Il trattore de Ligt visto da pochi metri

di Michael Crisci |

E’ un periodo fortunato; dopo gli emozionanti 45 minuti vissuti a bordo campo in quel di Bergamo, nel giro di 3 giorni, sono tornato a vedere da vicino la Juventus, questa volta da spettatore, e quindi con licenza di avere reazioni, anche spontanee, libero dunque da vincoli professionali. La seconda gara consecutiva in Champions, la quarta totale di sempre per me allo Stadium. Una gara sicuramente di prestigio, anche se alleggerita dalla qualificazione già matematicamente acquisita. La speranza, come sempre, è quella di assistere a uno spettacolo, e quindi a un po’ di gol.

L’Atletico è il cliente più complicato se si vuole una gara con molti gol (e il 3-0 della scorsa stagione non deve ingannare), ma la Juve del primo tempo promette bene, fraseggia in velocità, mostra la propria superiorità, anche se questo non basta. La Juve trova si il gol, ma su punizione, con un Dybala che comunque aveva deliziato per tutto il primo tempo, e l’idea è che nel secondo tempo possa magari quantomeno raddoppiare, almeno su azione. Ma la gara, nella ripresa, si assesta sull’1-0, con le due squadre manovriere, ma poco produttive. Il palo di Bernardeschi scuote lo stadio, ma la sensazione è che difficilmente il risultato cambierà.

Vincere la partita e assicurarsi il primo posto resta comunque un bel vedere, anche se man mano che il cronometro scorre, un pizzico di rammarico per non aver potuto scandire per 3 volte il nome di un nostro giocatore andato in gol lo avverto, e anzi, nel finale mi spaventa anche un po’ un Atletico che, con un Joao Felix in più, dimostra di avere un’intraprendenza maggiore, con la Juve che decide quindi di gestire, pur non rinunciando a ripartire, appena possibile.

Finchè, al minuto 82:50, è proprio il numero 7 colchonero ad avere l’intuizione giusta, e a pescare Correa, anche lui appena entrato, solo in area: Mi rassegno subito al gol; anche se Szczesny è pronto ad avventarsi sull’argentino, c’è troppo spazio, in quell’attimo ho la certezza che il loro numero 10 troverà il pertugio giusto, e ci sarà da soffrire fino all’ultimo secondo per mantenere il pareggio valido per il primo posto. Ma ancor più all’improvviso, scorgo un trattore col numero 4 sulla schiena, con una spalla ufficialmente lussata, che allunga il gambone, e magicamente fa sparire il pallone dai piedi di Correa.

E’ il mio personale 2-0. Esulto come se avessimo segnato, e cerco di capire come diavolo sia riuscito a recuperare quel pallone, senza che nessuno in tutto lo stadio riuscisse ad accorgersene. Un intervento da prestigiatore, Proprio lì, sotto di me. Uno di quegli interventi che non puoi dimenticare, come Barzagli contro il Genoa, nel 2015, dopo l’impresa di Dortmund, o come Bonucci nello Juve-Napoli di Zaza, quando tolse dalla testa di Higuain un gol che avrebbe potuto cambiare la storia.

L’intervento di Matthijs de Ligt, che continuerà a restare un muro invalicabile fino alla fine della partita, forse non avrà cambiato la storia della Juve o di questa Champions, ma sicuramente ha cambiato la sua storia con la Juve: è stato il suo biglietto da visita, il modo con cui ci ha fatto che capire che svenarsi per lui ha avuto un senso, che può fare epoca, in maglia bianconera.

E anche qui, dopo il fischio finale, come nel piovoso sabato di campionato, capisco che difficilmente dimenticherò questo Juventus-Atletico, anche qui, in tutta la sua normalità, con l’epifania dell’ennesimo fuoriclasse. A 3 metri (o forse qualcosina in più) dagli occhi.


JUVENTIBUS LIVE