Illusione Juve: la squadra che non c’è mai stata

di Mauro Bortone |

C’è poco da salvare in questa Juve alla canna del gas nella rincorsa Champions, che sente il fiato sul collo delle inseguitrici: è una squadra in cui sembrano difettare le motivazioni necessarie per uno spunto finale che le riconsegni l’orgoglio perduto nella stagione in cui abdica e ammette la fine del proprio dominio.

Il punto è che ci sono troppe ragioni dentro il tracollo emotivo di una Juve, ormai lontana parente di quella piena di certezze, che aveva così ben abituato i propri tifosi.

Certo, Pirlo ha colpe evidenti: anche nella sfida contro la Fiorentina ha mostrato letture sbagliate, proponendo una formazione in discontinuità con quella delle precedenti partite e cercando sperimentazioni che a poche giornate dal termine del campionato non hanno più senso. Nel corso dell’anno poi, le sue idee di calcio fluido, al netto di assenze importanti e di una rosa senza alcuni tasselli, sono parse troppo cervellotiche e poco adatte agli uomini a propria disposizione: e dentro la confusione tattica non ha saputo trasmettere quanto meno uno “spirito” bianconero capace di andare oltre i limiti e le difficoltà del momento.

Ma pensare che Pirlo sia l’unico problema della Juve, oltre ad essere riduttivo, è anche anacronistico: innanzitutto perché non si è “messo da solo” sulla panchina bianconera, e questo rimanda a un delirio di onnipotenza e presunzione che ha attraversato anche la società in questi anni, convincendo di un gap tale da poter evidentemente vincere sempre e comunque. I fatti dicono che non era così: già da tre anni, infatti, dall’ultima stagione di Allegri, la squadra aveva mostrato evidenti segni di flessione fisica, mentale e motivazionale. A questo si aggiungono l’impoverimento tecnico del centrocampo e il logorio di uomini chiave della rosa.

In sostanza, al di là del destino di Pirlo che pare ormai chiaro (visto che anche il diretto interessato ha ammesso come la società non sia contenta dei risultati), l’errore è non pensare come accaduto nel passaggio tra Allegri e Sarri e poi tra quest’ultimo e il tecnico bresciano che basti cambiare un uomo per ottenere risultati diametralmente opposti: non esistono salvatori della Patria, che hanno il tocco magico e trasformano d’incanto gente come Ramsey, Bentancur o Bernardeschi (per fare qualche esempio) in Modric, Kroos e De Bruyne. Serve un cambio tecnico (possibilmente un uomo che resti almeno un triennio sulla panchina) ma c’è, allo stesso tempo, la necessità di un cambio profondo di uomini, di mettere in piedi una squadra che risponda a logiche sostenibili, con caratteristiche differenti e motivazioni forti.

La verità di oggi, infatti, al di là di farlocche tabelle, è che abbiamo raccontato per un anno intero una Juve che non esiste e non è mai esistita, ovvero una squadra che ha smarrito i valori e i tratti che tutti le riconoscevamo, che non ha un’anima da “fino alla fine” e che non è mai stata davvero in corsa per il campionato, che non ha duellato per lo scudetto: e ora che tutto porta a un obiettivo dichiarato al ribasso gli uomini che compongono la rosa mostrano l’incapacità di sapersi settare su un approccio diverso, per cui è richiesto di doversi sbattere e lottare punto a punto per ciò che appariva scontato e, invece, tanto scontato non era.