Il Pirlo parlante

di Giulio Gori |

Entusiasmo, determinazione, collaborazione, possesso, recupero rapido del pallone. Sono molte le parole chiave con cui Andrea Pirlo, nella prima conferenza stampa da allenatore della Juventus, ha suscitato la curiosità e l’interesse di giornalisti e tifosi. Ma ce n’è una, in apparenza meno scintillante, che durante i diciotto minuti di conversazione con la stampa Pirlo ha richiamato più di ogni altra, anzi, decine di volte: «Parlare».

Parlare alla squadra, parlare ai singoli giocatori, spiegare loro le idee tattiche, illustrare gli obiettivi, discutere anche di argomenti che non riguardano il campo. Per un uomo noto per essere di poche parole, si tratta di un’autentica sorpresa. Pirlo vuole parlare. In particolare, parlare per riportare l’entusiasmo che si è perso. Ha detto proprio così. Implicitamente, il nuovo allenatore della Juventus ha messo a nudo il vulnus che nella scorsa stagione sembra aver pesato sui giocatori, e che dall’esterno avevamo soltanto intuito, sfiorato.

Da fuori, si poteva pensare a parole sbagliate, a discorsi motivazionali senza grinta, a lezioni tattiche forse oscure. Ma no, non si è trattato di questo, non si è trattato di parlare male, ma di parlare poco, troppo poco. E un giocatore come Pirlo, che ha giocato ai massimi livelli con il Milan, con la Juventus, con la Nazionale, vincendo tutto quello che era possibile, guidando, nel gioco e nello spirito, tutte le squadre in cui ha giocato, sa che i giocatori hanno bisogno di parole: per capire quello che devono fare, per essere motivati, per rimettere a fuoco concetti mai scontati, per sentirsi parte di una squadra: perché del resto una squadra è fatta da una storia e da un obiettivo, se mancano questi due presupposti, se non c’è nessuno che faccia da cantore, l’entusiasmo e il gruppo si sbriciolano.

Andrea Pirlo allenatore della prima squadra della Juventus, senza alcuna esperienza neppure nella più trascurabile delle panchine, fino a prima della conferenza stampa era un mistero insondabile. Ora non più. Restano, certo, i dubbi sulle capacità di un allenatore che finora allenatore non è mai stato (lo ha detto lui stesso che non si può parlare di predestinato, finché i risultati non lo conforteranno), ma ora sembra chiaro il motivo della chiamata da parte della dirigenza bianconera: c’era qualcosa, tra troppi silenzi, che si era rotto. Nell’ambiente, nella tattica, nei discorsi motivazionali, nei rapporti personali. E c’era bisogno di qualcuno – qualcuno che ai piani alti della Continassa conoscono bene – che fosse in grado di ripartire da quello che è mancato: parlare. E Andrea Pirlo non è neppure uno che parli molto. Ma, lo dicono tutti quelli che hanno giocato con lui, Pirlo è uno che, quando parla, parla bene.


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