Da Insigne a de Ligt: il calcio è di chi lo odia

di Milena Trecarichi |

In questi ultimi anni il calcio raccontato, scritto e chiacchierato sta prendendo una piega pessima, in tutte le sue sfaccettature –calciatori, dirigenti, media, tifosi– .

Il calcio è lo sport più popolare e il più sentito, il più appassionante al mondo. Per questo alla fine la passione che emerge, a qualsiasi livello, polarizza lo scontro e si trasforma in odio e violenza, verbale e fisica. Quanto spazio si dà, nel calcio discusso, alla violenza, alle risse, all’odio, al razzismo, al sessismo?

C’è il primo caso arbitrale (che poi non è un caso) in una gara della Juve, c’è un video di Insigne in Nazionale che non concede (forse) un selfie ad un ragazzino in maglia della Juve.

Concedo ai media o ai tifosi il gusto di una piccola polemica o un dubbio arbitrale, concedo il beneficio del dubbio per Insigne. Va bene tutto, ma ormai ogni episodio alimenta un clima di perenne scontro violento, eterni veleni e odio tra le parti e anche all’interno di una stessa tifoseria. Sia chiaro, avrei detto lo stesso per un caso arbitrale dubbio a sfavore della Juve o se un giocatore bianconero avesse ignorato un bimbo in maglia Napoli, anzi avrei condannato la violenza verbale e i complottismi dei nostri, così come un comportamento di un nostro calciatore, in termini ancora più aspri.

Il punto è che tifosi, media e gli stessi calciatori sono vittime e al contempo autori più o meno volontari di un clima ostile, avvelenato dal quale pare impossibile uscire. Insigne sarebbe stato bersagliato dai suoi tifosi per una innocente foto accanto alla maglia Juve, così come alcuni tifosi Juve si sarebbero scagliati contro un fischio arbitrale urlando al sistema che vuole fermare il nostro dominio.

Non è questo il calcio che mi piace!

La morte augurata al figlio di Bonucci, gli insulti razzisti, i cori “lavali col fuoco”, gli #allegriout, i #sarriout, i #pioliout. Non è questo il calcio che mi piace.

Giornalisti, allenatori, calciatori, arbitri -e relativi familiari- costretti a chiudere profili social per continui insulti e minacce, per cosa? Una gara persa, un gol sbagliato, un fischio difficile, una news di mercato sbagliata, un trasferimento professionale.

Club tenuti in ostaggio dagli ultrà, squadre scortate da militari che seguono percorsi blindati per evitare guerriglie. Tifosi accoltellati, presidenti minacciati. Non è questo il calcio che mi piace.

Teorie del complotto, del sospetto, rivalità calcistiche che diventano fucine di odio, donne calciatrici o giornaliste costantemente vessate. Non è un calcio che mi piace, anzi, a volte mi fa schifo il contorno.

Il problema della mancanza di cultura sportiva non lo si risolve con spot e slogan, né con scritte sulle magliette o con bambini in campo per le foto di rito. Non se fuori si discriminano i bambini a seconda della maglia che indossano, per paura dell’eventuale linciaggio dei propri tifosi.

Il problema del razzismo negli stadi non si risolve chiudendoli e penalizzando società e tifosi. La cultura sportiva, il rispetto dell’avversario e delle diversità andrebbero insegnati dalle agenzie educative sul territorio: istituzioni scolastiche, famiglie, società civile e media.

Proviamo ognuno di noi, nel nostro piccolo a dare il buon esempio, magari partiamo noi juventini a darlo. Come?

Non insultando gli arbitri al primo fischio contro, non insultando i quotidiani ma smontando le loro tesi, non insultando gli avversari per non cadere al loro livello, non insultando gli altri Juventini che la pensano in modo differente, non insultando Allegri o Mandzukic, evitando sciocche petizione per togliere stelle a chi effettua una scelta professionale. Spesso confondiamo la libertà d’opinione con la libertà d’insulto. Siamo ancora in tempo per crescere e migliorare, tutti.

Il calcio non è solo uno sport, è un gioco straordinario che regala emozioni totalizzanti. 
Siamo ancora in tempo per capire che non è fuori moda trasformare queste emozioni così forti in amore e passione per la bellezza del gioco, al di là dei colori, per capire che, anche dall’altro lato del campo, gli altri tifosi o tra gli altri nostri tifosi ci sono persone che provano le stesse nostre emozioni.

I calcio è di chi lo ama. Peccato che ora il calcio sia totalmente di chi ODIA.


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