Juve-Chievo 3-0 / Scorbutica, tipica e indicativa (bentornato Benatia)

di Luca Momblano |

La Juve è come il Bayern Monaco, a meno che guardiate la Bundesliga; la Juve vince di forza e situazioni, vince di slancio e con i campioni, vince perché  è programmata per vincere. Vince anche contro il Chievo, alla terza, spazzando le macchie della Supercoppa e del primo tempo di Marassi. Perché conta il nove su nove disponibili, conta segnare la differenza dal surreale abbrivio di due stagioni fa quando il Chievo arrivò a Torino proprio alla terza: un rigore di Dybala, calciato a quota zero punti, strappò una pareggio e nessun sorriso. Eppure quel pallone, in quel momento, e a poche settimane dall’approdo in bianconero dell’argentino, pesava un quintale. Non per i tifosi, ma per quel taburet di campione per cui la Juventus accettò di pagare un sovrapprezzo allo stretto valore di mercato del momento (i 40 milioni di allora sono 60/70 di adesso, stando alle proporzioni del mercato). Due anni dopo entra, ha la 10, il risultato non è proprio al sicuro ma ce la si cava in qualche maniera, il Chievo al solito parte con i suoi campionati “scarichi” dove si fanno tutti i punti utili nel girone di andata, e quella palla pesa come una piuma. Paulo Dybala non ha più bisogno di scaricarla, ma solo di accarezzarla. Le leggi della sua fisica, sempre a segno in gare ufficiali fin qui nel 2017/18, sono state ribaltate. Il 50% del merito è tutto suo, per attribuire il rimanente 50 ci si potrebbe accapigliare. Se ne riparlerà più avanti: ottimo step potrebbe essere la conclusione del girone di Champions League.

 

Ma che partita è stata? Scorbutica, che non vuol dir niente, ma calza sempre a pennello di questo avversario, a tutte le latitudini della Serie A, per lo meno fin che la corsa salvezza resterà aperta. Oppure tipica, secondo il dizionario imposto da Allegri fin dai tempi in cui il puro divertimento veniva schernito nei dopogara di partite interne contro Sassuolo o Atalanta di turno. Perché quella, siamo abituati, è l’eccezione e non sarà neanche quest’anno la regola. Tipica anche per il graffio nel lucido dormiveglia di Higuain, perché per adesso è lo stretto necessario. Anche indicativa, su singole istanze, tre esempi su tutti Benatia, Douglas Costa e Bentancur: finalmente dominante il marocchino in un copione-partita che un tempo era abituato a mangiarsi a colazione (punto di ripartenza per lui); estemporaneo il brasiliano dentro il codice tutto da decifrare del 4-3-3 in cui davanti non esistono simmetrie e giocoforza neppure le larghe intese (punti di sospensione per lui); pacifico e col dito in bocca l’uruguagio, davvero sorprendente nella nuova manciata di minuti per come pulisce la manovra e per la flemma con cui affronterebbe pure Irma.

 

La partita che doveva essere“, recita l’uomo che vive ormai solo più per la Champions. Del gioco a lui importa ancora meno dell’anno passato. E’ l’uomo che ha spazzato via Conte, Del Piero, Pogba, perfino Platini nonché le recite estive su Iniesta, Kroos e Verratti. “Avanti, avanti. Che ho fretta di arrivare a maggio“. Nota bene: a maggio, non a Kiev. Perché costui è anche un uomo furbo. Molto furbo. Quasi furbo come Allegri (che del 4-3-3 visto contro il Chievo mai farà sapere cosa ne abbia veramente tratto).