Come l’ottava di Schubert, la Sagrada Familia e gli Schiavi di Michelangelo

Sono passate solo poche ore dalla beffa del Santiago Bernabeu, forse troppo poche per non avere ancora davanti agli occhi le immagini che hanno fatto il giro del mondo e che noi tifosi Juventini ci porteremo dietro per molte notti: il crollo (nel senso più letterale del termine) di Lucas Vazquez in area di rigore, l’arbitro Oliver e il suo inguardabile doppio mento che indicano il dischetto e il corpo scolpito di Cristiano Ronaldo, mostrato in segno di trionfo dopo il gol.
Ma personalmente parlando, oltre all’inevitabile amarezza per l’ennesima serata di coppa finita male, la cosa che più mi rattrista è il pensare che tra dieci o vent’anni ciò che si ricorderà di questa partita saranno solamente gli ultimi secondi del recupero, il rigore, le proteste dei nostri, gli occhi spiritati di Gigi mentre urla tutta la rabbia e l’incredulità non solo sua, non solo della squadra, ma di un intero popolo che mai come in quegli interminabili secondi si è identificato nel suo Capitano, nel suo moto di ribellione verso l’ineluttabile destino che ancora una volta in questa competizione ci stava voltando le spalle, prima di essere allontanato dal campo dall’ineffabile fischietto inglese. E che passerà in secondo piano l’ennesima incredibile prestazione internazionale della squadra di Allegri, forse la più clamorosa, ma non certamente l’unica.

 
Quando pensiamo ad una Juve “europea” credo che a tutti affiori subito alla memoria la prima Juve di Lippi (è vero, siamo arrivati in finale con lui anche nel 2003 ma se guardiamo i risultati dell’anno precedente e di quello immediatamente successivo troviamo due precoci eliminazioni che non rispecchiano certo le ambizioni di quella squadra): finale di UEFA nel ‘95, Campioni d’Europa nel ’96 con tutto ciò che ne è conseguito (trionfo a Tokyo e in Supercoppa) e di nuovo in finale nel ’97 e nel ’98, un quadriennio quasi irripetibile e a prima vista superiore a quello Allegriano, non fosse altro che per essere riusciti ad alzare “La Maledetta” almeno una volta.

 
Quello che però non viene oggi sufficientemente considerato è il momento storico-calcistico in cui questo è avvenuto; ad eccezione dell’anno della vittoria in Champions (nel quale però l’assoluta convinzione di vincerla, o meglio di averne il diritto, ci ha consentito di avere la meglio su un Ajax campione uscente e forse in quel momento ancora più forte di noi) la Juventus è sempre stata la squadra da battere, la favorita per la vittoria finale.
E’ stato così nel ’97 quando giocammo la più bella Coppa dei Campioni che io ricordi fino all’inspiegabile disastro di Monaco e ancora nel ’98 quando, a conclusione di un percorso forse troppo accidentato, non fu sufficiente ritrovarsi di fronte al Madrid meno galactico degli ultimi trent’anni per avere la meglio.
La Juve di quegli anni era il Real di oggi.
Come forza di squadra, societaria e forse anche economica nessun club poteva essere considerato al nostro livello, nemmeno il Manchester United che, per stessa postuma ammissione di Sir Alex, ci considerava come modello a cui aspirare.
Si può dire lo stesso per la Juve di Allegri?
No. Assolutamente no.

 
La Juventus di oggi non può essere annoverata nemmeno tra le prime quattro squadre d’Europa, né come rosa né, soprattutto, come potenza economica.
Ciononostante, in quattro anni questa squadra, seppur stravolta per nove undicesimi nella formazione titolare, ha scritto alcune delle pagine più memorabili della nostra storia; oltre ad aver espugnato stadi mitici come Wembley o il Bernabeu, aver tenuto a secco per due partite la delantera blaugrana Messi-Suarez-Neymar, essere l’unica squadra (almeno per ora) ad aver eliminato il Real nelle ultime quattro edizioni della Champions, voglio ricordare una partita in particolare, a mio parere la più significativa di questo ciclo: il ritorno degli ottavi di finale col Borussia Dortmund nel 2015.
Sfido chiunque a trovare negli ultimi vent’anni (dalla notte in cui ammutolimmo l’Amsterdam Arena con Vieri ed Amoruso, per intenderci) un’altra partita giocata in Europa dalla Juventus con la stessa attenzione, la stessa consapevolezza nei propri mezzi, la stessa sicurezza di vincere.

 
Ecco perché faccio fatica a ritenere il ciclo europeo di Max così inferiore rispetto a quello del Marcello.
Poi ne sono consapevole anch’io: quello che conta alla fine è portarsi a casa la coppa, e noi non ci siamo riusciti.
Dunque, a conti fatti, il quadriennio europeo di questa Juve resta un’opera incompiuta.
E a ben vedere il mondo e la sua storia sono pieni di esempi di questo tipo: l’ottava sinfonia di Schubert, gli Schiavi di Michelangelo, il Requiem di Mozart, la Sagrada Familia di Gaudì…
E, absit iniuria verbis, un posto tra di loro lo merita anche la Juve di Allegri.
Una meravigliosa opera d’arte (sportiva) che per errori, sfortune, disattenzioni e maledizioni varie non è mai riuscita a trovare in Europa il proprio meritato compimento.
Anche se, personalmente, ho sempre pensato (e dopo mercoledì sera ne sono ancora più convinto) che la perfezione non stia nella completezza di un’opera, ma nel muoversi correttamente verso di essa: il raggiungerla o meno è veramente questione di dettagli, a volte piccolissimi, ma maledettamente decisivi.
E la Juventus in questi quattro anni lo ha fatto.
Per questo motivo ritengo che non si possa non essere orgogliosi di questa squadra e sia legittimo conservare la speranza che, continuando a muoversi nella giusta direzione, un giorno non troppo lontano questa fantastica incompiuta possa finalmente vedere la luce.

 

di Marco Casalone