iTurbo, cosa vi siete persi…

di Juventibus |

I compagni lo sommergono in un abbraccio soffocante dopo l’ennesima rete che, stavolta, ha deciso la sfida contro i più titolati al mondo. Il giovane argentino, divincolatosi dalla morsa di tutte quelle maglie bianconere, alza fin sul petto la sua, baciandola e ringraziando il benevolo destino. E’ stato proprio bravo stavolta “sto” Marotta, questo è il pensiero che, finalmente, pervade il popolo della Vecchia Signora, ormai stanco “de pippe” svernanti a parametro zero e di giovani francesi senza futuro, pizzicati con indennizzi da beneficienza, in fondo strappati senza fatica né intuizione ad una concorrenza con poche ambizioni e miseri capitali.

In barba alle “umili fonti” il dirigente bianconero ha messo tutti d’accordo, soffiando Juan Manuel Iturbe Arévalos, per tutti solo Iturbe, all’indomita concorrenza giallorossa, fornendo al buon Angelini dell’ottimo materiale per prendersi ancora gioco dell’amico Zampini il quale, ora, ovviamente nega (si scherza).

Bhè, insomma, sette reti nella prima stagione, ben dodici gli assist dispensati per i compagni, tanto movimento su e giù per la fascia e non solo, unite ad un tiro in corsa da fantascienza, la freccia di Buones Aires ha conquistato il cuore del più scettico tifoso, ritirando insieme a tanti suoi colleghi di spogliatoio la statuetta riservatagli dall’Associazione Italiana Calciatori in una serata che è la sua festa di consacrazione.

Salta l’uomo come pochi e “nomen omen” quando si lancia in campo aperto, accende la turbina e lascia tutti col fiato sospeso fino a fare sempre la cosa giusta per la squadra. Egoista il giusto, non si fa pregare quando, vedendo un compagno meglio piazzato di lui, lo invita al più comodo appoggio in rete, quello che vale solo per i tabellini.

Enormemente cresciuto rispetto all’esperienza precedente ed ormai Garrincha per tutti, costringe Sandro Scarpa a rivedere in continuazione le statistiche che lo riguardano, mentre lui si schermisce, destreggiandosi tra microfoni e taccuini utilizzando la classe che lo contraddistingue nel rettangolo verde e l’eleganza di un passerotto, lui si, al contrario dell’illustre avo, con le zampette della stessa lunghezza e dimensione.

Nessuno può sapere cosa sarebbe stato, se solo il grande Manuel avesse accettato le avances di Sabatini e, probabilmente, a detta di tutti, ci saremmo gustati la solita invasione del Circo Massimo con annesso concertone del loro bravissimo cantastorie, solerte a dedicargli quel “Grazie Iturbe” rimasto, ci spiace per lui, sui tasti del suo pianoforte.

Purtroppo, nasce tutto da quella scelta, non c’è dubbio, sulle sponde del Tevere non se la passano bene e l’errore più evidente rinfacciato al fin qui infallibile dirigente dalle sempre più critiche sciarpe giallorosse, riguarda innanzitutto quel giovane laterale brasiliano sul quale si è deciso di puntare in sostituzione dell’ex veronese, dal nome che è una bestemmia per chi ha masticato le magie del nostro Capitano.

Ne azzeccasse una che sia una, Alex Sandro, poverino. Di impegnarsi si impegna, non c’è dubbio ed ha anche una discreta velocità, ma quando la sfera gli capita tra le leve, lui sembra interrogarsi come farebbe Toquinho al posto suo. Si insomma, mi avete preso perché sono brasiliano ma a me, in fondo, piace suonare la chitarra. Che tenerezza. Una vagonata di milioni “buttati ar cesso” che han fatto spazientire persino il suo mite allenatore.

Ritorno al nostro iTurbo che è meglio, capace lui sì di zittire con i fatti le iniziali perplessità legate al notevole esborso sopportato ed al peso di una maglia gestita, questa, con l’autorità del veterano, col piglio del fuoriclasse che  regala semplicemente l’idea di saper giocare al pallone.

Certo lui ha forato la partita della vita, ma a Berlino in tanti non erano al massimo, e ti abbiamo già perdonato quei novanta minuti giocati col motore aspirato, consapevoli che quella sera la sorte ci è stata nemica nel momento cruciale. E’ il calcio.

E già baby, è proprio il calcio. La scienza più inesatta della nostra esistenza, nella quale basta una virgola per cambiare una carriera, difficilmente, o meglio molto meno spesso, la storia di una società di football.

 

di Roberto Savino  @RobertoSavino10