Ma l’Inter è veramente un nemico?

di VittoAv |

L’Inter di Conte, ma soprattutto degli Zhang è davvero un Nemico?

La domanda, del tutto non provocatoria, benché in (apparente) contrasto con lo scandalo di Calciopoli e la rivalità sul campo, sorge alla luce degli avvenimenti del recente passato e presente. Chi non si illude che il calcio moderno sia soltanto tattiche e schemi, ma vede delle società di capitali che muovono cifre incredibili sui mercati mondiali, potrà serenamente leggere quanto segue con il beneficio del dubbio.

Juventus e Inter sono rette da due presidenti giovani ed entrambi eredi di imperi imprenditoriali. Cosa hanno in comune? La coincidenza di interessi finanziari e sportivi: espandere la notorietà dei rispettivi brand per conquistare nuove fette di mercato in ogni parte del mondo (lato Juve, evidenza ne è stata l’adozione di un nuovo logo filo-asiatico e il lancio della relativa linea di abbigliamento);  quanto alla parte sportiva, entrambi ambiscono concretamente ai massimi trofei in tutte le competizioni, con la Juventus che, da otto stagioni di fila, rende vane e frustranti le partecipazioni delle concorrenti, almeno a livello nazionale.

Come è noto, i rapporti tra i due sono sempre stati improntati a simpatia e stima reciproca: dalla sorridente partecipazione congiunta alla conferenza sul fair play finanziario in Bocconi, alla collaborazione nell’ECA (Agnelli, da Presidente, ha sostenuto l’ammissione di Zhang jr nel Board) e in Lega (emendamenti sulla regolamentazione dei ricavi dai diritti TV). All’insediamento di Zhang, Agnelli si recò in visita nelle sede dell’Inter (e del Milan, dall’ex manager Fassone) per discutere argomenti di cui non ci è dato sapere.

Veniamo ora al lato strettamente calcistico.

La Juventus di Agnelli ha costruito i propri successi iniziali su un gruppo dirigenziale coordinato da Beppe Marotta e, lato tecnico, dall’ex bandiera bianconera, Antonio Conte. Come sappiamo, entrambi hanno lasciato la società: il primo, per motivi tuttora non noti (ufficialmente), il secondo per dichiarate divergenze sulla gestione del calciomercato (di Marotta?). Con il secondo soltanto, a quanto si mormora, Agnelli avrebbe, in più, mantenuto sentimenti di delusione di natura personale, al punto da non volerlo riammettere alla guida tecnica della squadra per la corrente stagione, nonostante, all’interno della società, potesse esserci stato chi sperava che, fino all’ultimo, fosse lui a sostituire Max Allegri.

Ovviamente, la crescita finanziaria non può, per una società di calcio, prescindere dai successi sportivi, che devono essere conseguiti in tornei che stimolino l’interesse dell’utenza di riferimento. Per poter realizzare i comuni traguardi, posti in seno sia all’ECA sia alla Lega, è necessario, quindi, che vi siano più squadre in grado di lottare per il titolo nazionale e compiere percorsi apprezzabili nelle coppe europee: si pensi, ad esempio, alla proposta, accolta, di Agnelli, nella sua veste di vertice ECA, di estendere l’ammissione diretta alla Champions League alle prime quattro di Serie A. Al fine, dunque, di rafforzare altre squadre italiane -e considerati non soltanto i buoni rapporti (di Famiglia) tra Torino e Milano, ma anche, di contro, quelli non idilliaci con le società del centro-sud-, sarebbe occorso quantomeno “non contrastare ulteriormente” la crescita tecnica delle due squadre di Milano.

Il tentativo di due anni fa di corroborare i quadri tecnici del Milan, con la contemporanea cessione di Higuain, Bonucci e Caldara (in cambio del solo De Sciglio!), non ha dato, purtroppo per il Milan, i risultati sperati. Nel frattempo, l’ascesa di Zhang all’Inter, in luogo di Thohir, ha consentito di costituire l’intesa manageriale tra i vertici bianconeri e nerazzurri: infatti, non è azzardato supporre che, proprio alla luce delle manovre commerciali dell’anno scorso, l’interesse primario della Juventus fosse quello di beneficiare di un canale agevolato sul mercato asiatico (dello stesso periodo è l’apertura del branch di Hong-Kong e di ben tre Juventus Academies in Cina negli ultimi due anni) mentre, quello dell’Inter, di costituire -forse una volta per tutte- una valida ossatura manageriale e tecnica in grado di riconquistare rapidamente le posizioni del passato splendore, lontano ormai un decennio.

Quale migliore combinata di quella che aveva consentito, inizialmente, alla Juventus di passare da due settimi posti al primo del campionato nazionale? Ecco che Marotta viene allontanato improvvisamente e passa immediatamente all’Inter e che Conte, dopo mesi di bagnomaria, segue la stessa strada. In altre parole, in sole due stagioni, l’Inter ha acquisito il know-how amministrativo, gestionale e tecnico della riscossa juventina iniziata nella stagione 2011-2012.

Singolare, al riguardo, che nei confronti di Marotta non sia stata adottata, al momento dello scioglimento del rapporto, nemmeno la banalissima clausola di non concorrenza quantomeno nei confronti delle società di A, neppure per un anno, consuetudine usuale nel cambio dei manager tra aziende concorrenti nello stesso settore commerciale. I piani della campagna acquisti di rafforzamento della prima squadra, già impostati da Marotta con Paratici, si sono verosimilmente trasferiti anch’essi, con Marotta, all’Inter, costringendo forse Paratici o a cambiare strategie o ad adottare scelte dell’ultim’ora. Se non altro, questo spiegherebbe perché i due si siano ritrovati, nello scorso calciomercato, a pestarsi i piedi sui medesimi obiettivi (es. Lukaku).

In sintesi, quali che siano i reali scenari retrostanti, è innegabile che ci sia stato un vantaggio per entrambe le parti: a quello economico e commerciale della Juventus, corrisponderebbe quello, per l’Inter, di avere acquisito i segreti per poter vincere. Per entrambe, l’alibi (o il colmo, a seconda di come la si voglia guardare) di averlo ricevuto dal presunto nemico di sempre.