anche in zona Sarri. Quel pilastro è 1 solo gol subito nelle ultime 12 partite. Non è bellissimo da dire, ma chi ha attraversato più di due o tre generazioni di Juve sa coglierne il senso e l’orgoglio, tanto più dentro una partita fitta di cose apparentemente a caso.

Da Khedira con le mansioni di Dybala, elefante nella presunta cristalleria fino a Matuidi, riarmato e rianimato dalla confusione generale quando fare il terzo mancino di centrocampo dovrebbe essere la cosa più semplice del mondo. O Chiellini, che fa mezz’ora abbondante in dissennata apnea, re del pim-pum-pam che neanche Brio e Favero, eppure lo juventino ha amato anche loro.

In codice calcistico: Juventus imbarazzata nelle uscite dall’ultima linea, almeno frizzante fino al gol, ripetitiva nel cercare Higuain nel lavoro spalle alla porta e ripetitivo lui a provare lo sfondamento di uno o due epici gol datati però oltre un anno. Insomma, non è il miglior 4-3-3 possibile, perché perse le misure anche per le cose a caso di Pjanic che non riesce per una volta a dare aria alla manovra (e chi ne paga di più le spese è Douglas, da isolarsi e spedirsi laggiù in fascia più velocemente possibile). Almeno però la squadra ha portato il bosniaco al tiro per 4 o 5 volte, ed è una strada idealmente da continuare a perseguire.

Quella dietro a Higuain è infatti oggi la zona morta bianconera, la zona di tutti e quindi nessuno, la più difficile terra di conquista contro ogni squadra del campionato italiano fatta eccezione forse proprio per il Napoli: quando ci entra Douglas Costa, e lo fa una volta, arriva il gol; quando ci entra Pjanic succede qualcosa. Quando. Che poi, intendiamoci, la Champions sarà ancora un’altra storia. Vero, Alex Sandro? VERO??

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