Juve e Superlega ammazzeranno il calcio italiano?

di Graziano Campi |

In me convivono quattro personalità differenti: il tifoso, il troll, il giornalista e l’appassionato di sport. Per scrivere di calcio è importante dosarle in maniera intelligente: non sempre si riesce.

Da tifoso, prestiti obbligazionari, plusvalenze, ed equilibrio sportivo non mi interessano: voglio vincere, i soldi non sono miei (vero in parte) e battere gli avversari sonoramente è una goduria (ma anche questo è vero in parte, perché questa Juve non riesce a dominare gli avversari: li batte, ma raramente li asfalta).

Da troll, che ama fare i dispetti ai lettori, soprattutto a quelli meno perspicaci, leggere di Juve a rischio fallimento mi fa piacere: nel panico, un troll deve avere il senso di responsabilità che comporta il suo ruolo e sostenere con forza e caparbietà qualunque puttanata gli capiti sotto tiro. L’etichetta lo esige.

E fin qui credo di aver fatto tutto molto bene.

Ci sono però il giornalista e l’appassionato di sport, che pretendono onestà intellettuale.

Premessa: Il prestito obbligazionario è un debito ed è stato sottoscritto dal mercato perché ha un tasso di interesse vantaggioso (nessuno ci ha regalato i soldi, e i soldi vanno restituiti).

Precisazione: Juventus ha un debito che si stima essere il doppio di questo prestito (circa 300 milioni prima del mercato estivo, non è azzardato ipotizzare sia tra i 350 e i 400 milioni a giugno 2019).

Futuro: nel 2024 Juventus dovrà scegliere se estinguere il prestito obbligazionario o (più probabilmente) rifinanziarlo nuovamente.

La strada che ha percorso l’Inter è sotto gli occhi di tutti, ma non per questo il prestito obbligazionario è da demonizzare: è un mezzo come un altro per finanziarsi.

Resta, da giornalista, una domanda: perché non ci ha pensato EXOR? C’è chi dice che l’assenza di EXOR dagli investitori sia un’ottima notizia, sia in chiave fiducia esterna sia per il Fair Play Finanziario.

Da appassionato di sport, e quindi da neutrale, non posso invece fare a meno di chiedermi se sia giusto consentire un tale dislivello di risorse tra i partecipanti a una competizione. L’escalation dei costi sta distruggendo il mercato, generando inflazione e rendendo il calcio sempre più monotono.

Il gigantismo aziendale dei principali club d’Europa sta trasformando in sparring partners la maggior parte dei competitors, mentre all’orizzonte si profila una superlega all’inseguimento di più ricavi che consentano di coprire costi spropositati di cartellini e ingaggi. E’ praticamente inevitabile che si arrivi a un campionato europeo di questo passo, a cui accederanno solo i club più blasonati, ma a che prezzo? E’ altissimo il rischio di assistere a campionati nazionali monotoni e non basta essere dalla parte “giusta” del tifo per dire che questo sia accettabile.

Il rischio di perdita di identità è elevato: il tifoso di una squadra minore non tiferà mai la rivale italiana, in una superlega, finendo con spostare una (tiepida) attenzione ai club stranieri. Non si può dire se sia giusto o sbagliato: il dibattito è aperto anche a livello politico, tra globalisti e sovranisti ma, una volta tracciata la via, le istituzioni dovranno prendere provvedimenti seri e accettare le conseguenze.

Da appassionato di sport, mi dispiacerebbe veder smarrita la parte sana della competizione tra “vicini di casa” e mi annoia l’idea di un campionato nazionale in cui un club fa la parte del Dream Team e tutti gli altri delle vittime sacrificali. Alla lunga, non puoi fare a meno di perdere di interesse, se non sei solo e soltanto un tifoso, mentre d’altra parte la competizione in un campionato globale rischia di portare via quei successi interni che hanno fatto la storia della Juventus e le fortune sportive della famiglia Agnelli, a livello europeo meno titolata del Milan di Berlusconi.

C’è infine una parte di me, composta da tifoso, troll, giornalista e appassionato, che mette insieme  questi elementi e conclude: prima o poi qualcuno fermerà questo percorso e questa Juventus -che ne è l’apripista in Italia- se si vede minacciato nel suo “business” (ma in sede serpeggia grande ottimismo sul fatto che la strada intrapresa sia quella giusta).

E’ successo nel 2006, in maniera volgare, può succedere anche domani, magari in maniera molto più sottile. Come successe? Nel momento in cui l’azionista di riferimento tolse la protezione a chi gestiva la società, nemici interni ed esterni sbranarono una dirigenza al tempo stesso colpevole, innocente, vincente, antipatica e arrogante. Bisogna rimanere tutti compatti e remare nella stessa direzione.

Chi vivrà, vedrà.