Ho visto Iniesta e ho ripensato la Juve

di Luca Momblano |

Non ho visto la Juventus. Ho seguito la Roma. E ho intravisto Iniesta. Nel primo tempo ho sentito nominare tante volte Douglas Costa, credo una ogni tocco di palla, incluse le serie nelle iniziative individuali.

Cinque volte ho gettato lo sguardo: buona Juve nel primo tempo, così mi dicevano, diversa dalla prima frazione di Genova ma forse con quel piglio che il tifoso vorrebbe ancora sentire rassicurante. Il “bene così, ci siamo, vuole dire che faremo nostra la partita“. O per scacciare la paura dei vuoti, degli acuti, e poi ancora dei vuoti.

Cinque volte ho gettato lo sguardo, e c’era Iniesta. Due slalom, un’illuminazione, due volte steso. Intanto la concitazione di chi me la raccontava mentre afferravo il senso del 4-3-3 della Roma (interessante, coraggioso, immaginavo Douglas che sfondava con la facilità di un Perotti, ma non è né quello che fa il Napoli né quello che vorrei per la Juventus) cercava difensore, centrocampista, ala, attaccante un Cuadrado o un Alex Sandro.

Poi tre volte ho guardato verso lo Stadium nella ripresa:

– in una Iniesta vinceva anche un tackle intelligente (già, perché esistono anche i tackle intelligenti), steso;
– in un’altra lo Stadium scrosciava gli appluasi, Iniesta che ricambiava timido, o concentrato, o soddisfatto il giusto;
– nella terza ho visto parare un tiro di Dybala di quelli che in Serie A è sempre gol, e l’ho visto parare da un portiere che ritenevo appena al di sopra del normale, ma che non è arreso all’idea di esserlo.

Forse ho visto anche Dybala fare un cambio gioco chilometrico, per far partire l’azione. Ma forse è la normalità, e mi confondo.

In definitiva, ho applaudito anch’io il Pallone d’Oro mancato dell’ultimo decennio, giocatore che non decide più le partite, che già nella gara di andata fluttuava perché succede ogni volta che si gira. Là costrinse agli straordinari il pulcino Bentancur, che accogliemmo tra noi per la tenerezza. Qui ha fatto una fine simile, anzi mi dicono peggiore, Miralem Pjanic.

In tutto questo, alla fine, la difesa non la posso giudicare. Higuain neppure. Cuadrado non so. Il 352-che-diventa-442 lo lascio lì. Prendo lo 0-0, lo incarto e lo metto via come altri, contro l’Atletico Madrid o il Siviglia. Non siamo ancora ciò che il presidente Agnelli auspicava diverse estati fa, a proposito di gironi da archiviare con autorevolezza. Che poi: cosa conta? Ogni anno è diverso dall’altro se non fosse che si assomigliano così tanto.

Sconcerto. O è semplicemente l’atavica paura che prima o poi qualcuno centri il tuo tallone nel momento meno opportuno della stagione?
Arrivo fino a Sturaro. Come posso arrivare a pensare a Sturaro, costruttivamente, nella notte di Iniesta?
Capitasse anche ad Allegri, sarei più tranquillo.

Ripensare la Juve è la cosa più bella che possa, ogni volta, capitare all’allenatore da cui noi tutti ci travestiamo almeno una volta alla settimana.