I media, la Juve, la scelta delle fonti: la (dis)informazione ai tempi di “bigliettopoli”

di Claudio Pellecchia |

Stamattina mi è capitato di leggere quest’ articolo di Wired in cui viene spiegato come la disinformazione, soprattutto quella a mezzo social, abbia nella scelta (nel senso che l’utente medio “sceglie” consapevolmente e senza alcun tipo di costrizione) di un limitatissimo numero di fonti uno dei suoi tanti vulnus. Non proprio l’ideale in un momento storico in cui la lotta alle bufale e al click baiting sta vedendo nettamente perdenti le istituzioni e quei pochi operatori che provano a continuare sulla strada dell’imparzialità, dell’equidistanza, dell’oggettività delle cose, rigorosamente raccontate e non interpretate ad uso e consumo della propria platea di riferimento.

Non credo sia stato un caso che le poche righe che vi ho linkato siano state la prima cosa che ho visto dopo tre giorni in cui sono stato sostanzialmente fuori dal mondo. Di colpo, nel mio tentativo di aggiornarmi sugli sviluppi del caso (o caos?) biglietti, mi sono ritrovato nel mare magnum dell’informazione parzializzata in cui, sostanzialmente, vale tutto: dalle “veline” che, per come vengono sparate a tutta pagina (anzi schermata) sembrano aver già assunto il rango di verità giudiziaria (e lasciate lì in bella vista nonostante i fatti delle ultime ore sembra stiano portando verso un errore procedurale senza precedenti), all’immancabile moralismo non richiesto con tanto di hastag #dajuventino, che fa tanto “non sono razzista, ma…”. Nel mezzo una serie di siti, sitarelli, blog, testate web vere o presunte che giocano a chi strilla più forte, riuscendo a distorcere ciò che non potrebbe essere distorto (come la lettura di norme e relative sanzioni contenute nel codice di giustizia sportiva) e a manipolare la realtà ad uso e consumo di chi, appunto, sceglie di informarsi in maniera univoca, parziale, artefatta. Il tutto nel mentre il direttore generale della FIGC riesce nella titanica impresa di mettere tutti d’accordo, condendo con la giusta dose di benaltrismo da Prima Repubblica una serie di affermazioni che, se estrapolate dal rivedibile contesto in cui sono state pronunciate, non sarebbero poi così campate in aria

Perché tutto questo? Perché, oggi, non si sceglie di informare ma di raccontare semplicemente una verità e chi se ne frega se non è nemmeno quella giusta? Perché, invece di alimentare l’ignoranza delle masse non si prova ad educarle ad una visione più ampia e prospettica delle cose? Perché l’analfabetismo funzionale è diventato l’alleato e non il nemico da combattere? Perché tra i pochi che stanno raccontando con cognizione di causa tutta questa (brutta storia) c’è uno che giornalista non è (mi riferisco all’amico e maestro – per quanto so che lui rifiuterebbe tale titolo – Antonio Corsa, non a caso citato anche da Il Foglio) ? Perché, invece di un’unica linea editoriale che spieghi le (notevoli) differenze che passano tra un’ inchiesta penale e una sportiva, ce ne sono tante che continuano a mischiare i due ambiti alimentando confusione, incertezza, libera interpretazione di fatti e atti che interpretabili non sono? Perché la ricerca della verità si limita al portare a conoscenza di tutti la fede calcistica di questo o quel dirigente, procuratore federale, membro della Commissione Antimafia?

Domande che, probabilmente, hanno un’unica risposta nelle logiche di mercato (conta fare click: e quelli, rispettando le carte deontologiche, non li fai) e in quelle politiche (le stesse che muovono ogni singolo organo della Federcalcio) e che sono, però, diametralmente opposte a quanto si richiederebbe in uno stato di diritto. Il quale, dal canto suo, negli anni ha affrontato i diversi fenomeni emergenziali legati alla criminalità organizzata, legiferando tanto (e male) piuttosto che operare concretamente sul piano della prevenzione. Ma questa, forse, è un’altra storia. In fondo si sta parlando solo di calcio. O no?