Il problema (superabile?) delle idi di Marzo

di Claudio Pellecchia |

Antonio Conte è il commissario tecnico della Nazionale. E, in quanto tale, ha diritto, nelle date che gli vengono messe a disposizione da FIFA e UEFA, di schierare chi vuole nel modo in cui lo ritiene più opportuno, soprattutto alla vigilia di un appuntamento importante come Euro 2016.

Quindi, il problema non è convocare e far giocare Bonucci che poi si stira in maniera del tutto casuale. Conte è pagato per fare delle scelte che vanno rispettate perché prese nell’interesse del risultato che intende raggiungere (un Europeo dignitoso). Il problema è l’effettiva utilità di piazzare, nel bel mezzo di una stagione che, per alcuni, può arrivare a contare anche 60-65 partite, ulteriori (e inutili) fatiche. Con i club furiosi per il sovraccarico delle proprie stelle e i commissari tecnici nella sempre scomoda parte dell’incudine battuta dal martello di interessi superiori. Ciascuno con le proprie ragioni: i primi, in fin dei conti, sono quelli che pagano (tanto) chi li fa vincere o perdere; i secondi, invece, sono chiamati a far bene con un gruppo di giocatori (e non sempre gli stessi) che vedono una volta ogni tanto e con un’amalgama da creare in poco più di 20 giorni.

Messa così sembrerebbe inconciliabile. Ma non lo è. Soprattutto se i padroni del vapore, per una volta, guardassero al di là degli interessi di televisioni e sponsor, magari prendendo spunto da quel che accade in altri sport. Uno per tutti il basket, dove i tornei (che siano quelli di qualificazione alle grandi manifestazioni internazionali o quelli amichevoli) riservati alle rappresentative nazionali vengono disputati al termine della stagione dei club. I quali si sono opposti in blocco nel momento in cui la Fiba (la federazione internazionale) ha lanciato la proposta di una modifica del calendario con l’inserimento delle date per le nazionali nel bel mezzo di campionati, Eurolega, Eurocup e via dicendo

Per non parlare di quel che accade al di là dell’Atlantico: le rarissime volte che Team Usa non era qualificato di diritto a un Mondiale o un’Olimpiade in qualità di campione uscente, ha sempre giocato le relative qualificazioni (con tutte le superstar del caso) al termine della stagione Nba. Stagione che, per i meno addentro alla cosa, va da un minimo di 82 partite (quelle della regular season) a un massimo di 110 (con quattro turni di playoff al meglio delle 7 partite). Il tutto concentrato in poco più di 7 mesi. Eppure, a quelle latitudini, la polemica tutta nostrana sull’utilizzo delle stelle in Nazionale non attecchisce minimamente: e perché i diretti interessati sono i primi a spingere per partecipare a raduni, training camp e manifestazioni internazionali, in quanto rappresentano un upgrade necessario nella carriera del grande campione Nba; e anche perché, come detto, il tutto si svolge alla fine della stagione con la possibilità di gestire e gestirsi in vista degli impegni agonistici dell’annata successiva. Al netto degli infortuni che, così come nel calcio, rappresentano, nella maggior parte dei casi, qualcosa di imprevisto ed imprevedibile. Chi proprio non se la sente, comunica per tempo la propria indisponibilità (ultimo caso quello di Chris Paul, playmaker dei Los Angeles Clippers, che ha deciso di rinunciare alle Olimpiadi per reiterati problemi alla schiena) e, complice l’abbondanza di un materiale umano con pochi eguali nella storia dello sport contemporaneo, evita sul nascere qualsiasi frizione tra Nba (lega) e Usa basketball (federazione). Con le franchigie che, comunque, vengono tutelate dalle assicurazioni che coprono a cifre esorbitanti (le stesse che sono in ballo neii contratti che gli atleti siglano con lega e sponsor)  gli eventuali infortuni dei giocatori impegnati con Team Usa. Come quello che, nell’agosto del 2014, colpì Paul George, stella degli Indiana Pacers, che durante una gara di preparazione al Mondiale di Spagna si fratturò tibia e perone: la squadra fu (pesantemente) risarcita e George tornò in campo 9 mesi dopo, senza ulteriori polemiche.

Possibile che una soluzione simile non sia praticabile anche per il calcio? Magari con i campionati che iniziano a fine agosto per concludersi a metà maggio, lasciando alle nazionali dai 20 ai 30 giorni successivi per assolvere ai propri impegni? Dal mio punto di vista i benefici sarebbero enormi: i commissari tecnici avrebbero a disposizione con continuità una base solida di giocatori su cui puntare in vista di Mondiali ed Europei; la Nazionale non sarebbe più vissuta come un fastidio dai diretti interessati e verrebbero ad essere stroncate sul nascere tutte le sterili polemiche sugli infortuni di comodo; dal punto di vista televisivo una stagione che si protrae fino a giugno inoltrato restituirebbe la giusta dignità alle rappresentative anche al di fuori delle grandi manifestazioni, oltre ad attirare una cospicua fetta di pubblico pagante (e vedente); i club non sarebbero più cosi restii a concedere i giocatori, essendosi esaurite le gare ufficiali.

Certo le obiezioni non mancherebbero: dalla difficoltà di impostare i ritiri di preparazione per la stagione successiva (ma non si potrebbe cominciare con l’evitare quelle inutili, benché remunerative, tournée in giro per il mondo a otto giorni dai raduni?), ai tempi di riposo da concedere ai nazionali, al cambiamento nelle modalità di allenamento e dei carichi di lavoro iniziali, passando per l’oggettiva difficoltà di uniformare tutti i campionati secondo un calendario unico (in Germania e nell’est Europa, per esempio, in inverno non si gioca per il clima troppo rigido).

Eppure la soluzione, se si intende trovarla, va cercata in questa direzione. Magari utilizzando qualcosa che, negli ultimi cinquant’anni, è mancata a tutti i livelli, FIFA o UEFA che sia: il buonsenso.