Il Camp Nou 2003 minuto per minuto

di Claudio Pellecchia |

Era un altro tempo, un altro mondo, un altro Barcellona, un’ altra Juve. Il Camp Nou no, il Camp Nou è sempre quello. Unico, immutabile, manifesto eterno ad una squadra a sua volta eterna, un mostro che ribolle di pura pasión por el fútbol oltre che di pasión por la vida, che ti fa tremare la gambe e i polsi se solo pensi a chi ci ha giocato, a chi ci gioca, a chi ci giocherà.

Lo è oggi, lo era nel 2003. Erano quarti anche lì, era ritorno in trasferta anche lì. All’andata maluccio: 1-1, con Saviola che risponde a Montero e rimanda ogni regolamento di conti in un tempio in cui i mercanti non sempre stanno fuori, anzi. Ma non è nemmeno quello l’aspetto peggiore. Perché, allora come oggi, i diritti per la Champions li aveva la pay-tv concorrente a quella installata in casa. Mi tocca la radio, mi tocca una sofferenza lasciata all’immaginazione pura e semplice. Come avviarsi al patibolo con gli occhi bendati.

Dal racconto di Livio Forma capisco subito che la Juve si trova in una specie di pentola a pressione ed è solo questione di tempo prima che capitoli. Eppure, l’occasione migliore è nostra (Di Vaio scivola da solo davanti a Bonano) e al 45′ è ancora 0-0. Ma non basta comunque: bisogna vincere o, almeno, farne due e poi resistere, resistere, resistere. Il Pavel Nedved più onnipotente che abbia mai visto ci mette otto minuti a farmi volare con la fantasia prima che Xavi mi riporti duramente a terra. Meno, comunque, di quanto non faccia Edgar Davis, espulso a dieci minuti dalla fine. Da lì in poi è un calvario. Di colpo capisco cosa hanno provato i miei nonni durante Italia-Germania all’Azteca: dalla radiocronaca sembra che il Barca attacchi a ondate che si fanno via via sempre più alte, sempre più incessanti, sempre più distruttive. In realtà l’unica occasione è una girata centrale di Kluivert respinta da Buffon ma, ovviamente, io non posso saperlo: sono troppo impegnato a prepararmi al peggio, all’inevitabile, all’ineluttabilità di un destino europeo che ci aveva tolto (e ci avrebbe tolto anche in futuro) più di quanto meritassimo.

Poi, però, uno strano silenzio. Il Camp Nou, per un attimo che sembra infinito, tace. Perché la Juve si distende in contropiede. Perché Birindelli si fa sessanta metri di allungo palla al piede. Perché la mette forte, tesa, alle spalle di Puyol. Perché lì c’è Zalayeta che ride (mentre mezza Italia – anche bianconera – lo irride) e la mette dentro. Perché lì persino io capisco che è fatta, urlando come mai prima e mai dopo in vita mia. Perché capisco che i mostri dei nostri incubi peggiori vanno comunque affrontati. E se per caso li batti dopo cambia tutto.