Inferno

di Claudio Pellecchia |

Mi ero ripromesso, in caso di vittoria della Champions League, che mi sarei preso un anno sabbatico dal calcio: sentivo il bisogno di staccare o, almeno, di cominciare a vivere tutto ciò che ruota intorno alla Juve in maniera sana e meno logorante; farlo chiudendo il cerchio con la nostra magnifica ossessione mi sembrava il modo migliore per voltare pagina.

Ho deciso che lo farò comunque. E la quinta finale consecutiva persa (male) c’entra relativamente. Ieri ero a piazza San Carlo. E ho visto, letteralmente, la morte in faccia. Come altre quarantamila persone, per lo più ragazzi e famiglie con bambini. Come quella alle mie spalle, con un padre che teneva il figlio sulle spalle per fargli vedere meglio la partita e mi chiedeva cortesemente scusa ogni volta che la bandiera del piccolo mi finiva davanti agli occhi. Non so quante volte gli ho detto di non preoccuparsi, che non c’era nessun problema: un tempo avrei dato chissà cosa perché mio padre mi portasse in piazza a vivere l’atmosfera di una finale di Champions League; oggi, probabilmente, lo ringrazierò per tutta la prudenza e la preoccupazione dimostrata in passato verso questo tipo di eventi.

Sto scrivendo queste righe dal treno che mi sta riportando a casa. Un dettaglio che, a un certo punto, non era così scontato. C’è stato un momento, ieri, in cui ho pensato “ok, morirò qui”, mentre intorno a me la gente spingeva e scalciava e calpestava alle ricerca di una via d’uscita così vicina eppure così lontana. Per questo ripenso a qualche giorno fa, alle parole di mia madre:

“Ma non puoi vederla qui a casa? E se la Juve perde?”

“Ma’ se la Juve perde mi uccido”

Una battuta, ovviamente, ma che mi fa sentire un coglione. Un coglione fortunato. Molto più di quel bambino in prognosi riservata e che lotta per una vita che deve ancora iniziare, dal basso dei suoi 4 anni.

Mi sembrava tutto bello, tutto perfetto, tutto pronto. Anche se il maxischermo non era poi così maxi, anche se i controlli all’ingresso della piazza erano relativi, anche se le bottiglie di vetro impossibili da introdurre erano tranquillamente acquistabili 10 metri più avanti, anche se alle fine entrava gente con petardi e fumogeni. Cosa volete che mi importasse: c’era una Champions da conquistare, insieme agli amici di sempre e a tante facce nuove da ogni parte d’Italia, accomunate della mia stessa ansia e della mia stessa speranza. Ricordo, al gol di Mandzukic, di essermi abbracciato con un ragazzo di Cuneo mai visto in vita mia: uno di quegli abbracci che riservi, di solito, alle persone care, come quelli che darò a mia madre appena scenderò da questo treno.

E poi la gioia che diventa delusione per il secondo e terzo gol del Real e poi, all’improvviso, cieco terrore: un forte tonfo metallico, la terra che mi vibra sotto i piedi, il tempo di girarsi e vedere una marea umana che sta per travolgerti e tu non puoi scappare perché quelli davanti a te non sanno, anzi non hanno, dove andare. Non sarà durato più di dieci secondi: mi sono ritrovato a terra una ventina di metri più avanti rispetto a dove mi trovavo con il mio gruppo, avendo la prontezza di rialzarmi subito e aiutando la ragazza davanti a me per evitare che venisse schiacciata, con il mio istinto di sopravvivenza che mi implorava di non cadere più perché altrimenti sarebbe finita. Per sempre. Per davvero.

Avevo la via di fuga a non più di trenta metri da me, ma non potevo raggiungerla, compresso in un muro di carne, lacrime e sangue talmente compatto da togliermi il respiro. Ho ritrovato , per miracolo, il mio amico Enzo con il quale, faticosamente, ci siamo aperti un varco, cercando di non far male a nessuno e provando a tirarci dietro più gente possibile. Non so quanto ci sia voluto, probabilmente meno di cinque minuti, ma è stato interminabile: una volta usciti dal lato di via Roma, la corsa verso la stazione di Porta Nuova, sperando che anche gli altri, totalmente persi di vista nella calca, stessero bene e stessero facendo altrettanto. Intorno a noi uno scenario di guerra: macchie di sangue ovunque, persone riverse a terra o appoggiate a una colonna in attesa dei soccorsi, genitori in lacrime alla ricerca dei propri figli, il suono delle sirene talmente forte da costringerti ad urlare per provare a comunicare con chi hai accanto.

Ci siamo ritrovati circa mezz’ora dopo: ammaccati, spaventati, VIVI. Il tempo di una telefonata a casa per rassicurare tutti, un’altra a Simona (che si trova a Londra e che quindi ha aggiunto spavento a spavento) per dirle che sto bene e che la amo, di rendermi conto che ho maglia e scarpe sporche di sangue non mio e posso tornarmene in albergo.

Sono le 12 e 24 quando posso poggiare la testa sul cuscino, facendo i conti con le ferite sul mio corpo e la mia coscienza: la Juventus aveva appena perso 4-1 eppure riuscivo solo a pensare a quel papà e il suo bambino alle mie spalle, dov’erano, se stavano bene, casa stavano facendo. In rete qualcuno parla di Heysel, di tragedia potenzialmente annunciata, di irresponsabilità dell’amministrazione cittadina: non lo so. So solo che rispetto a 31 anni fa siamo stati molto più fortunati, che la carneficina non si è materializzata perché eravamo all’aperto e che, soprattutto, il calcio non c’entra nulla con tutto questo. Eppure sento il bisogno di staccarmi anche da lui, di fare altro, di ripensare la mia vita che poteva sfuggirmi di mano da un momento all’altro: dell’ennesima notte europea da dimenticare, al momento, non mi importa nulla.