Juve, uscire dall’empasse usando la testa

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Giada Mazzucco

Diciamoci la verità. Chi si aspettava agli albori della stagione di cannibalizzare il campionato? Forse tanti, forse pochi o addirittura nessuno. Era però improbabile non mettere in conto tutti i rischi del nuovo percorso, dovuti al profondo cambiamento di idee e di concetti quando la Juventus ha scelto di affidare la panchina a un profilo con una precisa filosofia, in netta contrapposizione con quella del predecessore. E sapevamo anche di trovare dall’altra parte una personalità furente, che potesse rappresentare un diversivo nella corsa al titolo. E proprio questo sta succedendo. Ma nonostante tutto siamo lì, in corsa su tutti i fronti. Forse un po’ sfiduciati e, perchè no, anche arrabbiati, ma primi in campionato e con la Coppa Italia e la Champions League da giocare. Sfiduciati in quanto si percepisce un senso non indifferente di vulnerabilità che finora veniva mascherato; arrabbiati perchè la Juventus appare come un’entità appagata e priva di anima reazionaria. Tifiamo però una squadra che nel corso degli anni ha sempre saputo rimettersi in carreggiata dopo uno sbandamento, ha sempre individuato il guasto nel cortocircuito e soprattutto ha trovato la via per isolarlo.

Non è mai stata abitudine della Juventus farsi trascinare dagli eventi, perchè si è sempre rivelata una realtà coscienziosa capace di assorbire le sconfitte e di uscirne con estrema lucidità e sicurezza. In parte è quello che sembra mancare, vale a dire l’attitudine di mettere a fuoco emotivamente e razionalmente gli insuccessi per ricompattarsi e navigare verso una direzione condivisa. In questo senso va letto il “qualcuno mi aiuti” detto a caldo da Sarri nel post partita del Bentegodi, perchè se il tecnico bianconero non ha ancora trovato un adeguato piano di intervento, un linguaggio che arrivi dritto ai giocatori, è anche vero che in certe situazioni lo spogliatoio ha sempre manifestato la sua natura determinante. L’appello dell’allenatore mette tutti, anche se stesso, con le spalle al muro. Ora c’è da scegliere cosa fare della seconda parte di stagione, senza isterismi estremi visto che nulla è ancora compromesso.

Per il toscano, tra l’altro, si tratta di un déjà-vu, e non serve andare troppo a ritroso nel tempo. Londra, gennaio/febbraio 2019. Sarri passó il momento più buio della sua esperienza sulla panchina del Chelsea, inanellando una serie di risultati negativi. Sotto attacco finì il suo credo calcistico, quel “Sarriball” che portó all’esasperazione una gran fetta di tifosi, alcuni dei quali decisero di vendere il loro abbonamento. Lo stesso Sarri avanzó i primi forti punti interrogativi sulla tenuta mentale della rosa: “Abbiamo problemi di motivazione che ci portano a queste sconfitte, la squadra è difficile da motivare”. Mentre l’atteggiamento dei blues (e in particolare quello del suo portiere) indisponeva l’allenatore, in campo la squadra faceva il resto attirando polemiche su ogni fronte. Jorginho limitato nel suo raggio di azione con marcatura a uomo, difesa passiva, attacco sterile e inconcludente con Morata prima e Higuain poi e il solo Hazard in grado di cambiare l’inerzia delle partite. Una situazione che il tecnico è riuscito a trasformare con il tempo nel più pragmatico dei casi, riuscendo ad allinearsi con la squadra per l’obiettivo Europa League e la qualificazione in Champions League, e che presenta più di qualche contiguità con l’attuale Juventus.

Ora tocca a voi, mister Sarri e giocatori. E tocca a me, che ho appoggiato la scelta della società ben consapevole che non sarebbe stato tutto rose e fiori.

Forza Juve. Fino alla fine


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