L’inverno del nostro scontento

scontento

Adriano Olivetti nasce a Ivrea nel 1901.
Rivoluzionerà l’imprenditoria italiana trasformando l’azienda di famiglia in una delle più importanti del mondo.
Trasformerà anche la sua città natale investendo parte dei profitti aziendali nella comunità.
E così mentre giravo per il centro della città piemontese, in passato nota per essere il più grande maneggio a cielo aperto dell’impero romano, ora famosa per “LA Olivetti”, quel teatro che dall’alto ricorda una macchina da scrivere e la battaglia delle arance a carnevale pensavo “stasera vado a vedere la Juve allo stadio”. Deciso, convinto.

Poi come sempre succede in questi casi gli appuntamenti si prolungano molto oltre il previsto, e il progetto salta miseramente.

Così guardo la partita da solo e mentre passano i minuti, al caldo della mia stanza mentre allo stadio la gente si assidera che è una bellezza, cercando di non abbioccarmi per il contenuto tennico/tattico non proprio eccelso del match mi salgono 2 pensieri:
1 era meglio se guardavo Lucchese-Livorno
2 stai a vede che a fare tardi m’é andata bene.

Leggendo qua e là, tra sms, gruppi whattsap e social mi accorgo che la sensazione è condivisa.
Abbiocco, noia, improbabili derby toscani… Cosa ci sta succedendo? Ci siamo imborghesiti troppo?
Abbiamo elevato troppo le aspettative e soprattutto le pretese su questa Juve o è la Juve che mette tristezza a guardarla?

Nessuna posizione merita il confino o il ritiro della patente da tifoso, perché è vero che si lavora sempre per migliorare e da osservatori interessati, hobbisti di lusso e tifosi è normale aspettarsi e sognare la propria squadra padrona dell’avversario sempre e che esprima il gioco più bello possibile ogni benedetta domenica (e lunedì).
“Non ci si può turare il naso solo perché arrivano i risultati” dicono molti. Hanno ragione, la prestazione va oltre il risultato, ma non ci si deve nemmeno far influenzare dalla narrazione drogata di questi ultimi anni che vorrebbe far diventare il calcio un concorso di bellezza, in cui l’estetica è il primo criterio e il punteggio è un semplice optional di cui si può fare anche a meno.

Tuttavia ogni discorso va contestualizzato:
Siamo a gennaio e non è questo il mese in cui chiamare le majorette. Bisogna essere concreti: gennaio è la pista di lancio, la rincorsa per i mesi e le partite più importanti che verranno.
Quando vedremo, a gennaio, una Juve che va a mille sarà il momento di preoccuparsi veramente.

Bisogna anche considerare un altro aspetto legato al contesto;
La Juve sta facendo un campionato straordinario, parlando in termini di risultati: oltre al passaggio del girone di CL e l’approdo tranquillo alla semifinale di Coppa Italia, in campionato 53 punti in 21 giornate sono tantissimi.
L’avversario diretto il Napoli sta facendo ancora meglio, ma per ottenere questo ha buttato a mare qualsiasi zavorra possibile (Prima la CL, poi la Coppa Italia e presto potrebbe farlo anche con l’Europa League).
Per il Napoli uscire al girone di Champions non è stata una tragedia, per la Juve sarebbe grave non arrivare ai quarti. Contesti diversi, esigenze diverse, calcoli diversi.
In un campionato che sembrava essere una torta da spartirsi almeno in 4 e da giocarsi all’ultimo morso Inter e Roma si sono squagliate coi primi freddi.

Considerato il contesto bisogna anche analizzare la partita serenamente: è stata brutta, brutta in crescendo, con un finale che ci ha tenuto svegli solo per la tensione e la paura di prendere la fregatura nel finale.
Non significa godere nel vedere gli esacampioni temere un Frosinone bis, chiudersi in difesa “tutti dietro” contro l’armata genoana che ancora deve tirare in porta.
Non significa esultare all’ingresso di Sturaro, Asamoah e Barzagli (l’ultimo ormai è un cambio fisso) a ricostruire una linea Sigfrido vestita di bianconero.
Non significa negare la depressione del pipita, che è anche la nostra quando lo vediamo arretrare e lottare come come Bonini a metà campo a portare acqua per nessuno, per conquistarsi un caspita di pallone che davanti sa già che non gli arriverà mai manco se glie ne lanciasse uno apposta il raccattapalle.
Non si può essere felici nel vedere i palloni sparati davanti, le idee appannate, i lanci horror di Chiellini che finiscono in tangenziale, giocatori che non fanno mai 2 volte gli stessi movimenti (ahi voglia a dare la colpa ai carichi di lavoro… ahi voglia a dire che così confondi gli avversari, alla Oronzo Canà).

Ma ho goduto moltissimo al fischio finale, perché se il calcio è metafora perfetta della vita, certe giornate, come certi giorni, fanno solo volume e sono soltanto da portare a casa, in un modo o nell’altro.
Juve Genoa non entrerà nella storia, una stazione di periferia presso cui non si fa fermata e pazienza se il tempo era pessimo, il vagone malpreso e la stazione a pezzi, contava passare oltre indenni col controllore a obliterare i 3 punti.
Le gite turistiche arriveranno, e saranno bellissime.