Juve, adesso piove forte, e il tempo stringe

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Tanto tuonò finchè piovve. L’imperturbabile Socrate regala forse le parole che si sposano al meglio con il momento. Che, in verità, non è un momento. È più di una stagione…

La Juventus ha perso. Ha perso la Coppa Italia. O la Coppetta, oppure la Coppa del Nonno, come a volte in alternanza si tende a sottolineare. Dipende molto dalla situazione…insomma, da chi vince. La Juventus ha perso, però. La spietata percezione è che abbia perso senza nemmeno provarci, senza nemmeno lasciar intravedere un frammento di cattiveria, di voglia. E, unitamente, aleggia quella strana sensazione di arrendevolezza, pure un’assenza di visibilità sul futuro. Ecco, forse questo è il vero cruccio. La mancanza di visibilità, come essere nel bel mezzo di una fitta nebbia. È fisiologico, com’è naturale che sia il decorrere di un ciclo. Ma è anche connotato di una carenza ben più profonda. Di programmazione.

La Juventus, quindi il suo management, sin dall’insediamento ha dimostrato competenza, capacità operativa su tutti i fronti. Ha saputo unire i puntini, lasciandosi alle spalle anni di sole macerie. È indubbiamente riuscita a “inventarsi”, ha seminato e raccolto anche passando attraverso scelte fatte senza guardare in faccia nessuno. Qualcosa per strada ha lasciato, quella maledetta Coppa che è forse il vero turbamento degli ultimi anni e che sarebbe stata il coronamento di un percorso gestito magistralmente da tutte le parti. E’ però evidente come, almeno per quanto riguarda l’aspetto prettamente sportivo, la Juventus abbia poco ponderato lo step successivo, di fatto snaturando in larga parte se stessa. Parola chiave, “reinventarsi”. Significa agire secondo nuove strategie. Significa pianificare, ancora e ancora. Significa, quindi, programmare con logica e la giusta metrica. Ecco, forse tutto questo è venuto meno. Risultato? Il vantaggio acquisito negli anni è stato piano piano dilapidato, con una considerevole accelerazione negli ultimi mesi. Il palliativo del campionato è forse il motivo principe per il quale la società ha alimentato una condizione stagnante, mancando nel coraggio di fare le giuste scelte nelle tempistiche giuste e desistendo dal prendere decisioni forti quando andava fatto. Soprattutto per dare un segnale all’interno, più che verso l’esterno. Rinnovi di contratto discutibili, giocatori spacciati per occasioni (da 7 milioni l’anno) poco affidabili fisicamente o impalpabili caratterialmente, rosa costruita senza seguire un dettame preciso e consegnata a un tecnico smodatamente legato al linguaggio del “suo” calcio e dallo spartito troppo limitante per adattarsi alle circostanze.

Ma questo già si sapeva, no? Il vago dubbio che sia stata una decisione, quella presa per la panchina, frutto di un’intuizione in realtà poco assimilabile al contesto attuale e non correttamente soppesata c’è. Si può sbagliare nella scelta del compagno di vita, figuriamoci nel prendere un allenatore o un giocatore. Peró se si crede fermamente nell’idea più ampia che rappresenta l’attuale tecnico della Juventus (in netta contrapposizione con il predecessore), è giusto ammettere che l’enorme percorso di cambiamento intrapreso volutamente sia stato fatto a metà. Viene da chiedersi che fine abbiano fatto i Vidal, quei giocatori (semi) sconosciuti che mangiano l’erba. Dove sono i Pogba, quei giovani con il sangue agli occhi? Insomma, dov’è finita la creatività, la lungimiranza della Juventus?

Reinventarsi ora passa attraverso una condizione necessaria, e non più prorogabile. Con fiducia riposta in chi ha dimostrato di saper fare scelte coraggiose, a tratti anche un po’ dolorose. Bisognerà armarsi di pazienza? Certamente, ma non credete che perdere altro tempo sia delittuoso?

 

Di Giada Mazzucco


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