#ItsTime to… scriversi il destino

di Claudio Pellecchia |

Real Madrid, dunque. Come da pronostico. Come, in fondo, era giusto che fosse. Perché se legittimazione europea deve essere, che lo sia contro i più forti (e i più continui: sempre in semifinale dal 2011 ad oggi, tre finali negli ultimi quattro anni) del continente. Il 2017 non è il 2015, Cardiff non è Berlino, questa Juventus non è (più) quella Juventus, che arrivava all’atto finale da romantica sfavorita, convinta che bastasse un supposto credito con il destino da riscuotere per aver ragione della delantera più forte di ogni tempo. La parola chiave è, per l’appunto, “destino”: il destino, nel calcio, non esiste. O meglio, il calcio del destino se ne frega. Così come se ne frega delle statistiche che vorrebbero i bianconeri finalmente campioni dopo quattro finali perse consecutivamente e/o di quelle che, di contro, raccontano di un Real che non può ancora buscarle dai nostri eroi nelle gare senza domani. Se davvero contasse tutto questo, il destino, il karma, i debiti da pagare o i crediti da riscuotere, la Juventus avrebbe qualche Champions in più in bacheca allo stesso modo di come il Madrid ne avrebbe qualcuna di meno: invece il rapporto è quel che è ed è ben noto. Il che non significa che sia giusto, intendiamoci, ma finché farà fede l’albo d’oro questo è.

Spesso, negli ultimi anni e io per primo, abbiamo provato a vedere dietro i nostri tribolati cammini europei la mano oscura di un’Eupalla perfida esecutrice della legge di Murphy. E magari qualche volta (ok più di qualche volta, ve lo concedo) ci ha detto sul serio male oltre i nostri effettivi demeriti (Monaco 1997 resta un qualcosa di inimitabile a certi livelli), ma se si guarda indietro smettendo la lente d’ingrandimento del rimpianto, ci si accorgerà che di finali giocate male (Amsterdam 1998, Manchester 2003), in attesa degli eventi (Atene 1983) o con un eccessivo timore reverenziale verso gli avversari (2015) ne è piena la nostra storia. Semplicemente, il crederci in balìa di qualcosa di più grande di noi ci ha sempre frenato quando si trattava di essere artefici del nostro stesso destino.

Ma la storia può essere cambiata. Lo leggo negli occhi di Bonucci e Marchisio durante le interviste, nelle parole di Allegri in conferenza stampa, nel modo di stare in campo di una squadra finalmente consapevole della propria forza, dei propri mezzi, dei propri limiti: che sia contro Porto, Barcellona o Monaco cambia poco. Prendendo come riferimento le finali di fine anni ’90 non è difficile trovare una prima, fondamentale differenza: allora, prima e durante LA partita, c’era sempre qualcosa che non andava, un calciatore non al meglio, una condizione mentale rivedibile, qualche scelta cervellotica di formazione di troppo, il dettaglio trascurabile che si trasformava in problema irrisolvibile; oggi la Juventus è una squadra fisicamente e mentalmente pronta a giocarsela al meglio sempre, comunque, contro chiunque. Lo dimostra l’autorevolezza del cammino che ci ha portato al Millennium Stadium: non sporadico miracolo favorito da congiunzioni astrali fortunate, ma un percorso netto, con poche sbavature, da grande che merita di sedersi al tavolo delle grandi. Non più evento di cui stupirsi, ma normalità dell’ordinario in attesa che possa compiersi lo straordinario.

Sia chiaro, non si deve pretendere la vittoria ad ogni costo. Non è giusto di base, non lo è a a maggior ragione in questa partita contro questo avversario. Sarebbe giusto, invece, attendersi una Juve che scende in campo libera dalla preoccupazione di ciò che sono gli altri, preoccupandosi solo di ciò che è lei. Non è facile, soprattutto visti i precedenti al momento dell’atto finale, ma è l’ultimo e necessario step da compiere per provare davvero a prenderci quella Coppa che odiamo e desideriamo con tutte le nostre forze in egual misura. “It’s time” non è solo una riuscitissima campagna social, è l’hic et nunc da interiorizzare per sfidare Real, la presunta maledizione delle finali e tutti i demoni che questa comporta. Abbiamo un allenatore che sa leggere le partite, la BBC al suo massimo, Dani Alves che sa come si fa, Dybala e Higuain, Pjanic e Marchisio, Mandzukic e Alex Sandro, Buffon e il suo orgoglio di essere lì quando non avrebbe più dovuto essere lì. Abbiamo tutto per crearci da soli il nostro destino, senza subire (e lamentarci di) quello altrui: vincere o perdere, poi, è davvero questione di dettagli ma se non sei tu ad andare verso il tuo obiettivo, puoi scordarti che sia lui a venire da te. Nel calcio come nella vita.