(La Juve) può portare i figli con sé

di Juventibus |

 

Tifare per una squadra di calcio è come continuare a essere bambini. Spesso provo una sensazione di straniamento quando accendo la televisione e vedo alcuni signori dai capelli bianchi che discutono animatamente,e per ore, se un pallone sia entrato nella porta, se il rigore era doveroso o fantasioso, se il guardalinee ha guardato bene la linea. Sono convinti che il calcio sia una scienza, la loro bussola è la proprietà transitiva: se la Juventus ha sconfitto la Roma, che la domenica prima ha sconfitto la Fiorentina, la Juve batterà la Fiorentina. Non è così, facciamolo dire ai bambini, che lo sanno. Io stabilirei che, per legge, una tribuna calcistica di “opinionisti” tv debba essere composta soltanto da minori di quattordici anni. Non direbbero cose più intelligenti e sensate, non rispetterebbero più degli adulti il compagno di gioco? Non avremmo più risate?

 

D’altronde, il tifoso-bambino gioca a fare l’adulto, così come gli adulti giocano a tornare bambini. Che cos’è il calcio se non memoria dell’infanzia? Che cosa c’è di più bello del primo e lontano scudetto? Che cosa c’è di più piacevole del primo morso alla mela del tifo, quel momento in cui ti senti vincente e, nello stesso tempo, circondato dall’innocenza del mondo? È quando sei convinto che la vita sia bellissima e che lo sarà sempre, senza interruzioni, senza intoppi, senza problemi. Potevi avere dieci anni quel giorno, oppure sette, io ne avevo nove e i terzini della “mia” squadra erano Gori e Leoncini. In porta c’era Anzolin. Il centravanti non segnava molto, ma era il mio grande idolo, più di Anzolin, di Gori e di Leoncini. Forse ero il solo che aveva scelto come idolo Virginio De Paoli. Ed ero orgoglioso che, pur essendo lui abbastanza scarso, lo avessero addirittura convocato una o due volte in nazionale. E d’altronde non c’erano fuoriclasse nella squadra del tredicesimo scudetto, se non forse Helmut Haller, che veniva dal Bologna, aveva giocato la finale del mondiale d’Inghilterra e correva su due gambe più bianche della luna.

 

A quei tempi, quando erano a tavola con i grandi, i bambini non potevano esprimere la loro benché minima opinione, nemmeno sul passato di verdura. Il solo caso in cui era data loro la possibilità di dire qualcosa era quando i grandi discutevano di calcio. O meglio, quando parlavano della propria squadra di calcio, che quasi sempre coincideva con la squadra per la quale tifava loro padre. Non poteva essere altrimenti: tuo padre ti portava alla partita a patto che tu tifassi per la sua squadra di elezione. Non c’erano ancora i Bonucci negli anni Sessanta. Tuo padre voleva che tu tifassi per la sua squadra di calcio (nel mio caso la Juventus) perché poteva esercitare un controllo su di te. Ma io, nonostante questo, ero felice di tifare Juventus. Mio padre faceva parte del collegio sindacale della Juventus (lo aveva scelto Boniperti) e, siccome era iscritto all’ordine dei giornalisti pubblicisti per aver scritto un po’ di articoli di economia negli anni dell’Università, era stato anche nominato direttore responsabile di Hurrà Juventus.

 

Il direttore responsabile di un giornale ha la responsabilità di ciò che si pubblica, ma spesso non è il direttore operativo. Il direttore operativo di Hurrà Juventus, a quel tempo, era un certo Refrigeri, Alberto, se non ricordo male. Io associavo il nome di Refrigeri alle barzellette. Perché quando mio padre tornava a casa dopo aver incontrato Refrigeri per il “visto si stampi”, ci raccontava, ridendo fino alle lacrime, la barzelletta che – senza mai mancarne una – Refrigeri gli aveva a sua volta raccontato nel pomeriggio in ufficio. Erano spesso, come si può immaginare, barzellette sconce, ma mio padre si divertiva così tanto a raccontarle che, sebbene io e i miei fratelli spesso non le capissimo, ridevamo ugualmente.

 

Le due cariche “juventine” di mio padre gli consentivano di portarci alla partita in tribuna d’onore. Ogni anno si faceva scrivere dietro alla tessera d’ingresso al Comunale: “Può portare i figli con sé”. Firmato Boniperti. Io e i miei fratelli sapevamo di essere dei privilegiati, anche se quando veniva settembre temevamo che la Juventus ripensasse al nostro status, cosicché facevamo un pressing spudorato sul nostro povero genitore affinché portasse a casa quel via libera come se fosse un trofeo. Il problema era che il fratello maggiore (io) e il minore (mio fratello) dovevano malauguratamente fare i conti anche con una sorella, la quale – a un certo punto – si avvicinò al calcio soltanto perché si era innamorata di un biondino, lo stopper Francesco Morini. Mia sorella, pur infischiandosene dello sport, teneva un diario pieno di cuoricini con i ritagli di tutte le foto (a partire naturalmente da quelle pubblicate su Hurrà Juventus) di Morini. Che cosa accadeva? Che mio padre non se la sentiva di portare gratuitamente alla partita tre figli, sarebbe stato un gesto spudorato, anche perché quali diritti avevamo maturato noi tre? Per cui la domenica mattina io e mio fratello dovevamo legare e imbavagliare mia sorella perché non avanzasse pretese. Talvolta, scoppiando in lacrime, la spuntava lei, ma altre volte, quando si rischiava il confitto mondiale, interveniva mia madre che saggiamente così si esprimeva con la sua bambina: “Lascia stare, vedrai che perdono, ti prometto che domani ce ne andiamo a fare compere all’Upim”. Ed era fatta.

 

Per fortuna, in quanto figlio maggiore, non dovetti quasi mai lasciare il posto a mia sorella, anche se mio padre, vedendomi crescere, continuava a stuzzicarmi dicendo: “Tranquilli, lui tra breve avrà la fidanzata e la domenica non vorrà certo venire con noi alla partita”. Ridacchiando. Un ricatto sentimentale in piena regola. Non nei suoi confronti, ma della Juventus, di cui tutta la famiglia (tranne mia madre, che ci accusava di “vivere soltanto di pane e calcio”) era innamorata, io per primo. Al punto che una volta piansi per lei. Ero in quinta elementare e si giocava la semifinale della Coppa dei Campioni. Perdemmo 2-0 con il Benfica del grande Eusebio. Mi rifugiai in bagno per non farmi vedere. Non mi è più accaduto.

 

Passano gli anni, la Juventus dopo la cura Picchi si rafforza, vince scudetti e torna a disputare la Coppa dei Campioni (per fortuna Boniperti si rende conto che è importante). Nel frattempo, Morini si ritira e mia sorella (non riconoscendo a Brio lo stesso fascino) perde interesse nel calcio, cosicché io e mio fratello possiamo vederci l’intero ciclo Platini senza problemi. Arriva il giorno della finale di Coppa dei Campioni ad Atene. Ci crediamo, non come a Belgrado, quando ci immolammo senza combattere davanti all’Ajax di Cruyff. Mio fratello, che ha passato la maturità, vola in Grecia. Io e mio padre ce la vediamo alla televisione, convinti appunto che uno squadrone come quello (sei campioni del mondo, più Bettega, Boniek e Platini) farà tanti “hamburgher” dell’Amburgo, dopo aver strapazzato in semifinale i campioni uscenti dell’Aston Villa. Non stiamo qui a ricordare come andò, il punto è perché andò così. Io e mio padre eravamo increduli, non parlammo della sconfitta per giorni e giorni. Poi, una sera, lui tornò a casa del lavoro e mi disse: “Il dottor La Neve avrà sbagliato le dosi”. Come? Non capisco. “Ti ricordi le facce che avevano i giocatori quando sono scesi in campo?”. Io non sapevo che cosa fosse la “bomba”, ma immaginai un beverone energetico che consentiva ai giocatori di produrre il massimo sforzo nei novanta minuti. E, in effetti, la bomba a questo doveva servire. Ma il dottor La Neve, diceva mio padre, aveva sbagliato le dosi. Ovviamente fu una sua invenzione per chiudere il lutto. Anni dopo, tuttavia, rividi le facce di Bettega, di Platini, di Paolo Rossi mentre escono dal tunnel ed ebbi proprio l’impressione che fossero privi di forze, con i muscoli di pastafrolla, un po’ come la Juve del secondo tempo con il Real Madrid a Cardiff.

 

Mio fratello, nonostante le batoste, tenne duro. Volò anche all’Heysel e rischiò di non tornare (ma qui non voglio entrare nei particolari, semplicemente mi sento di esprimere il mio più assoluto disprezzo nei confronti dei tifosi di altri colori che parlano senza aver vissuto, direttamente o indirettamente, la tragedia di quella notte). Io comunque, per sdrammatizzarela lunga catena di sconfitte in finale alle quali assistette dal vivo, mio fratello continuo a prenderlo in giro. Prima che partisse per Cardiff gli ho scritto un bigliettino: “Questa volta portala a casa la Scempions”. Non è stato così. Mi ha detto: “Andrò a Kiev”. Era l’ultima cosa che volevo sentirgli dire.

 

Nel frattempo, nel 2009, credo, mio padre è morto e non può più portare “i figli con sé”. Restano le annate rilegate di Hurrà Juventus, il suggerimento che dava a Refrigeri di pubblicare tante foto dei club juventini per vendere più copie, le barzellette che non rammento più. Resta soprattutto il ricordo di mio padre, che quando – adolescente – andai in Inghilterra per una vacanza-studio mi inviò, una per volta, tutte le puntate di un romanzo intitolato “Hanno rapito la Juve”, che veniva pubblicato come feuilleton da Stampa Sera. Era un padre autoritario, mi prendeva in giro perché mi piaceva De Paoli che lui considerava un bidone e lo infastidiva che il mio interesse per la Juve sarebbe scemato per via delle fidanzatine (una previsione sbagliata). Non sono mai andato d’accordo con lui, tranne quandomi portava allo stadio “con sé”. La Juventus suscita molto odio, rispetto a me ogni domenica trasformava, come grazie a una sorta di alchimia, un conflitto generazionale in amore.

 

di Captain Miki