L’industria calcio e le sue priorità

di Michael Crisci |

Ci sono momenti in cui il comune cittadino deve avere una sola priorità. Queste prime settimane di quarantena sono quei momenti. Restando in casa, sperando che quella curva cominci presto a puntare verso il basso, commiserando chi purtroppo ci sta lasciando in questa pandemia. Il mood deve essere questo, e non vi è dubbio che nella nostra mente di cittadini, la priorità debba essere questa.

Non per tutti è così. Perchè se attualmente vediamo tutto buio e non scorgiamo alcun accenno di luce, sappiamo che comunque, prima o poi, tutto questo dovrà avere fine, e dopo si dovrà ripartire. Si, tra le macerie, ma comunque si dovrà tornare alla normalità.

Parlando di calcio, bisogna rendersi conto che, per quanto la maggior parte della gente sia interessata alla parte ludica, si tratta di una vera e propria industria, che comprende una moltitudine di categorie: magazzinieri, impiegati nei broadcast come cameramen, microfonisti, fotografi, ma anche steward, servizi d’ordine, servizi di biglietteria, ristoratori, baristi. Un mondo di persone che con un dignitoso stipendio, cercare di mantenere le proprie famiglie. Una grossa percentuale, molto grossa, molto importante. E, ovviamente, rappresenta un indotto sostanzioso per le casse dello stato.

Tornando quindi al discorso iniziale, c’è anche chi ha l’ingrato compito di dover organizzare la ripresa. E allora ecco perchè prendersela con i vari Gravina, Dal Pino, Ceferin, Uva diventa un esercizio di stile.

Certo, nel caso dell’attuale presidente della FIGC, risulta evidente una mancanza a livello comunicativo; perchè parlare ogni giorno per 15 giorni, dicendo tutto il contrario di tutto, non contribuisce alla propria credibilità. Ma che il calcio, anche in questo momento terribile, come ogni industria, possa, e debba, pianificare il rilancio post coronavirus, è del tutto lecito. E dunque ora il grande dilemma è su un eventuale ripresa dei campionati, che oggi viene vista quasi come una mancanza di rispetto, ma che contribuirebbe, ove fosse possibile, a evitare una catastrofe finanziaria che potrebbe toccare in maniera pesantissima le suddette categorie, prima che quella dei club e dei calciatori. Non va dunque demonizzata a prescindere tale ipotesi. Considerando anche il valore sociale che potrebbe avere il calcio in momenti come questi.

E’ chiaro che però tutto dipenderà dalla natura e dalla scienza. In questo momento non si sa nemmeno se potrà ripartire in tutta sicurezza un’eventuale stagione 2020/2021. E allora, è comprensibile che anche lo stesso Ceferin metta sul tavolo ogni opzione possibile. Andrea Agnelli, attraverso una lettera ai club iscritti all’ECA, ha specificato quanto possa rendersi necessario un cambio di calendarizzazione, e non sarebbe da trascurare nemmeno l’ipotesi del presidente del Nizza di usare gli ultimi mesi del 2020 per terminare la stagione, e giocare lungo l’anno solare la prossima stagione, magari rispostando l’europeo di qualche mese, sulla scia del mondiale del 2022. Cambierebbero abitudini quasi biologiche, ma fino a un mese fa, nessuno di noi era abituato a rimanere barricato in casa. In situazioni di emergenza, le regole e il tempo non hanno più importanza.

Forse c’è troppa fretta di decidere in alcuni casi, come qui in Italia, mentre ad esempio in Germania e in Inghilterra si è deciso di aspettare fino al 30 aprile. Nella colpitissima Spagna, la sospensione è sine die.

Personalmente, il sottoscritto riterrebbe comunque mortificante l’annullamento della stagione, pur essendo pronto ad accettarne l’avvento. Ma ad oggi, per chi non è preposto a organizzare, le priorità sono altre. Ci sarà tempo per discutere di play-off, play out o di classifiche congelate. Non è questo il tempo, non è questo il giorno. La speranza è che quel giorno arrivi presto, perchè avrebbe il gusto dolcissimo della normalità.


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