Juve, cosa resta di questo 2019

di Valeria Arena |

È stato l’anno di Marriage story e di un Massimiliano Allegri che, avendo scovato per puro caso i documenti del divorzio in cucina, è forse più Adam Driver che Scarlett Johansson. L’anno delle storie che finiscono e che ci insegnano, al netto di tutte le sfuriate, che volersi bene non basta e che è possibile separarsi non lasciandosi mai.

L’anno in cui il divorzio somiglia più a una dichiarazione d’amore e a un augurio di ritrovarsi quando i tempi saranno nuovamente maturi per ricominciare. Per molti una minaccia, ma per Agnelli, che in fondo è la nostra Scarlett e che terrà sicuramente nel cassetto del comodino un foglio con la lista delle cose che più gli piacciono di Allegri, resta un sogno indicibile.

È stato l’anno del mancato perdono urlato ai quattro venti. L’anno del non si torna più indietro, perché se una storia finisce e finisce male, se l’altro è scappato dalla finestra in tempi che credeva di crisi, è impensabile tentare di ricostruire un rapporto sano senza l’ansia e la paura che questo qui sbarelli di nuovo. Cinque anni di terapia della calma saranno pur serviti a qualcosa.

È stato l’anno della vendetta dell’ex che ha le sembianze di Antonio Conte sulla panchina dell’Inter, un’ipotesi di cui abbiamo riso parecchio ogni volta che ci balenava in mente. L’anno in cui abbiamo capito che forse non dobbiamo ridere di niente perché a uno a uno stanno finendo tutti lì.

È stato l’anno dell’utopia. L’anno in cui abbiamo sognato a occhi aperti perché dopo Cristiano Ronaldo, francamente, era tutto possibile. L’anno in cui abbiamo tentato di imparare lo spagnolo, in cui ci siamo schierati politicamente con la Catalogna rifiutandoci pure di andare a Madrid per la finale di Champions e lasciandoci triturare da un gruppo di giovani olandesi. L’anno in cui ci siamo sentiti amati e desiderati dal più figo di tutti per un quarto d’ora.

È stato l’anno dei piedi per terra. Pratici e concreti, ci siamo chiesti chi fosse il più bravo e accessibile su piazza e lo abbiamo preso. L’anno in cui avevamo bisogno di una leggera brezza di cambiamento.

È stato l’anno in cui il sarrismo si è trasformato da una forza rivoluzionaria e un partito dell’Apparato.

È stato l’anno dei morti che resuscitato e di quella cavolata che ci insegnato alle scuole elementari del se vuoi, puoi.  L’anno in cui volevamo spedire Higuain sul primo volo diretto da qualunque parte e Dybala pure, ma poi hanno avuto ragione loro ad attaccarsi alle caviglie. L’anno in cui fortunatamente siamo rinsaviti in tempo.

È stato l’anno del tridente.

È stato l’anno della crisi di Cristiano Ronaldo a intervalli regolari.

È stato l’anno in cui siamo riusciti nell’ardua impresa di far perdere una finale a Ronaldo dopo sei anni, ma d’altronde in questo siamo i campioni del mondo.

È stato l’anno in cui per la prima volta è stata scattata un foto a un buco nero e Matuidi è stato schierato come terzino e secondo me c’è una correlazione tra i due fatti.

È stato l’anno dei parametri 0, perché le vecchie abitudini non muoiono mai e uscire dalla propria comfort zone costa fatica

È stato l’anno in cui pure quest’anno il centrocampo lo sistemiamo l’anno prossimo.

È stato l’anno in cui Chiellini ci ha mostrato com’è brutto il mondo senza di lui.

È stato l’anno in cui Bonucci è finalmente diventato adulto. L’anno in cui imparare dagli errori fatti in gioventù è davvero possibile. L’anno della speranza.

È stato l’anno in cui quello bello, biondo, schifosamente giovane e pure bravissimo ha scelto noi e ci dispiace tanto per gli altri.

È stato l’anno della disillusione e dei finti addii. L’anno in cui abbiamo capito che è inutile che singhiozziamo per gente che va via, tanto dopo dieci minuti ritorna. L’anno in cui finalmente Barzagli è diventato professore e Buffon ha raggiunto questo benedetto record di presenza. L’anno in cui un quarantaduenne ha ancora l’entusiasmo di un bambino e non abbiamo ben capito se questa cosa è positiva o no.

È stato l’anno in cui Massimiliano Allegri ci ha spiegato il significato della parola egemonia, che sostanzialmente la Treccani sintetizza così: l’uomo più citato al mondo dagli juventini pure quando non c’è, anzi, soprattutto quando non c’è.

È stato l’anno dello scudetto. Una frase che ripetiamo da otto anni tutta di un fiato.

È stato l’anno in cui abbiamo preso alla lettera quella consuetudine per cui l’ultimo dell’anno bisogna indossare qualcosa di nuovo e qualcosa di vecchio: nuovo allenatore e vecchia prima posizione.


JUVENTIBUS LIVE

Altre Notizie