Io e Simone Inzaghi

di Valeria Arena |

Una quindicina di anni fa ero in vacanza in Sardegna con la mia famiglia, all’epoca meta prediletta di numerosi calciatori avvezzi a vita mondana, bollicine e belle donne, prima che le isole spagnole prendessero definitivamente piena egemonia. Durante una delle tante ispezioni nel cuore della ormai fu Costa Smeralda, non riuscii a incrociare neanche un giocatore bianconero – non so, forse frequentavano altri mari – ma in compenso collezionai una sfilza di calciatori del Cervia di Ciccio Graziani da fare invidia a tutte quelle compagna di classe con le quali scambiavo foto e figurine, ancora gelosamente custodite nel cassetto della mia stanza, Giuseppe Pancaro, Briatore (unico juventino avvistato) con Naomi Campbell e Simone Inzaghi, che per la me adolescente è sempre stato il fratello sfigato e sfortunato di Filippo.

Sepolta tra i cimeli di casa, esisterebbe quindi anche una mia foto accanto a un giovanissimo Inzaghi jr, all’epoca giocatore della Lazio. Ricordo che l’umore non era esattamente dei migliori, non solo perché ero fermamente convinta di essere l’unica sfigata non in grado di incontrare un calciatore decente lungo le scintillanti coste del Nord della Sardegna, che so, un Nesta, uno Zambrotta o un Cannavaro (il maggiore ovviamente), ma soprattutto perché di Simone Inzaghi – che mi perdoni adesso – non me ne poteva fregare di meno. Magari per Filippo avrei pure sorriso in foto, ma il minore no, non se lo meritava.

Una decina di anni dopo, però, come nei più riusciti film della Disney, succede il colpo di scena. Simone spezza le catene dalla sindrome di Cenerentola, mette la freccia e supera il fratello, diventando uno degli allenatori italiani più interessanti in circolazione, oltre che bravi. Certo, direte voi, il battesimo di fuoco di Filippo sulla panchina di quel Milan lì non può essere paragonabile al gavetta del fratello minore, ma è altrettanto vero che forse in famiglia il talento è stato equamente distribuito: uno incisivo in area di rigore, l’altro in panchina. Neanche alla Walt Disney Company scrivono sceneggiature così struggenti e commuoventi, su.

Improvvisamente quella foto inizia ad acquisire valore. Ci ho pensato la prima volta durante la scorsa stagione di seria A, con una super Lazio nei mesi finali, ho continuato a rifletterci dopo la sconfitta in Supercoppa e ne ho la certezza assoluta adesso che continuo a leggere in giro che Simone Inzaghi potrebbe essere un serio candidato alla panchina della Juventus per il dopo Allegri. Idea che, a dir la verità, mi piace molto (soprattutto perché, essendo ancora la sfigata di quindici anni fa, diventerebbe la mia prima foto accanto a un tesserato bianconero. Anzi, diventerei la prima ad essere stata fotografata insieme al nuovo allenatore della Juve). Lo so, non sono più credibile perché la vana gloria sembra aver preso il sopravvento, ma a me, Simone Inzaghi, piace davvero. Lo giuro sulla foto. E sulle sacre figurine del Cervia di Graziani, che ormai varranno anche un bel po’ sul mercato.

Mi sento tanto Marty McFly nel corpo di Pippo Baudo, per cui vado in garage a cercare gli scatti di quell’estate, nella speranza che non siano stati distrutti, così da poter dire in giro che io l’avevo capito prima. Che a me, Simone Inzaghi, piace da sempre. Ed è sempre piaciuto più del fratello, pure quando quest’ultimo vestiva la maglia bianconera.

Ho le prove, non potranno non credermi.

 

Ps: un giorno, poi, vi racconterò pure di quando, facendo scalo a Fiumicino partendo da Venezia, condivisi l’aereo con la prima squadra della Lazio che rientrava dal ritiro. E ve lo racconterò solo quando uno di quelli che sedevano accanto a me diventerà un calciatore della Juve, altrimenti vantarsi non avrebbe senso. Ma questa è un’altra storia.