Non è un nuovo logo, è la nuova Juve

di Sandro Scarpa |

La Juve ieri sera non ha presentato il suo nuovo logo.

Semplicemente ha rivoluzionato il modo di fare comunicazione (visiva) nel calcio di alto livello. L’idea che sovverte e amplia il visual marketing calcistico non è un “nuovo logo”, ma è sostituire il logo allo stemma. Un logo è la base di qualsiasi strategia di brand awareness (consapevolezza e riconoscibilità di un marchio, di una impresa) e consente di riconoscere l’azienda con effetto immediato.

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(foto da Juventus.com)

 

Sono anni che ripetiamo che una società di calcio non è più un club amatoriale che gestisce una squadra, che ci sentiamo dire che le società sono ormai multinazionali e che per competere a livello mondiale occorre strutturare le attività commerciali e di marketing come qualsiasi colosso commerciale. Sono anni che assistiamo alla crescita impetuosa del fatturato delle big europee avanti anni luce non solo (e non tanto) in termini di introiti da diritti TV, incassi da stadio e da competizioni, ma soprattutto sul piano del merchandising e dei ricavi commerciali.

La Juve fa la sua mossa, imprevedibile eppure così maledettamente razionale. La Juve è la prima ad abbandonare il “crest”, lo scudetto, lo stemma, retaggio arcaico dei club sportivi e a passare in toto ad un logo, immagine che la definirà in qualsiasi materiale digitale, cartaceo, su magliette, divise, prodotti commerciali, allo Stadium, sui social, dovunque.

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(ipotesi nuova maglia Juve di un designer)

 

E la Juve, in effetti, era l’unica a poterlo fare, in questo modo. Logo (da logos) è LETTERA. Qual è l’unico club al mondo immediatamente riconoscibile da una sola lettera (e da ieri con un solo logo)? Se scrivo una B a cosa penso, nel calcio? Al Barcellona o al Bayern? E per riconoscere immediatamente un prodotto o un’immagine legata al Real Madrid o al Manchester United a cosa posso ricorrere? Non certo a RM o MUFC, al massimo al colore “blanco” o al “red” (con l’equivoco Liverpool). Oppure uso lo stemma, che però è troppo legato agli stereotipi calcistici, troppo “vecchio” per le nuove forme di comunicazione, per gli attuali canoni di design, per il fashion, per la trasmissione delle emozioni. Lo stemma e i colori sociali non sfondano porte, non dilagano, non aprono i cancelli che portano al nuovo target da raggiungere.

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(foto da Juventus.com)

 

La Juve da anni stava andando in quella direzione: sintetizzare in una sola lettera tutto il suo Mondo. Direzione ambivalente, mossa dalla necessità di comunicare il suo brand in modo immediato, diretto, inequivocabile e di tradurre in strategia globale di marketing la meravigliosa frase empatica di Gianni Agnelli:

Perfino quando leggo un quotidiano e l’occhio mi cade involontariamente sulla lettera J di Juventus, il cuore mi sussulta, ricevendo una grande emozione.

Dopo il J-Stadium, la J-TV, il J-Village, J-Medical e, in definitiva, il J-World, la Juve ha completato il salto nel futuro con il logo “J” (peraltro la lettera J è stata legalmente blindata per qualsiasi utilizzo commerciale di terzi). In quel logo la Juve ha racchiuso il suo spirito, il suo stile, i suoi colori ( spesso un freno nel merchandising rispetto ad altri famosi marchi colorati) e la sua italianità vincente in un segno in cui la J traccia uno Scudetto e al contempo apre strade nuove, nette e con orizzonti aperti. E non dimentichiamo che dall’anno scorso la Juve ha accettato la sfida di gestire in proprio il suo merchandising, affrancandosi dal partner Adidas.

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(foto da Juventus.com)

 

Il logo non deve piacere. Non deve piacere soprattutto a noi (già) tifosi. Il logo non deve essere un esercizio iper-fantasioso. E’ la centralità del logo a rivoluzionare il campo. Distintivo, riconoscibile, essenziale. E’ una J, ed è subito e solo NOSTRA.

E’ come lo Swoosh di Nike, la B di Beats, gli archi di McDonalds, perfino come la mela di Apple, che ormai sostituiscono il nome dell’azienda perché immediatamente riconosciuti e percepiti. Una forza comunicativa mostruosa. Fa figo. E’ un mix tra futuro iper-minimalista, tocco orientale, vintage futurista. E’ cool indossarla, avere, usare qualcosa marchiata J. Su una polo, una cover di smartphone, su accessori, underwear, nei J-Cafè. Dovunque…

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(foto da Juventus.com)

 

Le reazioni italiane solo le solite: i tifosi nostalgici dello stemmino vecchio (ma avranno mai comprato una polo Juve con lo stemma o la vecchia zebra?), le battutine, i meme..I media italiani tirano fuori le copie, i plagi, i tifosi infuriati, ironizzano su un’idea non compresa, non analizzata, troppo avanti.

Il nuovo target, i millennials, il mercato asiatico (a cui il logo occhieggia, riprendendo quasi l’ideogramma cinese di “Forza” e “Valore”) cosa preferirà: lo stemma araldico arzigogolato o il nuovo logo, una J? Con questo salto nel futuro la Juve sposta il suo merchandising (e non solo) da un sottoscala stantio con prodotti da catalogo cartaceo ad un pianeta ultra-fashion desiderabile e cosmopolita, come le Emily Ratajkowski e le Rita Ora presenti ieri all’evento.

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(foto da Juventus.com)

 

E La tradizione? L’appartenenza alla città di Torino? La nostra storia?
La tradizione Juve è sempre stata quella di rivoluzionare il calcio e andare oltre. La Juve è sempre stato non solo di Torino ma di tutti quelli che la amano dovunque. La storia della Juve è essere primi, sempre i primi. Anche in questo.