Il 4-3-3 dell’ultima Juve campione d’Europa

di Dario Pergolizzi e Luca Momblano

Costretti a scegliere una singola parola dai connotati tecnici per richiamare all’immaginario collettivo la Juve di Lippi (e dunque non vale qualsiasi variante di intensità, grinta, fame, tutti aspetti acalcistici di cui senza dubbio la prima compagine lippiana fu icona indiscutibile), verticalità è senza dubbio la più azzeccata, concetto cardine di qualsiasi fase di gioco e pietra angolare su cui è stato fondato il 4-3-3 che è uscito vincitore dall’Olimpico.

Verticalità assatanata, assoluta, quando gli attaccanti pressavano i centrali avversari e non li lasciavano costruire; verticalità immediata quando il pallone era recuperato e si doveva pensare a divorare il più velocemente possibile quei metri che separavano dalla porta avversaria; verticalità organizzata quando, in possesso, bisognava risalire il campo con giocate concatenate semplici e fotoniche; la verticalità imprudente delle uscite aggressive di Ferrara e Vierchowod, la verticalità ignorante (termine ormai ampiamente abusato, ma che calza a pennello) di Torricelli e Pessotto; la verticalità di quei palloni lunghi una vita che cercavano solo il petto ipertrofico di Gianluca Vialli o la bianca penna di Ravanelli, la verticalità diversa del dinamico Conte, del catalizzatore Sousa e del geometrico Deschamps, e ancora la verticalità creativa e incisiva, bruciante di un Del Piero dai 7 polmoni, o dei rinvii a rischio stiramento di Peruzzi.

 

 

«Facevo i cento metri in meno di 11 secondi: ero un missile» (Pietro Vierchowod)

La Juve del secondo anno di Lippi giocava un calcio moderno, offensivo e diretto, basato sulla zona (mista quanto basta), in un periodo particolare a cavallo tra l’epoca della sacchiana linea del fuorigioco e la capelliana controrivoluzione che abbassa il baricentro fino a 30 metri. Marcello da Viareggio rinunciava al libero e adottava una back-four irreprensibile, composta da due esterni bassi dal fondo inesauribile, Torricelli a destra e Pessotto a sinistra, e due centrali vecchio stampo, un Ciro Ferrara 29enne al suo apice e un Pietro Vierchowod 37enne, entrambi cresciuti e affermatisi con la classica difesa all’uomo all’italiana, ma adesso dotati tatticamente e atleticamente per poter sostenere un gioco zonale.

 

La linea difensiva altissima e la grande confidenza dei difensori stessi davano origine ad uno spettacolo di anticipi e intercettazioni sia al di là del centrocampo…

 

…che sulla propria trequarti.

Il trio mediano, ça va sans dire, verticale e armonioso nella sua composizione, capace di fornire adeguato supporto alla manovra di costruzione soprattutto attraverso le figure di Sousa e Deschamps, che rendevano difficilmente decifrabile per gli avversari il momento della verticalizzazione (loro o del difensore di turno), preziosi nel loro accompagnamento della manovra, costanti e instancabili nel loro pressing, nelle loro sovrapposizioni e nei loro inserimenti centrali negli spazi aperti dai carri armati di fronte a loro. Antonio Conte nel ruolo del portatore di scompiglio, di quel caos capace di essere decifrato, incanalato e compensato solo dai compagni di squadra. Una mediana importante, insomma, anche nella diversificazione della manovra offensiva.

 

Paulo Sousa, riferimento costante nei momenti di possesso consolidato -e più compassato- con l’avversario schiacciato.

L’intelligenza tattica dei tre titolari (ma attenzione: Di Livio è per presenze il più utilizzato in stagione da Lippi, quindi ecco la scelta mirata di invadere il centro del campo contro la squadra di riferimento dell’epoca per quanto riguarda il possesso e il gioco sul corto) faceva sì, tanto più nell’epica notte di Roma, che si aprissero e chiudessero a fisarmonica lanciandosi avanti e indietro a perdifiato per chiudere gli scompensi. Una mediana nevralgica. Agile e tenace nel fornire il più possibile equilibrio, non certo la parola chiave del primo biennio della gestione lippiana, di una squadra che si fregiava della capacità di difendere corto e attaccare lungo.

Ovviamente, l’attenzione massima del tifoso sugli spalti, come dell’osservatore, come del tecnico avversario, era catalizzata dal tridente offensivo composto dal capitano Vialli, toro di abnegazione e sfondamento, dal volenteroso e micidiale Ravanelli e dal talentuoso numero 10, neanche a nominarlo, nella prima stagione della storia del calcio italiano in cui fu ammessa la numerazione fissa. Un trittico fluido, che si nutriva degli interscambi, con Del Piero (lui!) ora a rimpinguare la corsia destra, ora a concludere con il manuale in mano a giro dalla sinistra. Gli ultimi, oltre ad un costante avvicendamento di fasce che sparigliava i sistemi di marcatura avversari, si abbassavano durante le fasi di non possesso all’altezza del centrocampo (a turno o insieme a seconda delle occasioni) e fornivano un apporto fondamentale nei raddoppi in marcatura e nelle uscite aggressive verso il portatore.

La finale contro l’Ajax, estemporanea solo nelle emozioni, non intacca le convinzioni tattiche della Juventus. In questa clip si concentrano diverse costanti nel comportamento degli uomini di Lippi: il pressing alto per indirizzare l’avversario verso l’esterno o costringerlo al lancio lungo (esattamente cosa Van Gaal non voleva si facesse), la verticalizzazione immediata alla riconquista, la protezione del pallone di Vialli, Sousa che si sgancia rapidamente e va a coprirne l’assenza permettendo alla squadra di mantenere coerenza posizionale. La rapidità nell’intensità diventa un ostacolo spesso insormontabile per le squadre rivali, messe in difficoltà sui tempi e sul ritmo fin dalla costruzione bassa.

 

La fissazione per il portare la palla il più velocemente possibile verso le punte e il mantra dell’attacco della porta avversaria potrebbe portare a considerare quella Juventus come una mera versione berserk della palla lunga e pedalare a rimorchio, all’inglese. Sarebbe un grave errore: come accennato, le risalite del campo tramite ripartenze manovrate, sviluppate col contributo prezioso del trio di centrocampo, erano una strada battuta con convinzione e continuità nell’arco dei 90 minuti. Insomma, ogni reparto, in questa caccia spietata, doveva fare la sua parte.

 

 

Lippi intendeva diversificare la manovra il più possibile, sempre rimanendo all’interno dei noti macroconcetti di rapidità e verticalità, ma alternando l’offensiva dal lancio verso le teste di ponte ad un appena accennato consolidamento del possesso in transizione offensiva. Brevi trame di gioco volte ad attirare il pressing avversario, liberare spazi in avanti e pescare il cosiddetto terzo uomo. Questo tipo di giocata avveniva prevalentemente lungo le catene laterali, e a tuffarsi nei corridoi erano le mezze ali.

 

Didì Deschamps: non certo un implacabile realizzatore, ma spesso nel vivo degli inserimenti.

 

Anche in occasione dell’iconico gol di Ravanelli, si ritrova l’esasperazione del principio della verticalità coadiuvato dall’immancabile, tipica, intensità. Lo svarione di De Boer è solo il risultato ultimo dell’atteggiamento straripante della Juventus, che logorava i suoi avversari anche psicologicamente. Dopo un rinvio di Peruzzi intercettato dalla difesa olandese, la caccia alla seconda palla è spietata e Musampa può solo concedere la rimessa. Torricelli (ma notare l’indicazione di Sousa) cerca subito Del Piero, che a sua volta pensa solo a Ravanelli davanti. Il resto è storia.

 

Facile dirlo dell’ultima Juventus campione d’Europa: una squadra completa (in estate arriva il trio doriano composto da Vierchowod, Jugovic e dallo sfortunato Attilio Lombardo), dinamica (Deschamps entra sempre più nel profondo della squadra), atletica (Del Piero ha qui il valore aggiunto che mancava a Roberto Baggio), tecnica (basti osservare i miglioramenti di Torricelli nel giro di 12/18 mesi), rigida solo nella mentalità (si pensi all’elasticità in questo senso di un altro nuovo arrivo: Gianluca Pessotto): lo spartito tattico sempre al servizio dell’obiettivo e mai come fine ultimo. Grazie a un’estrema flessibilità e all’organizzazione, ognuno era capace di interpretare con coraggio, a seconda della necessità, una posizione funzionale alla determinata situazione.

Sarebbe ingeneroso ricordarsi di questo 11 esclusivamente per i suoi tratti (seppur evidenti e centrali) motivazionali e psicologici,  ma la storia ha lasciato anche questo come scorta lunga di chi per primo seppe intepretare il valore dei tre punti. Quella Juventus era per di più una squadra che incuteva timore all’avversario grazie a una verve fuori dal comune, ma senza questi contenuti tattici innovativi (e originali per una formazione italiana) e senza una minuziosa cultura del lavoro e dello sviluppo del calciatore portata dallo staff tecnico, non si sarebbe vissuta con gaudio l’entusiasmante epopea del primo Lippi.