La crisi della Juve è un’opportunità per un nuovo inizio

di Alex Campanelli |

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– “Guarda il lato positivo papà, lo sai che i cinesi usano lo stesso termine sia per crisi che per opportunità?”
– “Sì, crisortunità, hai ragione! (…) Troverò un nuovo bar dove bere, e mi ubriacherò più di quanto non abbia mai fatto fino a adesso!”

La crisi della Juventus non nasce certo dalla sconfitta col Napoli, un risultato per certi versi anche accettabile: togliendo a qualsiasi altra squadra in lotta per le prime posizioni i 3 migliori terzini, il miglior esterno, il centrocampista più abile in interdizione e il numero 10, difficilmente avremmo assistito a un epilogo differente.

La crisi della Juventus ha radici profonde, non ha un vero e proprio giorno di nascita e neppure un anno, è uno spettro che si è insinuato silenziosamente nella stanza e si è nutrito di cessioni sanguinose, di rinnovi a calciatori ultratrentenni, di ritorni di giocatori impresentabili, di errori nella scelta delle guide tecniche e della loro delegittimazione, del trattamento imbarazzante riservato a uno dei calciatori più forti della storia.

Ora lo spettro ha riempito tutta la stanza, anche se l’Homer della situazione, nella fattispecie la società Juventus, fa in ogni modo finta di non vederlo, barricandosi dietro a un’austerity autoimposta ma “necessaria”, dimenticando che tale situazione è figlia, oltre dell’emergenza covid, anche delle scelte scriteriate del passato, e qui nel rapporto costi/benefici giocatori come Higuain e Bernardeschi pesano immensamente più del tanto criticato Cristiano Ronaldo, talmente attaccato ai soldi che si è ridotto lo stipendio pur di fuggire da Torino.

Quando le riserve non sono giovani di prospettiva, onesti mestieranti e calciatori affidabili, ma elementi sopravvalutati, strapagati e improponibili a un livello che rasenti la decenza, quando si ritiene di non aver bisogno di sostituire il calciatore di gran lunga più prolifico della squadra perché “senza di lui si gioca meglio” (sull’ossimoro del gioco torneremo poi), quando il capitano della squadra va in tv a dire che la Juventus può giocare solo con le ripartenze perché “non ci sono difensori veloci”, pur avendo appena vinto l’Europeo nel modo diametralmente opposto, quando succede tutto questo il problema non è economico, ma concettuale.

Non c’è nessun riferimento a quanto visto in campo nella stagione 2021/22, è bene chiarirlo: la nuova Juve di Allegri è un cantiere aperto, e non poteva essere altrimenti, ben lungi dal trovare una quadratura, una squadra sulla quale non si possono assolutamente esprimere giudizi definitivi. Il problema sta alla base, dato che la Juventus sta cercando da anni di aprire un nuovo ciclo senza esserne convinta, sta provando a costruire un puzzle spostando a caso le tessere nella speranza che per miracolo si incastrino l’un l’altra.

Nella depressione cosmica, nonché giustificata, degli ultimi giorni, ci sono comunque tanti elementi dai quali è possibile ripartire per mettere in piedi qualcosa di buono a medio-lungo termine. La Juve di Allegri è una squadra fortissima nell’11 titolare e in 2-3 sostituti, con 3 terzini  e 3 centrali di livello mondiale, un centrocampista campione d’Europa, uno dei migliori esterni del globo, il miglior 10 della Serie A e due 2000 con ancora tantissime potenzialità inesplorate. Un 11 titolare schierato con il 4-2-3-1, con Szczesny (che se recuperato dal punto di vista psicologico può tornare l’ottimo portiere visto fino al 2019/20) tra i pali, Danilo-de Ligt-Chiellini-Alex Sandro in difesa, Locatelli-Bentancur cerniera centrale, Cuadrado-Dybala-Chiesa sulla trequarti e Morata di punta, con Bonucci, Kulusevski, McKennie e Kean come primi sostituti, in attesa di recuperare Arthur, è una squadra definibile come scarsa? Siamo appena alla terza di campionato, non c’è alcuna gerarchia che non possa essere sovvertita, la Juve deve smettere di pensare al passato e guardare avanti, la crisi può essere trasformata in opportunità, l’opportunità di creare una squadra che sia diversa dal passato ma ugualmente vincente.

C’è ovviamente da costruire una nuova identità di gioco, e qui dovrà giocoforza vedersi la mano di Massimiliano Allegri, perché l’11 sceso in campo a Napoli non poteva probabilmente comportarsi in altro modo, ma dalla Juventus titolare è lecito aspettarsi ben altro. Nonostante le parole di Chiellini, del quale non capirò mai l’idiosincrasia Juve-Italia, in questa Juve c’è tanta gente portata a difendere in avanti e a pressare, che andrebbe invece in difficoltà nella gestione bassa o nelle lunghe fasi di difesa posizionale, elementi che comunque servono alla squadra ma che non possono essere le uniche armi; l’ultima Juventus che ha saputo miscelare tutti questi aspetti, non a caso è arrivata in finale di Champions League.

Per uscire da questa situazione, è fondamentale ritrovare un aspetto che è mancato clamorosamente negli ultimi anni: dirigenza, allenatore e giocatori devono remare tutti insieme nella stessa direzione, una cosa che non accade dalla stagione 2016/17. Occorre liberarsi dei preconcetti a tutti i livelli, sia di campo che di gestione, c’è bisogno di lasciar sbagliare i giocatori più giovani, ma non solo, di intraprendere un percorso che prescinda dalla schizofrenia del tifoso e punti a costruire una squadra competitiva per le fasi importanti della stagione, non di sperare di sfangare le partite in qualche modo mentre si attende un miracolo che faccia quadrare il tutto.

La società deve smettere di smontare e rimontare la squadra ogni anno e di richiamare gli ex o fossilizzarsi sugli obiettivi di 5 anni fa (sto ancora male al pensiero di Witsel), Allegri da gestore dovrà diventare insegnante (e questo lo sa anche lui) per riuscire a tirar fuori il meglio dai calciatori in rosa, anche a costo di esclusioni dolorose, i calciatori dal canto loro dovranno uscire dalla loro zona di comfort e mettersi in gioco, perché senza la collaborazione di chi va in campo qualsiasi piano tattico è destinato a saltare.

Sono tanti tasselli che devono incastrarsi tra loro affinché l’alchimia sia ottimale, ma è sempre meglio spostarli con pazienza e raziocinio che muoverli forsennatamente senza un criterio, no? Forse ci riuscirebbe anche Homer.