Juve, la vecchia anima prima del gioco

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Marco Tarantino

“I calciatori sono come bambini. Tendono a pensare ciascuno al proprio orticello. Hanno bisogno di calci in culo.”
(Michelangelo Rampulla)

Lo sperdimento è peggio della rabbia, un po’ come la nebbia è peggio del temporale: se non sai non capisci, e tutto ciò che sarebbe davanti fa più paura ancora. Il tratto finale della Coppa, al netto dei docenti fragili post Covid-19 (infortuni a Sandro e Khedira), ci consegna cifre miserabili e prestazioni desolanti: due gare, zero gol, due palle-gol a essere buoni, tre rigori sbagliati su cinque. Nella bussola di Sarri, l’ago si è messo a ballare la breakdance: cinque cambi col Milan, di cui tre in una botta (“il carrello dei bolliti”, cfr. Mike Fusco); solo tre col Napoli, nonostante un evidente deficit fisico-agonistico.

Di tutto hanno bisogno i professionisti del pallone tranne che di alibi, sono loro a dover riempire i libri: ma i tecnici devono rilegarli. Dalla firma a oggi la sensazione è che parlare di Sarri abbia significato unicamente parlare di Sarrismo: il modulo, gli schemi, il pressing alto, il baricentro spostato, il trequartista sì e no, il tridente forse, gli esterni chissà, il modello Empoli-Napoli, l’adattabilità della rosa attuale alla sua poetica fissa. Per sette mesi ci siamo dedicati e persi, a partire da me, dietro questa discussione interminabile. Trasformandola nel nodo fondamentale. Non ci credo più, e neanche mi accanisco più sulla bestemmia della cessione di Emre Can.

A questo punto allora trovo sia necessario cambiare prospettiva. Aprire gli occhi, e una volta per tutte. Dare tutto un altro taglio (altro che incidenti di percorso) alle figurelle di Napoli e Verona e alla prima ora di Lione. Sommarle a quanto succede, e so di rischiare il troppo presto e il troppo nero, dopo i tre mesi e la ripresa eccetera. La Juve, questa Juve, se ancora è una squadra, è una squadra senza sangue. Quindi, senza identità storica: prima che tattica. L’antico insulto (altrui) diventò nei decenni il nostro vanto e la nostra tessera: la più operaia, la più provinciale fra tutte le grandi del mondo, la Signora a strisce che se ne frega della buca quando ci si ritrova, incassa e zitta, ma poi si spacca le dita sino ai gomiti e risale lacera sino alla luce. La faccia truce di Monti, Ferrari, Salvadore, Furino, Bettega, Gentile, Montero, Davids, Barzagli, Chiellini ancora più degli intarsi di Sivori, Baggio, Platini. La palla, quando occorre e anche no, in gradinata Zeta. Il fallo duro. L’urlo addosso. Il sottopassaggio: dove le partite si cominciano a vincere, ed è là che sono già vinte. Non nei pronostici. Non sui giornali. Non nella stronzata per cui i cinque cambi favoriscono la Juve.

Niente del genere, lo capisce chiunque, ripresa oppure no, giudizi prematuri oppure no, è nel faccino di questi undici, quindici, diciotto slegati confusi strapagati tra campioni e semicorridori, o campioni semicorridori. Dei quali, purtroppo, Sarri sembra dire: Massì, si motivano da soli, gente di questo livello, niente discorsetto. Gente di questo livello. Ascoltate Rampulla. Sarri: Anche no. Proprio no. Ma lei dov’era? Anche e forse soprattutto gente di questo livello. L’insipienza atletica si shakera con visini distanti, disorientati, s’incrocia con questioni altre, i turni compressi, la stagione estiva, il mercato. Chi (giustamente) criticava il Pjanic di dicembre-marzo, adesso deve rimpiangerlo. Grottesco.

Sarri, nel mentre, passa inespugnabile le notti sui droni, i numeri, le percentuali, i passaggi riusciti venti metri indietro, i giocatori si motivano da soli, trentotto minuti di occupazione del centrodestra quando invece si doveva girarla a sinistra, il settanta percento di possesso dimostra che, ripetiamo, ripetiamo lo schema, non sono contento, i due davanti sono atipici ma come si fa a non schierarli, i giocatori si motivano da soli.

Sì, mister, dovrebbero. In un’altra vita. In un altro mondo. L’adattabilità non c’entra niente. L’impalpabilità insinua altro. Il fotogramma di Higuain, scoglionato col cellulare in mano mentre i compagni si giocano la finale, riassume tutto. La Juve era, sarebbe, certamente continuerà a essere Bilbao ’77, Barcellona 2003 e 2017, Milano sponda Milan 2005. Non perché Brera docet, non per cliché come il preistorico calcio ‘italianista’, non perché il calcio postmoderno debba retrocedere da concetti ormai irrinunciabili come appeal, marketing, borsa, visibilità. Ma perché ancora, sino a comunicazione contraria, non è stata cancellata una vecchia logora compagna che si chiama anima. Se vuoi fotterla a un uomo, rubagli i ricordi: la memoria. Stavolta, almeno sin qui e preghiamo che sia solo una dissolvenza nebbiosa, una parentesi ossianica, abbiamo provveduto noi. Da soli.
Ci chiamano ladri: sì, stavolta è vero. Ladri di noi stessi.


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