A questa Juve servivano 6 mesi di Vidal

di Davide Rovati |

C’è una frase nell’intervista di Buffon post-San Siro che è passata inosservata ma che mi ha colpito più delle altre appena l’ho sentita. Nel commentare quella che secondo lui è stata una “prestazione veramente buona” nei primi 85 metri di campo, Gigi elenca ciò che è andato bene rispetto alle ultime uscite: le geometrie ritrovate, i “dettami di gioco”.

Poi dice, con la faccia convinta di uno che si è appena ricordato qual era l’argomentazione più convincente a sostegno del proprio discorso: “Ci siamo presi alcune responsabilità importanti in alcune zone di campo nevralgiche”.

Le parole di Buffon sono perfettamente allineate con quelle di Sarri e la sensazione è che il tasto delle responsabilità sia stato uno di quelli su cui l’allenatore ha spinto tanto con il gruppo. In sintesi: serve più personalità nella costruzione del gioco, negli smarcamenti, nel portare sul terreno di gioco quello che si prova in settimana. Più convinzione e meno paura di sbagliare.

La Juve vista nel 2020 in effetti, al di là di tutti i problemi tattici, sembra difettare nell’approccio mentale alla partita e all’avversario. Non entra in campo sentendosi forte. Tutto il resto è una conseguenza: la paura nel portare il pressing alto, la sensazione di costante vulnerabilità, le scelte conservative nella progressione del pallone, l’imbottigliamento nella fascia centrale del campo che, anche se non sembra, è parente stretto della circolazione a U timida e inoffensiva vista per tanti anni. Forme diverse ma simile essenza.

La mia teoria, parzialmente suffragata dalle parole di Buffon, è che la Juve non si senta forte perché le manca un leader in mezzo al campo, un giocatore di caratura superiore al centro del gioco, che sappia alzare il livello prestazionale di tutta la squadra, anche e soprattutto quando è in difficoltà.

Raccontare questa storia vuol dire, in sostanza, raccontare la storia del fallimento (provvisorio, sia chiaro) di Pjanic come uomo-squadra. Il bosniaco, centrocampista sopraffino per doti tecniche, si prende la squadra in mano solo quando ha spazi e tempi per ragionare. Il confronto diretto, uomo contro uomo, anziché esaltarlo (vedi Pirlo) tende a farlo sparire dalla partita. E comunque i compagni non riescono ad approfittare del vantaggio tattico dato da un avversario che sceglie di spendere un uomo in marcatura sul nostro regista.

Gli altri titolari? Bentancur ogni tanto sembra un leader, ma la sensazione è che nessuno si aspetti da lui che sia un leader, né l’allenatore, né tantomeno i compagni. Matuidi fa paura agli avversari solo in una delle due fasi e anzi è l’anello debole della catena quando il pallone passa dai suoi piedi. Khedira è un magnifico strafottente, ma gioca per se stesso più che per trascinare i compagni.

Qual è l’identikit di un centrocampista dotato di carisma, che spinga tutta la squadra a prendersi più responsabilità? Non viviamo in un’epoca di grandi leader a centrocampo e chi ce li ha se li tiene stretti, vedi Busquets intoccabile da un decennio nella galassia Barcellona, o Casemiro al Real Madrid, o ancora Fernandinho al Manchester City.

E allora il pensiero torna a quando i leader a centrocampo ce li avevamo noi, al modo in cui Andrea Pirlo sapeva far girare tutta la squadra attorno a sé, a quanto ci sentivamo invincibili quando allo Stadium entrava in campo Arturo Vidal.

Già, a questa Juve sarebbero comunque bastati sei mesi di Arturo Vidal. E non parlo del Vidal simulacro di una leggenda bianconera, uno dei più grandi centrocampisti ad aver vestito la nostra maglia, bensì il Vidal qui e ora, 2020, senza smancerie e con una sola missione in testa. Il ruolo sceglietelo voi.

Era un treno da prendere a gennaio, che per giugno non avrebbe senso, o meglio non avrebbe lo stesso senso. A Paratici rimane comunque un vuoto da colmare in vista dell’organico 2020/2021. Chi scrive non nasconde una certa fascinazione per Thomas Partey, che la Juve ha indirettamente visto crescere nel corso degli anni e trasformarsi da jolly sgraziato ed esuberante a centro nevralgico delle operazioni di un centrocampo orfano del grande condottiero Gabi.

Forse non sarà lui a farci dimenticare del Vidal degli anni d’oro, ma potrebbe bastare per ritrovarsi fra 12 mesi senza aver ripensato, per l’ennesima volta: ah, se solo tornasse Arturo