Sulle intercettazioni, Marotta e la Gazzetta

di Massimo Zampini |

Ieri alcuni siti (per primo “ilnapolista”) hanno pubblicato la trascrizione di intercettazioni che riguardano Beppe Marotta impegnato a tutelarsi per l’uscita sulla Gazzetta dello Sport di un articolo che lo ritrae, in modo poco corretto, accanto a personaggi implicati con l’inchiesta “Alto Piemonte” sulla ‘ndrangheta a Torino.

E’ comprensibile che per qualcuno la Gazzetta, per come ha trattato le intercettazioni di qualche anno fa – comprese quelle di nessuna rilevanza penale e sportiva – meriterebbe di capire sulla propria pelle quanto sia ingiusto e doloroso ricevere lo stesso trattamento. Ma noi non amiamo questa modalità selvaggia e poca rispettosa degli uomini, dei loro colleghi, delle loro famiglie e quindi ci fa piacere mantenerci coerenti con quanto abbiamo sempre detto e fatto.

Conoscere (divulgare, e speculare su) le intercettazioni senza alcuna rilevanza penale dei dirigenti di una sola squadra, o come in questo caso di un solo giornale, non fa giustizia parziale, ma crea una ingiustizia ancora maggiore, perché induce i tifosi delle altre squadre, o i lettori degli altri quotidiani, a credere di lottare contro forze maligne, che utilizzano metodi indecenti e sconosciuti ai propri paladini.

Nel caso di specie, il Napolista, forse imbeccato da Report (viene da sospettarlo perché al giro di autopromozione portato avanti negli ambienti più neutri e sereni del panorama sportivo italiano, dalla radio di Marione a Il Romanista, da quella di Auriemma a radio Kiss Kiss, mancavano appunto solo loro), ha tirato fuori, con titoli ammiccanti, delle conversazioni già valutate a loro tempo come del tutto ininfluenti ai fini penali e sportivi. Sorpresa delle sorprese: il giorno dopo Ziliani su Il Fatto riprende tutto (senza citare) e ci marcia alla grande.

Qui interessa soffermarci soprattutto sulla questione Marotta-Gazzetta dello Sport  (l’altro articolo de Il Napolista è ancora più surreale, con apparente sorpresa per le reazioni ovviamente sbigottite in ambiente Juve alla notizia della morte di Bucci): in breve, Marotta è infuriato per un articolo sulla rosea in cui compare la sua foto e viene associato a personaggi che con lui non c’entrano nulla, per questioni di nessuna rilevanza (un provino fatto fare a un giovane, due biglietti per lo stadio) e fa presente al giornalista che lo stanno trattando ingiustamente, che l’articolo era allusivo, che non chiede certo di non scriverne ma, più semplicemente, che lui con certe storie e certi personaggi non c’entra niente.

Avverte che finora ha sempre collaborato con la Gazzetta, se il giorno dopo sarà pubblicato un altro articolo diffamatorio si comporterà di conseguenza. Il giorno dopo, a quanto pare, l’articolo verrà effettivamente pubblicato ma stavolta senza la sua foto e in formato più ridotto.

Quindi?

Quindi nulla di nulla, ovviamente. Un dirigente di una importante società non ama essere accostato a personaggi della ‘Ndrangheta (e le indagini confermeranno che non vi tenesse alcun legame), invita espressamente a non omettere di scrivere ma a farlo, stavolta, in modo corretto. Altrimenti sarà meno collaborativo con quel giornale: tutto assolutamente ovvio, a meno che voi, avendo a che fare con dei cronisti che vi diffamano, impazziate di felicità all’idea di collaborare con loro.

Non vi è alcuna minaccia, alcuna richiesta di omettere notizie o dettagli, il tutto viene inevitabilmente scartato in sede giudiziale e sportiva.

Eppure l’Italia è ahinoi questa spazzatura in cui, per i propri fini o i propri lettori, si calpestano diritti, persone, famiglie, in nome non della legge (ripetiamo, si fosse trattato di un reato, sarebbe corretto commentarlo a fondo), ma solo della solita presunta insopportabile moralità superiore.

Questo il lato davvero odioso di questa vicenda e di tutte quelle in cui si conoscono e diffondono conversazioni private non rilevanti penalmente: che tutti gli altri, quelli non intercettati, palesino indignazione per rapporti assolutamente consentiti, frequenti, diremmo quasi inevitabili, perché se mi incaricano di seguire l’Inter per lavoro per la Gazzetta e io non ho alcun rapporto con squadra e società, non ascolto eventuali accuse di diffamazione e non verifico che il tutto venga riportato correttamente (senza foto o titoli maliziosi, per esempio), io non sto facendo bene il mio lavoro, l’Inter non si fiderà mai più di me e sarò sempre meno utile al giornale (e ai lettori).

E’ dinamica del tutto legittima, che capita da sempre (o credete che il giornalista politico non parli con i politici, non ascolti eventuali indiscrezioni provenienti da loro, non si preoccupi delle incazzature per i fatti riportati in modo scorretto?), con gran parte dei giornali, delle squadre, dei giocatori, dei dirigenti.

L’importante, ovviamente, è non rinunciare mai a scrivere la verità. Quella sarebbe un’intimidazione, non certo la richiesta di scrivere in modo corretto e non diffamatorio.

Finché però chi ha la ventura di non venire intercettato fa finta di nulla, non conferma che si tratta di dinamiche frequenti, ma anzi palesa il proprio sdegno (“ma come, parlate con i dirigenti della società che seguite per lavoro e vi preoccupate per eventuali diffamazioni da evitare? Che vergogna!”), i suoi colleghi meno fortunati saranno sempre messi alla berlina, i tifosi delle altre squadre penseranno sempre che “questi della Juve decidono gli articoli in Gazzetta” (ecco, cari dirigenti bianconeri, se davvero li decidete voi, sappiate che siete disastrosi e vi riescono davvero male…) e via con la consueta indignazione, “i soliti arroganti” e tutte quelle lagne patetiche cui ci tocca assistere settimanalmente.

Perché a quanto pare, considerate le continue batoste inflitte sul campo, si continua a pensare che si debba eliminare la Juve fuori, alimentando un sentimento di indignazione anche quando non c’è nulla. E stavolta ne fa le spese la Gazzetta che però, beata lei, trova qualcuno che spiega, difende, fa distinguo e non ama mandare in rovina intere famiglie per qualche click in più o per il solo gusto del gossip.