L’insostenibile sofferenza dell’essere (juventino)

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Cosa succede alla Juve con i suoi blackout? Cosa succede ai giocatori, a chi ha vinto tutto e chi deve ancora dimostrare? Cosa succede anche a noi tifosi?

Chi tende continuamente “verso l’alto” deve aspettarsi d’essere colto dalla vertigine. Vertigine, paura di cadere?

Ma perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera (anche dopo 8 scudetti, anche dall’alto di una società forte, sicura e vincente e di una squadra che ha ancora margini sufficienti di vittoria)?

La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.”

Rileggendo questo estratto di Kundera, sospinta dal sagace e callido inconscio, che indirizza i pensieri confusi, turbati e smarriti, verso ciò che più ci preme, più ci assilla, più ci tormenta -, non ho potuto infatti non collegarlo alla Juventus.

Era inevitabile, forse scontato che questo riferimento dirigesse la mia nave mentale verso il “porto sicuro”, verso quel legame istintivo, indissolubile di legame con la propria squadra del cuore.

Dopo otto anni di viaggi lunghi una stagione, stringendo il vento spediti, senza quasi mai sbandare od andare a fil di ruota, quell’approdo marittimo non è più così rassicurante.

Per quanto il calcio possa essere un mare mai perennemente calmo o favorevole, siamo riusciti a domarlo e, sovente, a solcarlo in solitaria, senza insidie da parte di squadre che hanno sempre seguito la nostra scia, senza superarla.

Eppure, quando ti trovi troppo vicino al Sole – un estenuante scudetto, un’anelata Champions o una bistrattata Coppa Italia -, e la vittoria ti sembra che sia quasi un diritto “semplice e dovuto”, capita che, ciò che era organizzazione meticolosa, concentrazione risoluta, fame atavica, conquista sudata, si sciolga in brandelli di presunzione ed albagia. E crolli miseramente al suolo, in un tonfo inevitabilmente fragoroso, poiché altissime erano le aspettative, apogee le premesse.

Per quanto ci si lambicchi sulle motivazioni, sulle celate cause, sui capri espiatori su cui far gravare la colpa, tutti noi confidiamo in una manzioniana Provvidenza, per riprendere in mano la nostra sorte.

Ci abbiamo provato con Atalanta e Sassuolo, dopo l’inopinata batosta di San Siro, ma ogni aspettativa di una prestazione degna si è infranta in rifiniture mai decisive in area, nella scarsa – o nulla – convinzione, nella poca tenacia ed aggressività, nella fragilità, in un gioco mai assimilato appieno, né adattato plasmandolo sulle qualità della rosa.

Prima ci si ritrovava a veder girare il pallone per ore, sempre negli stessi punti o verso i medesimi giocatori, tentando ostinatamente, di imporre una “utopia di gioco” senza averne gli strumenti idonei per concretizzarla, come a voler trasformare un concreto Manet in un emozionale Kandinskij, poi abbiamo assistito a larghi tratti di gara impauriti e schiacciati, così impressionati da ricordare un Munch, così distorti da far invidia ad Picasso.

Desiderava qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Distruggere brutalmente tutto il passato (dei suoi ultimi otto anni). Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa.”

Kundera ci pone dinnanzi alla paura tenuta soffocata, repressa per mesi, a quella rassegnazione che non volevamo accettare ed a cui ogni tifoso cerca di sfuggire ad ogni costo, nonostante le evidenze più tangibili.

“Siamo davvero divenuti l’ombra di noi stessi? Dov’è quella squadra vincente, che non distoglieva mai lo sguardo dal traguardo, raggiungendolo cinicamente ed ostinatamente, senza voler intenzionalmente far entusiasmare, esaltare ed appassionare, ma che aveva come unico, fisso ed imperturbabile obiettivo quello di mettere semplicemente “il muso davanti a tutti”?

In un’annata atipica, quasi surreale, con un campionato che riprende quando dovrebbe essere già concluso, anche l’idea di una prematura resa priva di stimoli, di una voglia mai divampata, del non voler dimostrare di essere i più forti, potrebbe essere per assurdo la più normale delle ipotesi, nonché la più veritiera.

Ben oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo”.

Non possiamo fermarci qui, proprio ora che comincia la salita. La scalata è ancora irta, disseminata di possibili e temute cadute, ma siamo in cima.

E dobbiamo provare a restarci fino alla fine.

Di Sonia Dafne