ITALIA-SVEZIA Il guizzo che rompe l'equilibrio tattico

di Davide Terruzzi |

Le prime partite degli Europei sono una dimostrazione del valore degli allenatori e del loro impatto sulle squadre: se il primo compito è quello di non fare danni, si può dire che diversi hanno finora frenato le potenzialità dei giocatori a disposizione, mentre altri stanno cercando di sopperire con l’organizzazione a mancanze di qualità. Il commissario tecnico della Svezia, a differenza di quanto fatto da Wilmots, ha dimostrato di aver studiato nei dettagli i meccanismi di Conte imbrigliando l’Italia e capitolando solo nel finale: una partita ricca di errori tecnici, con poche emozioni, molto bloccata tatticamente.

Gli azzurri vengono schierati con il consueto 352 con un solo cambio rispetto la gara d’esordio: la novità è rappresentata da Florenzi come esterno di sinistra. La Svezia viene messa in campo con un 442 con tre modifiche, una per reparto, rispetto il match con l’Irlanda: dentro Johansson, Ekdal, Guidetti.

I primi minuti di gioco rappresentano una sintesi perfetta di quello che sarà l’intero andamento della gara: Hamren non concede gli spazi centrali per innescare immediatamente le punte e mette in campo la propria squadra con un ordinato 4411 dove Guidetti è chiamato ad abbassarsi su De Rossi. Il piano partita è semplice ma funzionale: la Svezia è corta, compatta orizzontalmente e verticalmente, la manovra dell’Italia viene convogliata sulle corsie laterali, i difensori sono stretti, pronti a scappare per negare gli inserimenti degli interni e sono molto aggressivi sugli attaccanti.

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Da notare anche la posizione alta di entrambi gli interni.

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Compattezza orizzontale e verticale della Svezia.

Viene lasciato il giro palla ai tre difensori con gli esterni di centrocampo che escono in pressione su Chiellini e Barzagli con un angolo particolare per negare l’appoggio semplice verso Florenzi e Candreva.

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L’angolo particolare col quale gli svedesi negavano l’apertura sugli esterni. Da notare la posizione di Giaccherini e Candreva con i piedi sulla linea laterale.

Questa organizzazione difensiva non si sposa con una manovra efficace: le spaziature sono poco razionali con una squadra che porta più uomini nella stessa zona senza riuscire a creare superiorità posizionale; inoltre le distanze tra compagni tendono a essere fin troppo dilatate (specialmente tra difensori centrali e terzini) comportando un ristagno orizzontale della manovra.

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L’interno esce sul terzino; le punte sui centrocampisti. L’impostazione viene lasciata ai difensori senza grande pressing. Le distanze tra i due centrali difensivi e il terzino sono eccessive.

Una sintesi del primo tempo.

L’Italia concede il possesso palla agli svedesi con la solita intenzione di chiudere le linee di passaggio verticali; le due punte partono bassi sui due centrocampisti centrali lasciando l’iniziativa ai difensori centrali; gli interni escono sui terzini. La squadra è ordinata, corta e compatta: complice la sterilità della manovra svedese, Buffon non subirà un tiro in porta. Il nemico numero uno era stato chiaramente evidenziato in Zlatan Ibrahimovic: in area viene preso in maniera efficace dai tre difensori, mentre quando si abbassa gli azzurri si preoccupano di assorbire gli inserimenti e i tagli degli esterni negandogli così le possibilità di premiare il movimento dei compagni. Gli unici due pericoli (con Ibrahimovic in entrambe le occasioni pescato in fuorigioco) arrivano dopo sbavature del centrocampo; nella prima De Rossi è in ritardo nella chiusura, mentre nella seconda il trio della mediana accorcia lentamente e poi non sale in maniera aggressiva permettendo un cross ben eseguito.

L’atteggiamento tattico della Svezia impedisce all’Italia di sviluppare il proprio gioco. Conte inizialmente chiede agli interni di allargarsi il più possibile alzando le posizioni degli esterni; gli svedesi, non seguendo il movimento di Giaccherini e Parolo, negano la verticalità ai difensori che non possono servire le punte.

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Parolo sulla linea laterale, Giaccherini si inserisce centralmente. La giocata è per una delle punte ma la marcatura stretta dei centrali complica l’efficacia delle giocate.

Così l’Italia, complici anche i numerosi errori tecnici, non solo non riesce a costruire una credibile manovra interna, ma è lenta nella circolazione perimetrale permettendo alla Svezia di scivolare senza problemi. Conte, nel secondo tempo, accentua ancora maggiormente quando visto in precedenza e alza l’interno sul lato forte sulla stessa linea delle punte, mentre l’altro si apre sull’esterno per ricevere i diagonali dei difensori e trovando la Svezia in situazione di inferiorità numerica.

La posizione degli interni in questo video.

L’indicazione ai difensori è quello di ricercare con maggiore frequenza i cambi di fronte con passaggi in diagonale aumentando la velocità e l’intensità stessa dei passaggi. Così nasce l’azione che porta alla traversa di Parolo, mentre la rete decisiva di Eder arriva in una delle rare occasioni, l’unica, in cui le distanze tra difesa e centrocampo della Svezia sono dilatate e l’attaccante ha la possibilità di puntare i difensori in campo aperto; non è un caso che il gol è frutto di una situazione non canonica, quasi improvvisata sulla quale gli svedesi si son fatti trovare impreparati.

In una competizione così breve i risultati sono fondamentali e contano più di ogni altra cosa. L’attenzione però non può non essere spostata sulle difficoltà incontrate dall’Italia contro una squadra organizzata tatticamente che non ha ripetuto gli incredibili errori del Belgio. Ci qualifichiamo agli ottavi con una gara d’anticipo – contrariamente a ogni aspettativa -, ma nonostante il clima di festa nazionale non si possono trascurare i limiti della nostra squadra: il gioco di Conte è difficile e complicato, la qualità degli interpreti non sembra essere all’altezza per questi meccanismi. La Svezia ci ha studiato e ci ha reso complicata la vita: Conte non cambierà le proprie idee (e fa bene), ma bisogna far affidamento anche sulla cattiva tenuta tattica delle altre squadre. L’Italia è questa: fase difensiva efficace – il pressing non è offensivo ma la squadra è organizzata -, transizioni spesso inesistenti, qualità della manovra offensiva dipendente dagli errori dei singoli.