Juve-Barcellona 1970 – Un delitto dimenticare Picchi e il primo Bettega

di Juventibus |

di Stefano Bedeschi

È stato un campionato strano, il 1969–70, per la Juventus; dopo aver sfiorato la zona retrocessione, i giocatori juventini, grazie alla sostituzione dell’allenatore Carniglia con Ercole Rabitti, tengono testa al sorprendente Cagliari di Gigi Riva, fino al termine del campionato. Nonostante l’ottimo piazzamento, Boniperti, oramai prossimo a diventare presidente, rivoluziona tutto l’ambiente, ringiovanendo i ranghi: acquista Capello, Spinosi e Landini dalla Roma, in cambio di Del Sol, Bob Vieri, Zigoni, Viganò e milioni; Novellini dall’Atalanta, in cambio di Leoncini, Anzolin e Leonardi; Causio rientra dal prestito al Palermo e torna a Torino anche Bettega, mandato a farsi le ossa al Varese, dove vince la classifica dei cannonieri del campionato cadetto. Rientrano dai prestiti anche il portiere Piloni, Savoldi, Zaniboni e Montorsi; a Castano, vera e propria bandiera bianconera, viene regalato il cartellino e Tino si trasferisce al Vicenza, per concludere la sua grande carriera.

Ma il grande colpo di Boniperti è Italo Allodi, il general manager della Grande Inter, considerato, da tutti gli addetti al lavoro, un grandissimo dirigente. La prima mossa di Allodi è quella di consigliare a Boniperti Armando Picchi, che ha appena appeso gli scarpini al chiodo. Un male inesorabile strapperà Picchi alla Juventus e alla sua famiglia prima del termine della stagione. Čestmír Vycpálek, che era stato chiamato per curare il settore giovanile di Villar Perosa, raccoglie il testimone ed anche i primi frutti del lavoro del tecnico livornese, con un dignitoso quarto posto in campionato; riuscirà anche a pilotare la squadra fino alla doppia finale della Coppa della Città delle Fiere (che l’anno successivo si trasformerà in Coppa Uefa) con il Leeds United, persa senza sconfitte e solo per l’assurda regola del goal in trasferta che vale doppio, a parità di punteggio. Regola che, è bene ricordarlo, entra in vigore proprio quell’anno. È, in ogni modo, una Juventus destinata a crescere e diventare grande in fretta.

L’avvio in Coppa delle Fiere è facile, in quanto il sorteggio del primo turno assegna alla Juventus i lussemburghesi del Rumelange, onesti dilettanti, al più degni di militare nella nostra Terza Serie. A Torino, i bianconeri demoliscono gli avversari con un perentorio e indiscutibile 7–0. Anastasi con quattro goal fa la parte del leone, mentre Bettega si mette in luce con una doppietta. Nel match di ritorno la Juventus, che fa riposare Furino, Haller, Salvadore, Anastasi, Morini, non vuole infierire. Landini, Causio, Montorsi e Zaniboni hanno modo di mettere in luce le loro doti: la Juventus vince 4–0, con una tripletta di Novellini.

I problemi cominciano al secondo turno, poiché la Juventus deve incrociare i ferri con il Barcellona, che nel campionato spagnolo sta correndo a tutto vapore. I catalani sono convintissimi di passare il turno, considerato che il primo incontro si svolge sul campo amico. Ma, al Camp Nou, il 20 ottobre 1970, i bianconeri sciorinano una prestazione eccezionale: dopo soli dodici minuti passano in vantaggio con Haller, che sfrutta un passaggio di Anastasi. Lo stesso Pietruzzo, al 55° minuto, porge a Bettega la palla del secondo goal. Soltanto nel finale il Barcellona riesce ad accorciare le distanze: 2–1 è il risultato finale.

BARCELLONA: Sadurní; Rifé e Romero: Torres, Gallego e Zabalza; Rexach, Juan Carlos, Martí Filosia, Marcial e Pujol. Allenatore: Buckingham.

JUVENTUS: Tancredi; Spinosi e Furino; Cuccureddu, Morini e Salvadore; Bettega, Marchetti (Causio dall’86’), Anastasi (Novellini dall’83’), Capello e Haller. Allenatore: Picchi.

ARBITRO: l’inglese John Taylor.

 

Il commento de La Stampa:

La Juventus è uscita senza danni, anzi da dominatrice, dalla giustamente temuta gara sul campo di Barcellona. Di fronte alla squadra spagnola, in gran forma e galvanizzata dal successo di sabato nel derby con l’Espanyol, i bianconeri hanno disputato una partita semplicemente magistrale. Va a tutto onore della squadra torinese dire che la sua prestazione di questa sera ha ricalcato quelle dell’Inter dei tempi delle vittorie in Coppa dei Campioni. Si è vista nella disposizione degli uomini in campo la mano del trainer Picchi, il quale aveva studiato attentamente la situazione ed ha trovato le esatte contromisure al gioco del Barcellona. La squadra spagnola ha cercato di attaccare con la solita foga ma si è trovata di fronte un avversario che le ha lasciato ben pochi spazi verso la porta. La Juventus ha giocato chiusa, ma non è stato un “catenaccio” che ha precluso le avanzate e i suoi contropiedi sono stati quanto mai efficaci. La differenza fra il calcio del Barcellona e quello della Juventus è stata notevole. I bianconeri, molto pratici, hanno giocato con marcature strette lasciando pochissimo spazio agli avversari. Sono stati fortissimi i difensori in blocco, Capello ha giocato con calma, ha dato l’impressione di un’eccezionale freddezza ed è stato forse per la prima volta della stagione quel regista “vero” che la Juventus si attendeva. Gli ha dato una mano Haller, generosissimo, che ha confermato di meritare la prova di fiducia dopo le critiche di Verona. È arretrato a centrocampo quando è stato necessario anche Bettega, pronto comunque a ripartire in avanti con decisione in appoggio di Anastasi che ha fatto ammattire i difensori centrali spagnoli Gallego e Torres.

E quello di Tuttosport:

Una Juventus per tre quarti di partita decisamente clamorosa, quella che ha affrontato a Barcellona il suo autentico esordio internazionale, vincendo per 2–1 e dando, tutto sommato, all’avversario un’autentica lezione di calcio pratico all’italiana. Contro un Barcellona subito arrembante, i bianconeri hanno impostato un’intelligente partita di contenimento, chiudendo inesorabilmente le offensive spagnole e replicando con un contropiede addirittura feroce. Questo contropiede ha colpito due volte, una per tempo, manifestandosi nei goal di Haller e Bettega, entrambi bellissimi per costruzione e per realizzazione. I bianconeri hanno giocato in maniera così limpida e funzionale che, alla lunga, la loro vittoria si è addirittura prospettata come una vittoria facile e scontata. Il dispositivo bianconero ha avuto, per quasi tutto il match, ripercussioni paralizzanti sul gioco del Barcellona, costantemente in possesso della palla, ma costantemente dominato a livello delle giocate importanti. La prestazione della Juventus ha preso l’avvio di una collettiva generosità, per cui ogni bianconero si è, in pratica, battuto al massimo delle proprie possibilità.

A Torino, il 4 novembre 1970, si presenta un Barça più che mai deciso a rifarsi. L’ambiente bianconero è preoccupato: Morini si infortuna in allenamento e non può giocare come Anastasi, rientrato malconcio da Varese dove ha entusiasmato con la Nazionale Under 23. Ma Roveta, sostituto di Morgan, tiene bene il suo posto. In attacco, la staffetta Novellini–Landini, funziona a meraviglia e ogni timore della vigilia è fugato. Dopo cinque minuti di gioco, un grande Haller offre a Bettega la palla del primo goal. Capello, dopo ventitré minuti, segna ancora e, come a Barcellona, gli spagnoli riescono soltanto a dimezzare lo svantaggio, quando mancano solamente sette minuti alla fine della partita.
JUVENTUS: Tancredi; Spinosi e Furino, Cuccureddu (Causio dal 74’), Roveta e Salvadore; Bettega, Marchetti, Novellini (Landini dal 46’), Capello e Haller. Allenatore: Picchi.

BARCELLONA: Sadurní; Rifé e Romero, Torres, Gallego e Zabalza; Rexach, Juan Carlos (García Castany dal 76’), Alfonseda, Marcial (Martí Filosia dal 46’), Pujol. Allenatore: Buckingham.

ARBITRO: il tedesco orientale Günter Männing.

Si legge su La Stampa:

Stesso risultato dell’andata ma con molte emozioni in meno. Il 20 ottobre al Camp Nou c’era stata battaglia grossa e i bianconeri avevano dovuto lottare disperatamente per mantenere il vantaggio di 2–1; ieri al Comunale le incertezze sono durate praticamente solo quattro minuti, il tempo necessario per arrivare al fallo di Gallego su Novellini, alla punizione di Haller e al perentorio colpo dì testa di Bettega che ha letteralmente schiacciato la palla nella porta di Sadurní. Ancora Haller e Bettega, già autori delle reti in Spagna: ai blu–granata del trainer Buckingham debbono sembrare due demoni del calcio. Venuto a Torino per rimontare, con il goal di Bettega il Barcellona si è disunito, la mazzata a freddo ha tolto ogni energia ai giocatori. Qualcuno ora potrà pensare che nella gara di andata la Juventus non abbia compiuto una grossa impresa, ma fra i due volti della squadra di Buckingham c’è un abisso. In Spagna i bianconeri sono stati aggrediti con forza dal primo all’ultimo minuto, Anastasi e Bettega hanno dovuto lottare a fondo in contropiede. Ieri tutto è stato più facile: dopo il goal di Bettega è arrivato il raddoppio di Capello, e il punto ottenuto in extremis da Pujol ha per gli iberici il puro valore di un contentino, permette loro di tornare in patria con un punteggio passivo ma non disonorevole. Picchi non ha azzardato l’annunciato esordio di Danova ed ha presentato in difesa Roveta stopper al posto di Morini; lasciando Spinosi terzino. In avanti il trainer ha lasciato a riposo Anastasi pensando alla gara di domenica a Napoli, inserendo con la maglia numero nove Novellini. Il giovane centravanti si è destreggiato benissimo per tutto il primo tempo, e poi (sofferente per un indolenzimento muscolare) ha lasciato il posto a Landini, altrettanto caparbio, scattante, ma troppo individualista. Malgrado le assenze di due titolari in ruoli importanti, la Juventus ha iniziato benissimo ed anche questo è un segno di forza. Bettega si è assunto il ruolo di trascinatore della prima linea con la naturalezza che solo un campione può possedere.

Da Stampa Sera:

Alle 9:00 Picchi telefona a Torino, al dottor La Neve che è con Cochi Sentimenti e con i giocatori. Nessuna novità. «Mia moglie è ancora in sala operatoria», dice Armando. «Rimanga a Milano», ribattono. «No, vengo giù, tanto io non posso farci nulla». Alle 10:30 Picchi sale sulla propria auto e punta verso Torino. Al grill di Novara si ferma e ritelefona in clinica. Nessuna notizia. Alle 11:30 arriva all’albergo. Telefona subito, dopo aver salutato i giocatori. «Sì – gli dicono da Milano – l’operazione è finita, la signora è in sala rianimazione. È andato tutto bene, anche se è stato molto difficile». Picchi si passa una mano sul viso come per scacciare ogni pensiero. «Allora ragazzi si va in campo a vincere?». Alle 14:30 la Juventus è al Comunale. Picchi entra sul terreno di gioco per ultimo. Ha voluto dare ancora un ultimo colpo di telefono in clinica. Qualcuno del pubblico conosce già il suo dramma e lo accoglie con timidi applausi. La Juventus gioca e vince per 2–1. Picchi in panchina ha pensato soprattutto al gioco. Al termine della partita telefona ancora e parla finalmente proprio con la consorte: «Come va?». «Meglio, grazie. E voi cosa avete fatto?». «Abbiamo vinto, come te». Picchi si fa incontro ai giornalisti. «Scusatemi – dice – se vi ho detto che giocava Danova e poi ho messo in campo Roveta. Al momento di assegnare le maglie ho ritenuto prematuro l’esordio del diciottenne. Sapete, sono pensieri che si fanno alla vigilia poi, all’ultimo momento si cambia idea. Della squadra avrete capito tutto. Primo tempo bello, poi nell’intervallo ho raccomandato di andar cauti e loro mi hanno ascoltato fin troppo. D’altronde con il pensiero rivolto a Napoli come si poteva rischiare tutto?». Un’intervista radiofonica, poi nuovamente in macchina verso Milano, in mezzo alla nebbia. Oramai è sera, ma fra un’ora e mezzo rivedrà sua moglie. Lei gli racconterà di un’operazione finita bene e lui di una partita cominciata bene.

La Juve prosegue così il suo cammino, inanellando risultati positivi: ne fanno le spese i magiari del Pécsi Dósza, gli olandesi del Twente e i tedeschi del Colonia, capitanati dal grande Overath. La truppa di Cesto, come abbiamo visto, perderà la coppa nella doppia finale contro il fortissimo Leeds, pareggiando 2–2 a Torino e 1–1 all’Elland Road, senza mai conoscere l’onta della sconfitta.

Termina così l’avventura europea di quella Giovin Signora: tante recriminazioni, ma anche la consapevolezza di aver gettato le basi per una grande Juventus. Gli anni dei grandi trionfi stanno arrivando.