Napoli, gli esami e l’Intercontinentale del 1996

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Vi è mai capitato di scoprire che tra voi e un appuntamento, un incontro o un momento che aspettavate da anni si frapponga un qualcosa di improrogabile e allo stesso tempo inaspettato?
Probabilmente la risposta è “sì” ma se dovessi raccontarvi qual è stata la mia prima volta in cui ho dovuto fronteggiare un bivio così drammatico, finirei col parlarvi ancora una volta di Juventus.
Ebbene sì, perché la nostra amata è tanto grande da prendere posizione dominante praticamente in qualsiasi momento delle nostre giornate e così, il 26 novembre del 1996, la data che gli dei del calcio avevano scelto per darmi una seconda possibilità di vedere, e magari vincere, la mitologica “Coppa Intercontinentale”, era fantozzianamente la stessa che gli dei dell’Università di Napoli avevano scelto per farmi affrontare l’esame scritto di Disegno meccanico, esame peraltro contraddistinto dal fatto che, per guadagnartelo, dovevi avere il 90% di presenza al corso settimanale durato sette mesi.

Con la coppa Intercontinentale avevo un rapporto complicato, perché undici anni prima i miei 8 anni furono giudicati non sufficienti per una sveglia notturna alle ore 4 del mattino da quel padre che mi aveva sì dato la fede bianconera, ma quella notte mi tolse una gioia che aspettavo da mesi.
Del resto, con lucidità, non potevo dargli colpa se qualcuno aveva deciso che quel trofeo si assegnava a gara secca da disputarsi a Tokyo, dall’altro capo del mondo, e che a quei tempi contava più o meno zero che i tifosi delle squadre coinvolte dovessero star svegli di notte per vedere la partita.
Quindi amen, niente trombette giapponesi in loop, niente gol meraviglioso di Le Roi annullato per motivi ancora oggi misteriosi, niente gol di Michelino Laudrup sfidando le leggi della fisica e niente sfilata in diretta di Scirea, Bonini, Brio e soci che corrono con la coppa in mano e indossando la maglia rossa dell’Argentinos Juniors, ma appuntamento a quando il destino mi avrebbe regalato la seconda possibilità e, ovviamente, la seconda coppa dei Campioni, in un’epoca in cui non avremmo immaginato nemmeno lontanamente quanto sarebbe diventato difficile per la Juve del futuro vincere quella dannata coppa.

Così, dopo la sbornia di quella notte romana di maggio, avevo segnato sul calendario il 26 novembre con doppio circoletto rosso e anche il fatto che dovessimo affrontare un’altra compagine argentina mi sembrava realmente la chiusura del cerchio.
Ma non avevo fatto i conti con l’Università, con quel dannato esame e, se vogliamo, ancora un’altra volta con Tokyo che, prima di essere definitivamente soppiantata assieme all’Intercontinentale stessa, si era piegata allo spostamento della partita ad un orario più adeguato per gli spettatori europei, creandomi però ulteriore danno visto che stavolta avrei potuto serenamente svegliarmi in piena notte senza chiedere permesso a nessuno, ma le sessioni di esami universitari erano di mattina e il calcio d’inizio era fissato per le ore 11.

Arrivati a questo punto voglio dare per scontato che nessuno tra quelli che stanno leggendo pensi che abbia rinunciato alla partita, per cui, mandati a “banane” 7 mesi di frequenza obbligatoria e quasi mezzo anno di programmazione degli studi, c’era da risolvere il secondo grande problema: il decoder Tele +.
In questo caso, l’epoca precedente alla globalizzazione dei diritti televisivi e degli orari infami mi venne in soccorso perché la prima forma di calcio a pagamento era trasmessa appunto da Tele+ con una tecnologia che non necessitava come requisito fondamentale della parabola, ma di un semplice decoder collegabile a qualsiasi televisione, e naturalmente quello era il primo anno che questa innovativa forma di pay tv aveva acquisito i diritti del massimo trofeo mondiale per club.

Fu così che identificai come benefattore il mio amico Marco che, come la quasi totalità dei miei amici, era (ed è) un accanito tifoso del Napoli ma che non esitò un attimo a disdire anche i suoi impegni, staccare l’ambito decoder dalla tv di casa e portarlo da me dove lo aspettavamo in tre, tutti rigorosamente juventini.
Questo particolare mi fa riflettere molto e mi fa tornare agli anni vissuti nella mia città in cui la rivalità era sempre sanguigna e accesa, ma non rancorosa e tesa come ai giorni nostri: vi immaginereste in questo periodo un amico tifoso del Napoli ( o magari dell’Inter) che vi presta il suo abbonamento per vedere in compagnia l’odiata nemica vincere il mondiale per club?
L’amicizia è amicizia, e sono sicuro che Marco farebbe la stessa cosa per me anche oggi ma senza avere troppi emuli.

Le cose di campo, almeno per un appuntamento così importante della nostra storia le ho relegate alle conclusioni finali perché credo che siano pochi i tifosi juventini che non sanno che quella fu l’ennesima partita dominata ma vinta di misura, nei minuti finali e quasi per grazia ricevuta, come in fin dei conti era stata anche la stessa Coppa dei Campioni qualche mese prima.
Tutti sanno che la linea di collegamento tra la campagna di Giappone del 1985 e quella del 1996 fu la maglia numero 10, e che entrambe furono vittorie della fantasia, del calcio spettacolo, dei gol che non dimentichi più.
Chiudo gli occhi e ventidue anni dopo sento ancora Massimo Marianella urlare con una voce che mi ricordava un collegamento telefonico, vedo ancora il ragazzo di San Vendemiano correre inutilmente rincorso dai compagni di squadra, con indosso una delle maglie più belle di sempre (ripulita da sponsor come antica tradizione voleva solo per quella partita) in una delle Juventus più forti di sempre.
Mezz’ora dopo il telegiornale annunciava “la Juventus si è da poco laureata per la seconda volta nella sua storia Campione del Mondo per club” e credo che l’adrenalina ci abbia messo diversi giorni per scemare.
Avevo riscattato il mio rimpianto sportivo più grande, non senza salti mortali, e stavolta mi sentivo davvero campione del Mondo; a conti fatti, per quella che fu la Juve di Lippi negli anni successivi, compreso il secondo ciclo dell’allenatore viareggino, è stato davvero un peccato sulla soglia dell’inspiegabile non essere tornati più dall’altro lato del pianeta.

Ah, io l’Università poi non l’ho mai finita, ma almeno in questo la Juventus non c’entra nulla.

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