La Juve e la Champions, cosa dobbiamo fare per colmare il gap

di Valerio Vitali |

La Juve e la Champions, un rapporto che negli ultimi tre anni si è fatto più complicato. Basta partire da un assunto: il club bianconero è l’unico del lotto qualificatosi da primo nel proprio girone a non essere presente ai quarti di finale. Rappresentare l’unicum di questa “specialità” non è certo un bel vanto, a maggior ragione se hai dalla tua Cristiano Ronaldo. Guardando con attenzione a quanto successo nei match di questa settimana, che hanno concluso il giro di questi ottavi di finale, la cartina tornasole sulla quale la Juventus deve riflettere è una: intensità di gioco. Superare il concetto di “tattica” e, se vogliamo, anche quello di tecnica, presa come una formula a sé nella concezione e nella percezione del calcio moderno.

Juve Champions

A questi livelli i ritmi di gioco sono la chiave che indirizza le partite verso una o l’altra direzione e, in fin dei conti, basterebbe guardare il cammino europeo dell’Atalanta lo scorso anno o in questo, dove solo un Real oggettivamente più forte e dominante (e un rosso all’andata alquanto discutibile…) hanno potuto mettere un freno. Il tutto puo’ essere traslato anche in Juve – Porto. Il problema vero, in quella stranissima gara dello Stadium, è stato quello di non aver continuato sulla scia dell’intensità di gioco sul 2-1. Messa alle corde, la Juventus ha mostrato tutto il suo potenziale, sbrigliando la matassa di un complicato 0-1 che aveva atterrato, annichilito, tutte le speranze di rimonta. Quel “vorrei ma non posso” figlio soprattutto della mancata tenuta atletica della squadra.

E’ vero, quest’anno come non mai la Juventus è stata falcidiata da infortuni (anche di strano genere) ma non ci si puo’ appellare solamente a questo. La mancanza di ritmo, di velocità e quella capacità di spaccare le difese in due che pare riuscire solamente a Chiesa (e in tono minore a Cuadrado) che è davvero troppo poco per rientrare di nuovo nella Top8 della Champions. La Juve deve colmare il gap ricucendo con il suo passato, fatto di giocatori di gamba, indipendentemente dal nome che portano dietro la schiena, ma spendendo tutte le energie per il nome che hanno davanti la maglia. Più McKennie e giocatori che abbiano “fame sportiva”, senza star troppo a discernere discorsi aristotelico-sportivi sull’esatto schieramento tattico da prendere in esame. Le formule non servono. Cio’ che serve è riuscire a mettere ogni giocatore giusto al posto giusto, al momento giusto della stagione.

La Juve deve riabituare i propri giocatori ad andare sopra ritmo, a gestire con sagacia la gara nell’arco dei 90′ senza dover essere costretta a inseguire l’avversario fino allo stremo delle forze (qui ritorna con prepotenza il discorso relativo al Porto). Anche la prematura uscita di un’altra big della Champions, il Barcellona, dovrebbe insegnare qualcosa. Il calcio di oggi è fisico, veloce, intenso, ma soprattutto “muscoloso”, accantona la tattica e la tecnica, rigetta quei concetti bellissimi di un calcio ancorato pero’ a principi di gioco che sanno molto di “vintage”, che sanno molto di “anni 90”. E la Juve deve rimanere al passo, o rischia pesantemente di sprecare ancora una volta l’opportunità di avere dalla sua il miglior giocatore di questa competizione, se ancora vi fosse possibile.