In Bayern veritas

di Juventibus |

Lo streaming video sul sito dell’UEFA avanzava con parecchi secondi di ritardo rispetto ai nomi delle squadre estratte, che comparivano subito sotto il riquadro. Quando ho visto Zanetti ho pensato subito che avrebbe portato sfiga.

Poi, come forse hanno fatto in molti, ho esultato quando il Barcellona è andato incontro all’Arsenal, per cadere immediatamente nella disperazione quando «Bayern (GER)» è apparso accanto al nome dell’amata Juventus.

«Addio Champions», è stato il primo pensiero che ha attraversato la mia mente, come quella di tanti altri tifosi juventini. Juventini catastrofici, pessimisti, o forse solo realisti.

Mettiamo da parte per un attimo il pensiero che anche il Bayern, in fondo, abbia pescato male: che, tra le seconde, la Juve e il PSG fossero gli spauracchi è vero, ma la prima pagina strafottente di Tuttosport di martedì 15 a me sembra esagerata, i gufi l’hanno già salvata per retwittarla eventualmente tra pochi mesi.

Mettiamo da parte anche la cabala e i disegni oscuri del dio del calcio: gli ex insidiosi (da ambo le parti, però) e il pensiero che Arturo, che sulla pelle ha tatuati i nostri scudi, con le sue dichiarazioni ci ha già fatti incazzare e con i suoi gol (o assist per Coman…) potrebbe farci piangere.

Infine, mettiamo da parte il comesiamo arrivati a questo punto, ché a Siviglia e in casa col Gladbach non abbiamo fatto il nostro dovere, ma l’anno scorso senza quei cinque minuti contro l’Olympiacos non ci sarebbe rimasta, come scusa, nemmeno la neve.

Ciò che dispiace è che molti Juventini abbiano pensato «Addio Champions» quando hanno visto arrivare il Bayern (me inclusa).  Alcuni avevano iniziato a pensarlo subito dopo Siviglia, vedendo già i tedeschi o i catalani all’orizzonte.

Perché siamo ben consapevoli che arrivare a Berlino è stata un’impresa figlia anche di un paio di sorteggi benevoli e dell’occasione perfettamente colta contro un Real mal tra insema. Se stavamo tutti meglio dopo Berlino, è perché pur con 10 euro, e pur avendo perso la finale, al ristorante della Champions League 2015 abbiamo mangiato benissimo, eppure.

Eppure non siamo ancora un top club europeo, non abbiamo ancora fatto quel salto, che sembrava accessibile se si fosse usata la finale di Berlino come trampolino. Ingenuamente, pur mentre vedevamo il Barça festeggiare (voi, forse, io avevo già spento la tele), ci siamo detti che con i soldi guadagnati grazie al cammino in Champions e all’accordo con Adidas avremmo comprato un trequartista top. Ci siamo raccontati che, dopo aver raggiunto questa finale, un posto fisso tra i magnifici del calcio europeo ci sarebbe spettato di diritto, e i migliori giocatori del mondo avrebbero desiderato vestire la nostra maglia, come accadeva una volta. E invece no, siamo ancora il genere di club da cui chi vuole vincere la Champions o chi cerca più visibilità europea fugge (vedi Arturo, Kingsley), da cui, secondo l’opinione comune, è ovvio che Pogba e Dybala un giorno andranno via, a cui i campioni approdano dagli squadroni solo quando sono alla ricerca di un’affermazione o un rilancio (Morata, Khedira).  Gli altri,i giocatori da 100 milioni, sognano il Barça, il Real o il Bayern per vincere la Champions, o vanno dalle squadre senza storia degli emiri per trovarsi al centro di una rosa di (presunti?) campioni e per il vile denaro.

L’unica cosa che ci resta da fare, è continuare il nostro processo di crescita e tentare di fare marketing di noi stessi, e questo possiamo farlo soltanto continuando a sorprendere, con risultati positivi, le conseguenti entrate, la conseguente visibilità. Per non ripiombare tra i comuni mortali dopo una Champions sfiorata, come è accaduto al Borussia e all’Atletico, che pur di storia alle spalle ne hanno meno di noi, il doppio scontro con il Bayern è un perfetto banco di prova.

Il problema è che se avverrà ciò che è più probabile, e cioè se perderemo, pur giocando bene, pur non facendoci schiantare come è accaduto ad alcuni rivali europei dei bavaresi ultimamente, finiremo nel dimenticatoio dell’Europa fino all’anno prossimo, facendo dei passi indietro rispetto all’impresa dell’anno scorso, almeno per quanto riguarda incassi e visibilità. Perché uscire agli ottavi ci priverebbe del palcoscenico europeo per tutta la seconda metà dell’anno, e ciò che dopo Berlino pensavamo di aver acquisito, sarebbe tutto da rifare, o quasi.

Se perderemo, non ci saranno gli introiti e non ci saranno le prime pagine dei giornali internazionali, Dybala non verrà corteggiato da PES per pubblicizzare il loro prossimo videogame, come è accaduto a Morata dopo l’exploit di Champions dell’anno scorso, e giocatori come Isco a maggior ragione ce li scorderemo.

Ma un lato positivo potrebbe esserci anche nella sconfitta: se perderemo con dignità, come avvenuto a Berlino, la squadra acquisterà consapevolezza e maturità europea, qualità che forse non basteranno a trattenere un Pogba ma che faranno bene allo zoccolo duro in prospettiva futura, perché non dimentichiamo che ora troviamo subito il Bayern e per questo potremmo uscire agli ottavi, ma quest’anno, almeno, il passaggio del turno ai gironi non è mai stato in discussione.

Qualche giorno dopo i sorteggi, una volta assorbita la notizia e con la mente libera dopo il primo impatto emozionale, mi rendo conto che la cosa migliore da fare è chiudere questo vaso di pandora chiamato Bayern fino a febbraio, prima che escano fuori gli spettri, i Vidal, i Coman. Soprattutto, non si deve affermare nei giocatori e nei tifosi l’idea di essere battuti in partenza: underdog sì, vittime sacrificali no.

Ché il calcio ci piace perché è uno sport imprevedibile; mentre scrivo un ex operaio di Sheffield saluta tutti dalla vetta della Premier e nel 2004 la Grecia l’ha alzata in faccia all’Europa intera. Inoltre, il Bayern nel passato è andato incontro a qualche debacle europea: fino a poco fa deteneva con noi il record di finali UCL perse, tra cui spiccano quella clamorosa del ’99 coi due gol in extremis dello United e quella in casa contro il Chelsea di Di Matteo.

E non succede, ma se succede, le conseguenze di una possibile sconfitta enunciate prima, le potete immaginare ribaltate: incassi, prestigio, gloria, e una squadra consapevolissima di poter andare davvero fino in fondo a questa Champions e trovare una continuità da prima della classe mondiale.

Elena Chiara Mitrani