Il viaggio, il freddo, le urla, lo Stadium: da Milano per Juve-Atalanta

di Federica Zicchiero |

Un gelido mercoledì sera di gennaio, a Torino. Non è certo la prima volta che vado allo Juventus Stadium, ma è la prima volta che mi aggrego a un gruppo organizzato. Complice un collega di lavoro, sono ospite sul pullman dello Juventus Club di Melegnano, un paese dell’hinterland milanese. Già, è ormai più di un anno che sono abituata ad andarci da sola, dal dicembre del 2015: Juventus-Fiorentina 3-1 avrebbe dovuto essere una “gita romantica”, ma le cose a volte non vanno come avevi sperato. E andarci da sola non mi crea alcun problema: non mi sono mai sentita in pericolo o a disagio, alla faccia di chi pensa che lo stadio non sia un posto adatto a una ragazza. Si vede che non sono mai stati allo Stadium. Ma sto divagando.

Juventus-Atalanta, ottavi di Coppa Italia. Ripenso, en passant, che anche la mia prima partita dal vivo era stata di Coppa Italia (semifinale con l’Inter a San Siro nel 2004): sarà per questo che sono così affezionata alla Coppa nazionale? Fatto sta che mi infastidisce alquanto vederla snobbata, sia dai media sia dai tifosi.

La trasferta – per i tanti che arrivano da fuori Torino è sempre una trasferta – inizia la sera prima. Per tutta la giornata consulto compulsivamente le previsioni meteo ma gli amici di Juventibus mi rassicurano riguardo al rischio neve: tra teloni, drenaggio per la pioggia e serpentina anti-gelo, lo Stadium è a prova di rinvio. Poi, la preparazione del vestiario: maglia termica, dolcevita, calzamaglia, guanti, sciarpa e berretto di lana per affrontare il gelo torinese. E, ovviamente, l’immancabile maglietta con il numero 21!

Mercoledì, dopo sole 4 ore di lavoro – eh sì, tocca prendere mezza giornata di ferie – e una veloce pausa pranzo, si parte. Ma prima la vestizione: mi cambio nella toilette dell’ufficio tipo Superman. Così imbacuccata, somiglio più a un’inuit che a una fine cittadina della capitale della moda.

Un breve tragitto in auto fino al ritrovo a Melegnano, saluti e strette di mano ai miei nuovi compagni di avventura: uomini e donne, adulti e ragazzi, una varia umanità. Il pullman da 50 posti è pieno per tre quarti, mi dicono che per le partite più sentite ne organizzano 2 o 3, strapieni: è un club abbastanza grande, che da quest’anno è Doc. Mi sembra comunque un buon risultato per un ottavo di finale di Coppa Italia in una sera infrasettimanale di gennaio.

Il viaggio scorre piacevole, tra chiacchiere, aneddoti di trasferte mirabolanti e un’avvincente lotteria di prodotti firmati Juventus e Juventus Club.

Dopo due ore di pullman, si arriva alla periferia nord di Torino e all’improvviso, svoltata una curva, ecco lo Stadium. È sempre un’emozione vederselo apparire di fronte. Atteso, bramato, eppure quasi inaspettato.

Mi adeguo ai rituali del gruppo che mi ha adottata per una sera. Siamo arrivati con largo anticipo. Al posto del solito panino trangugiato in fretta fuori dallo stadio, c’è tutto il tempo per fare un giro allo Juventus Store, dove mi compro la seconda maglia col numero 8 (rigorosamente taglia 15 anni!), e per mangiare insieme con un po’ di calma. Hamburger e patatine, cosa si può volere di più? Mi sento una bambina viziata. I nostri panini sono arrivati da meno di un minuto quando, dall’impianto dell’Old Wild West, parte a tutto volume l’inno della Juve: si canta tutti insieme, a bocca piena.

 

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L’ingresso dello Juventus Store dello Stadium. Per fortuna la ressa non era eccessiva.

 

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Il bancone dell’Old Wild West nel centro commerciale Area 12.

 

Ma bando alle ciance, è già ora di scendere in campo! Proprio così: questa volta non ascendo alla curva, ma sto a bordo campo, a pochi metri dai giocatori. Approfittando dei prezzi bassi in tutti i settori – e ovviamente dell’indispensabile prelazione – ci siamo accaparrati dei posti centralissimi in tribuna Est, primo anello, in primissima fila! Posso quasi vedere il sudore sulla fronte di Paulito.

La magia dello Stadium riesce a rendere indimenticabile anche un ottavo di finale di Coppa Italia. L’atmosfera da dì di festa, la polifonia dei cori che scandiscono i nomi dei nostri eroi al recitar della formazione da parte dello speaker, l’inno cantato dall’intero stadio con la voce che quasi si spezza per l’emozione, le sciarpe sventolate al cielo nonostante il gelo. Tutto concorre a creare una cornice perfetta per quel capolavoro che è la Juventus di oggi.

A proposito di condizioni meteo: al triplo strato di maglie ho dovuto aggiungerne un quarto, indossando la maglia di Marchisio appena comprata al di sopra di quella di Dybala. L’augurio che ci facciamo tutti è di riuscire a vincere nei tempi regolamentari, per non dover patire questo freddo polare per 120’ più eventuali rigori.

Seduta comodamente in prima fila, mi godo la vicinanza dei nostri eroi, che mi corrono davanti a pochi metri di distanza. Vedo gli scatti in avanti e indietro di Asa (nel primo tempo) e Licht (nel secondo), la nitidezza dei gesti tecnici, sento il suono secco del pallone, i richiami concitati tra compagni di squadra. Sono talmente vicina al campo che sento l’odore dell’erba, anche se non è la stessa erba della curva Sud…

L’unico neo? “Ma qui non canta nessuno!”, si lamenta Simone, aficionado della curva. In effetti è così: nel nostro settore, il 114, siamo solo in 3 o 4 a cantare i cori intonati dalla Sud. Anche la Nord è silente. Per non parlare della tribuna Ovest, di fronte a noi, mezza vuota: ma quello è il settore di chi ha i dané e allo stadio ci va poco spesso, è quasi un altro pianeta.

Tra i più applauditi dai tifosi, c’è Tomás Rincón, a cui rivolgo il mio primo urlo al fischio d’inizio: Vamos, Generaaaaal! “Che lottatore! Che grinta!”, commenta il pubblico a ogni pallone recuperato dal venezuelano.

Applausi scroscianti per le colonne della squadra: Dybala, autore di una splendida fiondata che vale l’1-0 (un tifoso dietro di me gli urla “Non andare al Real, Paulo! Sono scarsi!”), Marione che lotta e sgomita, il Principino che mette ordine. E Barzagli: che dire ancora di Barzaglione? Ogni volta che lo vedo mi parte l’orologio biologico, lo vedrei bene come padre dei miei figli.

Qualche fischio al Profeta in occasione dei non pochi errori. Non apprezzo molto: i giocatori della Juve non vanno mai fischiati, ma anzi sempre sostenuti.

 

Il 2-0 fa propendere il mister per qualche cambio. Il ritorno in campo di Marko Pjaca (che giocatore!) è accolto con un “Oooooooh leeeeeeeee” di giubilo e sollievo.

 

 

C’è tempo anche per un rigore di Miralem Pjanic, anche lui molto applaudito dal pubblico. Sono già 7 goal e 9 assist in stagione, alla faccia di chi non lo ritiene da Juve.


Quando l’arbitro e il guardalinee ci negano un corner solare (Berisha aveva tolto il pallone dal 7), i tifosi insorgono e li riempiono di insulti. Ti viene da pensare che solo due cose nella vita livellano qualsiasi differenza sociale: la morte, come diceva Totò, e lo stadio. Poi, però, ripensi alla tribuna Ovest…

Ma la nuda cronaca la conoscete già, non mi dilungo oltre.

Il cronometro corre, e pian piano cresce dentro di me il dispiacere per questo momento magico che sta per finire. Una sorta di nostalgia anticipata. Nonostante il gelo, non vorresti mai che finisse.

Al triplice fischio finale, un boato e uno scroscio di applausi. E, di nuovo, l’inno cantato da tutto lo Stadium mentre la squadra saluta le curve e lo speaker ci ricorda il prossimo appuntamento casalingo: Juventus-Lazio di Serie A.

Il ritorno, come tutti i ritorni, è più faticoso: la stanchezza si fa sentire e l’eccitazione della partenza viene a mancare. In aggiunta, il nostro nostos è reso più impervio da un’inopinata deviazione stradale (Simone, accanto a me, sbotta: “Ma cazzo, lo sanno che quando gioca la Juve la sera di qui passano un sacco di auto! Cosa la chiudono a fare l’autostrada?”). C’è chi sonnecchia e chi resta sveglio. A guardare fuori dal finestrino il paesaggio spettrale della pianura Padana in notturna, solcata dall’autostrada e dai cavalcavia. A commentare la partita, a cercare i video dei goal e, soprattutto, a fare programmi per il futuro: il tifoso è perennemente proiettato nel futuro, ha bisogno di un orizzonte a breve-medio termine in cui ritrovarsi, almeno nella fantasia, insieme alla sua squadra.

“Quindi ora prendiamo o il Milan o il Toro! Io spero il Milan, dobbiamo prenderci la rivincita. – A me invece piacerebbe vedere un derby di Coppa Italia! – Sì, l’anno scorso era stato bellissimo: 4-0, ero in curva Sud! Ma dove si giocano i quarti? A Torino? – Guarda questa app, è una figata! – Ma perché stai sempre al cellulare? – È il gruppo di Whatsapp di Juventibus, mi arrivano diecimila messaggi!”

Nonostante il freddo incamerato e la stanchezza, le due ore di pullman scorrono abbastanza in retta. Arriviamo a Melegnano dopo l’1, Simone mi dà un passaggio fino a Milano e una mezz’oretta più tardi sono a casa.

Si chiude così una bellissima giornata, a metà tra la gita organizzata e il pellegrinaggio religioso. Prima di crollare a letto mi rendo conto, in un ultimo lampo di lucidità, che oggi ho parlato di calcio e pensato al calcio ininterrottamente dalle 14 alle 2 di notte. 12 ore di Juve, esattamente metà della mia giornata. E va bene così: domani – cioè fra poche ore – si torna ai sudati libri.

 

Colonna sonora:

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Di Federiza Zicchiero (@fedezic)