Io e le finali

di Juventibus |

coreografia juventus cardiff

Quando consegni la tua vita alla condivisione pubblica dell’amore, succede che le occasioni importanti si trasformino in epiche sfide contro il destino.

 

Ho visto centinaia di concerti ed il bello, lì, è che non c’è chi vince e non c’è chi perde. Certo forse è anche il suo brutto ma, quando esci dallo stadio, sei con migliaia di persone tutte sintonizzate sulle stesse emozioni. Non tutte uguali, ma in qualche modo armoniche… c’è chi ha pianto pensando ad un amore buttato via per sbaglio, chi ha sorriso pensando ad un ricordo cristallizzato nelle note di quella canzone, chi ha ascoltato in silenzio ogni parola digerendone il senso profondo perché magari era la prima volta che assisteva ad uno spettacolo così…

 

Ho visto centinaia di partite ed il bellò, lì, è che c’è chi vince e c’è chi perde. Certo forse è anche il suo brutto: quando varchi la soglia dell’arena, poggiando i piedi su un cemento che prende la consistenza delle sabbie mobili, sai già che ti aspetta la vita. O la morte. Nella vita, episodica e passeggera, c’è la festa, ci sono gli abbracci, ci sono io che rotolo giù dai gradoni dello stadio noncurante dei poveracci intorno a me che avranno subito le conseguenze del mio pogo manco fosse un concerto dei Pantera. Ma nella morte c’è l’oblio, il lento appropinquarsi del confronto con i nemici che mi aspettano a casa. E non solo, mi aspettano sull’uscio dei mio Facebook e del mio Twitter perché sì, hanno ragione, è lì che ho nascosto il mio cinismo ed il mio essere politicamente scorretto, nonostante il ruolo, nonostante le amicizie. Nonostante tutto. Così la vita sembra breve ed improvvisa, foriera di un godimento elettrico. Così la morte sembra lenta e dolorosa e ripaga tutte le sofferenze ed i sacrifici fatti per arrivare qui, fino alla fine, con un male che a descriverlo non si riesce. Forse è meglio viverlo, per un pazzo masochista che di finali ne ha viste troppe.

 

(…) Sono nella mia stanza, a Roma, straniero in terra neutra e domani non sarò in trasferta. Io no. Giocherò in casa, prenderò il mio motorino e percorrerò viale Tiziano, supererò i venditori di sciarpe biancocelesti ed i gruppi di tifosi agli angoli delle strade. Camicia di jeans e, sotto, la maglia numero 40. Sotto la maglia un altro strato, una voglia disperata di vedere il tramonto sul gol del Pipita, perché al Foro è tutto più bello. Ma nel cuore, e nella testa, ci sarà Cardiff. Il viaggio già organizzato nei minimi dettagli, la sincera inquietudine per l’epilogo di un anno vissuto intensamente. E la certezza che, fino alla fine, ci abbiamo provato. Tutti insieme, anche se gli altri non capiranno.

 

Alessandro Allara