Julio Velasco e la sua lezione di vita e di sport: basta alibi!

di Willy Signori |

Alibi: Scusa, pretesto con cui si giustifica un comportamento manchevole

Non ricordo come e quando guardai per la prima volta questo filmato di 8 minuti, ricordo però benissimo che mi colpì come se Velasco stesse parlando a me. Oltre lo sport c’è la vita personale e se lo sport, ogni sport, è metafora di vita, Velasco in quel momento stava parlando di me, della mia vita.

Parlava di “cultura degli alibi”, cioè spiegare sempre con motivi che non c’entrano niente perché le cose vanno male, e tra quei motivi non includere mai se stessi, i propri limiti, errori e difetti.

Julio Velasco per chi ha 30 anni o più è un personaggio mitico dello sport italiano; ha preso un’anonima nazionale di pallavolo e l’ha portata in cima al mondo.

Velasco è un vincente, e lo è perché ha vinto molto, ma non tutto, ha saputo vincere, conosce il sapore della vittoria ma anche quello della sconfitta. Sa benissimo cosa significa inseguire un obbiettivo e centrarlo, ma anche cosa vuol dire lavorare per arrivare in cima alla montagna più alta e mancare la vetta per un cm. Vince 3 campionati europei, 2 mondiali, 5 world league e 2 medaglie d’argento alle olimpiadi, che significa brutalmente perdere quelle d’oro.

Ma più del palmares, più delle sue vittorie mi interessa il percorso che l’ha portato ad elaborare la sua teoria sulla cultura degli alibi, che come dice lui stesso “impedisce di progredire ed imparare”.

Parte dalla sua gioventù, in Argentina, la spiaggia di Mar del Plata e il campo di beach volley, tornei come se piovesse, chi perde esce e chi vince resta in campo e affronta la squadra successiva. Chi perde però è spesso la squadra più forte, in cui gioca Velasco, composta da professionisti, contro avversari mediocri, talvolta scarsissimi. Perché? gli alibi, appunto: il sole, il vento, la sabbia che non ti permette di saltare come sul parquet, tutte cose giuste e vere, ma partendo da questa realtà bisognava adattarsi e contrastarla trovando una soluzione, non utilizzarla per spiegare il perché della sconfitta.

Semplice, chiaro.

Trovai quella spiegazione rivoluzionaria nella sua semplicità.

Sarà perché la tendenza naturale è sempre quella di trovarci delle scuse su misura che ci salvino dall’ammissione dell’errore, siamo tutti un po’ Fonzie, col chiodo o senza, che s’inceppano quando è il momento di dire “ho sb… ho sb… ho sbagliato”. Sarà perché da juventino mi devo sentir dire da 30 anni che gli avversari perdono perché la juve ruba, perché il palazzo, perché gli arbitri, perché da 5 anni (questa è una new entry) la Juve ha lo stadio di proprietà e gli altri no ed è un vantaggio iniquo, e se gli fai notare che la società Juventus Football Club l’impianto nuovo se l’è costruito e pagato da sola partono i conti sui costi troppo bassi ecc.

Insomma c’è sempre un alibi, un mare di alibi. Non potrebbe essere invece che quando una squadra batte la juve è semplicemente perché ha giocato meglio e viceversa?

Torniamo a Velasco. Arriva alla guida della nazionale italiana di pallavolo e anche qua si ritrova a nuotare in mezzo a un mare di alibi: culturali e non solo. Barriere erette a spiegare il perché avere una rappresentativa azzurra vincente non è una cosa possibile, in italia, almeno in tempi brevi, e per tempi brevi si intende una ventina d’anni. La sua risposta è disarmante: “Mettiamo come ipotesi che il motivo è che non giochiamo bene, che è per questo che perdiamo”.

BOOOM.

La rivoluzione: via gli alibi, sotto col lavoro. Niente scuse, non più.

C’è anche del realismo che ti salva, perché ti fa capire che non è solo suggestione da film americano: la buona volontà e lo sforzo bastano fino a un certo punto, poi però devono venire accompagnate da qualità, doti tecniche e talento, che non si comprano e non si inventano. Solo così si può iniziare il percorso che porta alle 3 vittorie: la prima, contro i propri limiti e difetti; la seconda, contro le difficoltà; la terza: contro gli avversari.

Non lo so, ma mentre ascoltavo queste parole sentivo dentro una frase che si ripeteva ad un volume sempre più alto:

“Vincere è l’unica cosa che conta”
“Vincere è l’unica cosa che conta”
“Vincere è l’unica cosa che conta”

Vincere contro i limiti, i difetti le difficoltà e gli avversari, provarci sempre per migliorarsi, senza alibi, senza scuse. E una volta che ci sei riuscito ricominciare daccapo. Se sbagli, ricominciare lo stesso, ancora più determinato, con sempre meno alibi.

È così che si forgia nel tempo una mentalità vincente; Velasco c’è riuscito e lo dimostra il fatto che la nazionale di pallavolo ha continuato a vincere anche dopo che ha lasciato l’incarico. La Juventus ne è l’emblema da una vita, con quel marchio che rimane impresso in chiunque arrivi, coi più vecchi che lo lasciano in eredità ai più giovani.

Vittoria o sconfitta che sia, lavorare per migliorarsi, per vincere, prima di tutto contro se stessi, poi contro gli altri.

Vincere è l’unica cosa che conta, anche quando finisce la partita e hai perso, senza scuse, senza nessuno da accusare, senza alibi.