Da Istanbul a Madrid (passando per Berlino e Cardiff)

Andarci vicino conta solo a bocce.
Ma a calcio più ti avvicini più puoi avere possibilità di vincere.

Dopo 6/7 anni di vittorie italiane indiscusse (e almeno un altro triennio in cui la Juve parte da favorita) si è concluso un quadriennio Champions come non se ne vedevano da 20 anni, dall’epopea di Lippi.

A che punto è l’evoluzione Juve in Europa? Siamo più lontani da quella Coppa che al 70° di Berlino sembrava alla portata, lontana solo un destro di Tevez o di Pogba? O siamo più vicini adesso alle vincitrici, a mezzo fischio da quella che ne ha vinte 3 delle ultime 4?

Io ho una sensazione di crescita.
 

 BERLINO  

Il primo anno la Juve è andata fin troppo oltre, un’accelerazione imprevista che l’ha portata in finale tra sorteggi felici (Borussia in crisi agli ottavi, Monaco ai quarti) e una doppia sfida cazzuta e fortunata con un Real meno ingiocabile di quello attuale, con fondamentali defezioni a centrocampo. La finale arrivò in modo inaspettata per tutti (che, con Conte, ci aspettavamo anni di crescita prima di rivedere la gara secca). 

Vero è che dopo un 1°t. dominato da un Barcellona all’apice (MSN davanti, Busquets-Iniesta-Rakitic al top) la Juve sembrò poter raccogliere i frutti di una difesa stoica, del miglior centrocampo di Allegri (Pirlo-Vidal-Pogba) e di una coppia d’attacco  strepitosa (Morata-Tevez), ma la sensazione fu quella di un treno perso, di una chance forse irripetibile.

 

 MONACO  

Al contrario l’anno successivo, pur uscendo agli ottavi, per un sorteggio infelice che ci mise davanti un Bayern di Guardiola che sembrava il City di quest’anno, Monaco ci lasciò negli occhi una Juve capace di fare imprese inaspettate (come nella gara d’esordio a Londra col City) eD in grado di gettare cuore e testa oltre il muro del gap tecnico con i bavaresi.

Tuttavia, la gara di andata a Torino aveva dimostrato una differenza abissale tra noi e loro e al ritorno, concludere la gara con Pereyra-Sturaro-Hernanes (ed Evra centrale) ci restituì l’impressione di un Davide sfortunato contro un Golia barcollante che però alla fine riesce ad assestarti la mazzata decisiva.

 

 CARDIFF  

Il terzo anno è quello della crescita decisiva, impetuosa: difesa all’apice dello strapotere, due tra i terzini più forti al mondo (Dani Alves ed Alex Sandro), un centrocampo di esperienza, garra e classe (Cuadrado, Pjanic, Khedira, Mandzukic) e una coppia argentina per certi versi ancora più forte e meglio assortita di Morata-Tevez.

La Juve finalmente conduce quelle gare autorevoli ed in controllo contro le medie d’Europa: Porto soggiogato andata e ritorno, il sorprendente Monaco, sculacciato come un topolino nelle grinfie di un gattone sornione. E, per la prima volta, arriva LA gara prepotente contro una big: il 3-0 al Barcellona, lo stesso di Berlino (MSN davanti) infilzato ripetutamente e sterilizzato al Camp Nou.

Non a caso molti si illusero di vedere una finale alla pari col Real, non più un underdog contro una macchina da guerra, una 500 che provava a fregare un carrarmato. Quella illusione, durata 45′ e spazzata via da un Real dominante come mai, ci aveva talmente sconvolto da portare le sue scorie, nella squadra e nelle tifoseria per lunghi mesi. “Non saremo MAI come loro“. Arrendiamoci.

 

 MADRID  

Una resa protratta dal mercato non sfavillante (non come 12 mesi prima) e un’involuzione di gioco per rimediare ai troppi gol presi, finendo per diventare cinici e sparagnini, troppo.

I 3 gol presi al Camp Nou avevano prolungato la sensazione post-Cardiff di inferiorità. Anche la rimonta di Wembley, aveva il retrogusto amaro di una squadra poco squadra, che non molla e ha singoli letali, ma in 180′ era stata inferiore, nel gioco, nel ritmo e nella personalità.

Ecco perché il doppio confronto col Real rinfranca, al di là del risultato, quell’idea di crescita che ci sta a cuore. 3 tempi su 4 alla pari con i Campioni di tutto. Una sfida a colpi di pugni assestati di qua e di là, armi strategiche diverse ma più affini di quanto invece ci separa da altre super-big il Barca di Enrique o il Bayern di Guardiola.

A Torino la Juve ha giocato per un tempo anche meglio del ritorno ma ha commesso due errori banalotti, puniti da un CR7 stratosferico (2 gol ai primi 3 tiri), prima della (sfortunata) sciocchezza di Dybala che aveva dato il via allo show blancos, per una gara da 0-5.

A Madrid la Juve ha di nuovo impattato ad armi pari il Real, approfittando di una difesa più svagata e forte dello 0-3. La gara è stata simmetrica: 0-1 dopo 2 minuti, poi una serie di riprese pari, qualche round marca Juve e altri col Real ai punti. Come all’andata lo 0-2 alla fine di una fase in cui Isco e soci si sono fatti preferire e lo 0-3 dopo un’ora di gioco.

La differenza l’ha fatta quel tempo di gioco a Torino in 10, con la squadra sbracata per larghi tratti, prima di riprendersi e sfiorare anche l’1-3 finale.

 

 CICLO CONTINUO  

Siamo cresciuti. Dopo un 3-0 casalingo al Barca (impensabile anni prima, nel ghiaccio di Istanbul), arriva uno 0-3 (sì, è vero, 1-3) al Bernabeu, altrettanto inimmaginabile dopo Cardiff e dopo l’andata.

E’ il primo anno in cui la Juve ha la forza di andare a ribaltarla in casa della più forte di sempre (dati alla mano) non con foga straripante alla Klopp, né con la gara della vita della Roma col Barca, ma con pazienza, lucidità e cinismo da Grande Squadra, nel più Grande degli Stadi. Il gol di CR7 serve ai tabellini (e forse alla 13° del Real) e ci dà l’ennesima mazzata psicologica ad un passo dal paradiso, ma non sposta la prestazione e la sensazione: la Juve è Grande, più grande di Berlino, più grande di Cardiff.

Nel frattempo le altre sono identiche (il Real con 9/11 del 2015 e gli stessi 11 di Cardiff) o non sono migliorate (vedi il Barca con Iniesta in difficoltà e i ricambi Paulinho e André Gomes, e col solo Suarez, in crollo verticale, con Messi non più spalleggiato da Neymar), anche il Bayern non è più quello favoloso del tridente Ribery-Lewa-Robben,

La qualità, Real a parte, pare essersi livellata e diluita, col PSG di Neymar e Mbappé cozzato sul Real, che però prima o poi infilerà una CL, col City castigato inusitatamente da un Klopp, sempre sbalorditivo in CL.

Se prima Real, Barca, Bayern erano irraggiungibili e PSG, City, ManU o Liverpool erano molto meno forti, ora le 3 superpotenze sono state umanizzate, mentre le altre sono diventati più temibili.

Al contrario, la Juve ha cambiato 9 titolari su 11 in quattro anni, ha più profondità, più consapevolezza, uomini di esperienza – Khedira, Matuidi, Mandzukic, Costa, scarti di altre big che reggono il confronto con Casemiro, Kroos e Modric o bullizzano Marcelo e Carvajal. E ha punte letali che ti risolvono gare dimesse come quella col Tottenham.

La Juve è cambiata totalmente eppure è rimasta lì, anzi, è più forte! Non ha avuto la forza economica di tenere uomini decisivi (Pogba, Vidal, Morata, Coman, Alves, Bonucci), ma non ha perso il suo valore! Sintomo di capacità e di un ambiente che travalica partenze e cessioni e rigenera giocatori scartati o in calo altrove.

La Juve è un ciclo continuo, cambia 18 giocatori su 24 da Berlino, eppure vince 1-3 al Bernabeu e ha in mano i ricambi dei due più logori (Szczesny per Buffon e Caldara/Rugani per Barzagli). Inoltre, la Juve è tra le poche a saper cambiare atteggiamento: umile  e provinciale, arroccata sulla difesa quando serve, o con qualità e gioco offensivo adatto a ferire le migliori squadre europee del 2018 (Tottenham e Real Madrid).

Se dopo Berlino e Cardiff ero convinto (come tutti) di aver perso una chance irripetibile, se dopo l’andata eravamo convinti di essere scivolati via dal gotha Europeo, verso un’involuzione tattica e un fatturato da 10°-12° club in Europa, ora sono estremamente positivo.

Non ci sono treni persi, ma solo il dovere di passare ogni anno i gironi ed evitare le solite 3 agli ottavi. Dai quarti in poi i giochi sono aperti, la Juve c’è e non tradisce, anche dopo uno 0-3 in casa dal Real.

La Champions non si può “pianificare”, nessuno può, figuriamoci un club con la metà del budget delle 4-5 che le sono davanti, ma la Juve ha mezzi per pianificare la presenza nelle prime 8.

A quel punto non sarà mai la favorita, ma sarà sempre la più dura da battere.