L’incertezza che logora il tifo juventino

di Giancarlo Liviano D Arcangelo |

Non esiste sentimento umano più difficile da sopportare che l’incertezza.

Quella sensazione di accerchiamento, di immobilità e stasi, perché qualsiasi passo in avanti o indietro può essere letale, può portare al fallimento, o peggio, al pentimento. E guarda caso è l’incertezza il sentimento prevalente nel tifoso juventino dopo la gara di Champions League a Lione.

L’incertezza trasmessa dalla squadra per lunghe fasi della partita, l’incertezza del tecnico che prima, durante e dopo i novanta minuti ha mostrato di non avere completamente in mano il gruppo e il suo rendimento, l’incertezza per una qualificazione che naturalmente è più che alla portata, ma che si giocherà sul filo del risultato, e che per questo potrebbe determinarsi sulla scia degli episodi.

L’incertezza a medio termine di un progetto tecnico che per ora non va a gonfie vele ma a strappi, perché è come se mancasse ancora naturalezza, osmosi. C’è un gruppo, una squadra, un’entità, che nasce coccodrillo e prova a cacciare come un giaguaro, mentre è chiaro che la metamorfosi in giaguaro non è compiuta.  L’incertezza a lungo termine per le voci che girano già su un divorzio a fine stagione per la scintilla che non è mai scoppiata tra tecnico e squadra, tra società e tecnico, tra ambiente e tecnico, cui non si perdona un passato da capopopolo nella provincia calcistica per eccellenza che di capopopolo si nutre, pena la fame.

In mezzo all’oceano di incertezze partite decisive, come la prossima contro il totem Conte, capopopolo professionista, cui si perdona invece, ironia della sorte, il tradimento definitivo, l’adesione alla causa del “nemico” calcistico per eccellenza, ormai un po’ amico fuori dal campo (ricordiamo che è stato Andrea Agnelli a permettere all’Inter di giocare –poco– la Champions negli ultimi due anni).

È forte, dunque, la necessità di ritrovare qualche certezza su tutti i piani, affinché, almeno nel rettangolo di gioco, si rompa l’inerzia che ormai contraddistingue tutte le partite, sinistramente, troppo simili tra loro (ed ecco l’unica certezza che nessuno vorrebbe): inizio dubbioso, disunione alle prime difficoltà, stasi nella gestione di un palleggio ripetuto simile alla risacca che non si trasforma nell’onda violenta, pugno in faccia, reazione d’orgoglio.

Tra tutte queste incertezze, però, una certezza c’è, ed è il malessere cronico di una tifoseria che sembra non poter più accettare l’idea stessa, insita nello sport, della sconfitta. Un momento che, altra certezza inoppugnabile, prima o poi arriverà, con una stagione da zero vittorie. Speriamo succeda il più tardi possibile ma arriverà, portandosi via, si spera, l’equivoco vissuto dal popolo juventino sulle celeberrime parole di Boniperti, elette erroneamente a motto della juventinità tout – court. “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” non può e non deve essere il motto di un macrocosmo intero. Lo stesso Real Madrid, la squadra più vincente della storia, ha come motto “Hala Madrid y nada mas”, un’esortazione all’incitamento, non un aut aut tra vita e morte. Boniperti ha espresso quel concetto trasformando in parole un clima di spogliatoio, un atmosfera nel lavoro, un gioco di sguardi tra uomini che lavorano insieme e cercano un obiettivo. Il non detto che è arma letale proprio in quanto tale. Ma innalzato a slogan della juventinità, quelle parole iniziano a pesare come macigni su un gruppo e su un ambiente che ormai pare terrorizzato dall’idea di perdere, e che quando rischia di farlo gioca e assiste senza divertimento e coraggio, gioca scambiando il compitino per comfort zone, e assiste con il furore giustizialista dell’inquisizione. L’inganno peggiore, a tutti i livelli.

Per fortuna la fase d’incertezza è destinata a durare ancora poco. Perché il tempo scorre, e tra tre settimane sapremo se la Juventus 2019-2020 potrà essere, comunque vada, l’inizio di qualcosa di nuovo. Non importa tanto il nome del condottiero, quanto la visione di come compiere il percorso. Chi scrive si augura che sia ancora quella del gioco offensivo, dominante e propositivo. Stavolta, senza incertezza alcuna.