Il misterioso caso Bentancur

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Luca Colombo

Impossibile non aver notato la decisiva presenza di Bentancur nei ventiquattro passaggi, culminati proprio con il suo assist, che hanno reso ancor più bello il gol di Higuaín contro l’Inter. Una constatazione che porta con sé una domanda: si tratterà di un lampo in una stagione ancora una volta interlocutoria o di un passo importante in un chiaro percorso di crescita? Domanda legittima, perché ancora oggi, bisogna riconoscerlo, Bentancur è un oggetto misterioso. Di Rodrigo “Lolo” Bentancur non si può dire che sia arrivato alla Juve da perfetto sconosciuto. A dire il vero, non lo si può dire ormai più di nessuno, considerato che condividiamo video, statistiche e informazioni sui prospetti (orrido neologismo calcistico per “promesse”) in ogni angolo del globo.

Ma Bentancur, anche se giovanissimo, aveva già militato in due giganti del calcio sudamericano, il Peñarol di Montevideo e il Boca Juniors di Buenos Aires e molte grandi squadre europee si erano interessate a lui. Benché non fosse mai stato sotto i riflettori dei palcoscenici più prestigiosi, c’erano dunque abbastanza elementi perché suscitasse grandi aspettative. Le maledette aspettative: quelle che di fronte a due prestazioni identiche te ne fanno giudicare una con più indulgenza e una con più severità.

Come funzionano con Bentancur? Questo è il terzo anno in cui il giovane uruguagio veste la maglia bianconera (o gialla, o verde militare, o blu, o biancorossa…va bene, ci siamo capiti). Possiamo iniziare a stilare un bilancio? Ha compiuto le aspettative, le ha tradite, le ha mantenute vive, ne ha suscitate di nuove e diverse?

Non è affatto facile dare una risposta univoca, né in un senso né nell’altro. Devo confessare che le mie personalissime attese su Bentancur (ancorché, credo, mai esagerate) attingevano in parte a suggestioni poco razionali. Mi ha sempre affascinato l’Uruguay, piccola e un po’ decadente Argentina in miniatura, tre milioni di abitanti e due mondiali di calcio. Dici Uruguay, e puoi non pensare al mito di Obdulio Varela e del Maracanazo? Ma non solo. Vaghe suggestioni letterarie si mescolano confusamente ad un altrettanto vago senso di parentela verso la regione rioplatense, dove il grande Fiume dell’Argento, più che dividere Buenos Aires da Montevideo, le unisce in modo liquido quali centri asimmetrici di una koinè linguistica, culturale e sportiva piena di rimandi all’Italia. Il Boca Juniors dei genovesi, il Peñarol dei piemontesi. I cognomi liguri (Ghiggia, Schiaffino, Sivori, Cambiasso), piemontesi (Caniggia, Aymar, Burdisso, Biglia, Pochettino, Icardi), emiliani (Cavani), lombardi (Lavezzi, Zanetti), friulani (Batistuta, Forlán). Il lunfardo, argot parlato su entrambe le sponde del fiume, meraviglioso “scherzo letterario inventato da scrittori di commedie e compositori di tango”, secondo la definizione di Borges, che inverte le parole – con il tango che diventa gotán – e mescola lo spagnolo da strada con il piemontese e il genovese, ma anche il napoletano e tante altre lingue e dialetti arrivati via nave dall’Europa nei primi del Novecento. E ancora Eduardo Galeano, Mario Benedetti, Juan Carlos Onetti. Divago? Probabile, eppure per me funziona così, il calcio si porta dietro mille suggestioni.

E poi c’è, da parte mia, da sempre, la fascinazione per il playmaker. Per quei giocatori fosforo e geometria, qualità e quantità, che riescono ad essere il direttore d’orchestra, il metronomo, il cervello della squadra. Quelli che vedono un passaggio dove gli altri vedono una selva di gambe, quelli che portano a spasso la squadra come un pastore guida il gregge. Non a caso Pirlo, di cui ero innamorato fin da quando era alla Reggina, sta su un mio podio tutto speciale assieme a Zidane e Platini. E se, per restare in bianconero, penso ai primi strepitosi anni di Lippi, penso a Paulo Sousa come mio idolo di quegli anni. Ho comunque un empireo tutto mio, dove non ci sono i Messi e i Maradona, ma i Guardiola, i Redondo e i Pirlo, assieme a giocatori come Modric, Xavi, Xabi Alonso, Prosinecki. Sarà per questo che, negli anni, ho sempre alzato le antenne non appena saltava fuori un nome che promettesse di eguagliare questi campioni per tecnica, precisione e visione di gioco. Da Corini a D’Agostino, da Gago a Thiago, da Verratti a Tielemans, molti hanno eccitato il mio interesse e molte sono state le cantonate. Avevo visto Diego giocare con il Werder Brema da regista davanti alla difesa e mi era parso un piccolo Pirlo, per poi rivelarsi piccolo e basta una volta in bianconero.

Anche a Bentancur, non appena accostato alla Juve, non ho risparmiato il rituale accostamento al benchmark Pirlo, archetipo assoluto del regista di centrocampo. Paragone inevitabile quanto inutile. Inutile per almeno due motivi, che poi sono due facce della stessa medaglia: primo, di Pirlo ce n’è uno solo; secondo, la figura del regista classico sta cambiando. Ma come resistere alla tentazione di sognare che il nuovo Pirlo sia un ragazzino uruguagio dal tocco elegante che oltreoceano avevano già battezzato come il nuovo Riquelme?

Forse è Sarri l’allenatore che, fra tutti, fa più ancora affidamento sulla figura di un vero playmaker. Da Valdifiori a Jorginho a Pjanic: che posto c’è in questa genealogia per Bentancur? Forse è un falso problema. Il fatto è che in due anni Bentancur ha mostrato poco, troppo poco per convincere e troppo poco per deludere. Troppo poco, sicuramente, per etichettarlo, qualsiasi cosa vogliano dire certe definizioni, come mezzala piuttosto che come regista, come mediano o come centrale. L’immediato futuro sembrerebbe indicare due strade, non necessariamente ma molto probabilmente alternative: diventare un vice-Pjanic; emergere come alternativa a Khedira o a Matuidi. Nel primo caso, se la situazione attuale dovesse evolvere nel senso che tutti si augurano, con un Pjanic sempre più efficace e autorevole, il destino sarebbe al massimo quello di un rimpiazzo di lusso. Nel secondo caso la concorrenza è ancora più nutrita, perché ci sono anche Rabiot e Can e, nell’eventualità di un ricorso al 433, persino Ramsey e Bernardeschi. Ma è forse proprio da mezzala che Bentancur ha più futuro.

Forse, perché il presente e il recente passato del centrocampista uruguagio lo collocano in un limbo tecnico-tattico in cui non è chiarissima la via d’uscita. Rodrigo ha appena 22 anni e ha davanti a sé molta carriera, ma tra Boca e Juventus mastica calcio di un certo livello già da un po’: se ha tempo per emergere, è anche vero che nel giro di un paio d’anni al massimo, il tempo avrà detto la sua in modo pressoché definitivo su che razza di giocatore sia, se un mediano o una mezzala o, per usare la terminologia sudamericana, un enganche o un volante, un volante de corte o de salida, un volante de contención o de llegada. Tassonomia precaria poiché puramente indicativa, posto che oggi un centrocampista deve essere totale quasi per definizione, ma soprattutto perché, prima ancora del ruolo, il tempo ci dirà se Bentancur è un solo onesto pedatore, buono per squadre di seconda fascia, o un centrocampista di livello mondiale. A 24-25 anni, di norma, si è capito cosa un giocatore può dare e cosa non può dare. La stagione in corso sarà cruciale in questo senso. I due anni con Allegri, con molti ingressi a partita iniziata, sono stati ambivalenti. A vedere i crudi numeri, non c’è granché cui afferrarsi per pronosticare un avvenire da fuoriclasse. Questo il quadro complessivo, con il dettaglio del ruolo ricoperto (fonte: Transfermarkt).

Nelle 73 partite giocate con la Juve i gol realizzati sono 2, gli assist 4. L’ultimo proprio domenica sera. Non molto, in verità. Non sono considerate qui le gare disputate con la Nazionale, con la quale forse ha dato fino ad oggi il meglio di sé. A cavallo tra il primo e il secondo anno giocati in bianconero, Bentancur ha partecipato, da titolare e in posizione per lo più di mediocentro (cioè di vertice basso del centrocampo), il Mondiale di Russia. Ci è arrivato con tutti i dubbi che si poteva portare dietro un giocatore giovane che aveva giocato senza troppa continuità. Nel 2017-18, dopo qualche piccolo scampolo di partita a inizio campionato, Bentancur gioca da titolare (uscendo dopo un’ora) nell’infausta partita persa 3-0 col Barcellona, in cui rappresenta una delle poche, se non l’unica nota positiva.

E’ forse quella la partita in cui l’oggetto misterioso si trasforma in grande speranza. In realtà sia in Champions sia in campionato el Lolo gioca poco: da titolare farà solo la partita con l’Olympiacos e quella persa in casa, sempre per 3-0, con il Real Madrid. In campionato farà 17 panchine su 37 convocazioni, con solo 4 partite giocate per 90’ e 15 subentri nel secondo tempo, in genere per pochi minuti. E’ in panchina nell’epico 2-3 con l’Inter in campionato e nella finale di Coppa Italia con il Milan. Ma il Mondiale dell’Uruguay è notevole, si ferma solo ai quarti contro i futuri campioni della Francia e Bentancur gioca e convince. Vince e convince anche la Juve all’inizio della scorsa stagione, e Bentancur, complici anche i forfait di Khedira (tra un problema e l’altro starà fuori quasi tutta la stagione) e di
Emre Can (tiroide), gioca con molta più continuità. Non abbastanza, però, per imporsi in maniera indiscutibile. Arrivano due gol e tre assist in Serie A, ma anche sette ammonizioni e un’espulsione.

La Juve da Natale in poi vive un’involuzione di gioco, esce dalle coppe e vince lo scudetto quasi per inerzia e anche le prestazioni di Bentancur non restano nella memoria collettiva. Molti si aspettavano che Sarri puntasse su di lui con più decisione ma, vuoi per prudenza vuoi per poca convinzione, i titolari continuano, per ora, ad essere Khedira e Matuidi. A due anni di distanza siamo punto e a capo? Sembrerebbe di sì. Non possiamo dire oggi, di Bentancur, moltissimo di più di quanto potessimo dire dieci o venti mesi fa. Ha confermato le sue qualità: eleganza, gioco pulito, buona visione di gioco, buona capacità di interdizione. Ha confermato i suoi difetti: eccessiva irruenza nei contrasti, scarso feeling con il gol, una certa mancanza di carisma. Fisico, intelligenza e tecnica in buone dosi ne fanno un giocatore in grado di coprire efficacemente diverse posizioni in mezzo al campo: mediano, centrale, incursore o trequartista. In nessuna, tuttavia, sembra eccellere al livello dei migliori. E’ mancata finora la partita perfetta, quella che, almeno per una volta, ti mostra la possibilità di poter toccare certe vette.

Paradossalmente, Bentancur è al tempo stesso un giocatore bello da vedere ma che, privo del sacro fuoco o del lampo geniale o del cambio di passo, non ruba l’occhio. Ma è mancato anche nella continuità, quella che le statistiche vedono meglio dell’occhio: per quanto poco possano significare certi dati se letti superficialmente, comparato ai suoi omologhi nel ruolo in serie A (Barella, Sensi, Fabián Ruiz, Veretout) o in Europa (Fernandinho, Thomas, Busquets, Jorginho, de Jong, ma anche Witsel o Verratti o Tielemans), esce perdente in quasi tutti i soliti indicatori (AvcG, PS%, key passes, assist, cross ecc. – mi riferisco qui alla stagione 2018-19) e in ogni caso non sembra emergere da una pur aurea mediocritas. Ovviamente il giudizio è un po’ ingeneroso, Bentancur non esce perdente con tutti in tutte le statistiche, ma nel complesso, il confronto con i pari ruolo non è propriamente esaltante.

La sensazione è che Bentancur non sia evoluto in modo davvero significativo. A parte il potenziamento che nell’autunno 2017 gli mise addosso cinque o sei chili di muscoli, sembra lo stesso giocatore di allora con i dubbi e le speranze di allora, tutto immutato come se il tempo non fosse trascorso. Così dichiarava dopo il promettente debutto in Champions: “Perché la Juve ha usato uno dei due posti da extracomunitario per me? Perché mi piace far girare veloce il pallone, giocarlo e perché ho un’indole offensiva: forse ha visto tutte queste cose e ha deciso di prendermi”. Ma anche: “Quando ero piccolo l’idolo era Diego Forlan, ma per il mio mestiere guardavo Gerrard e Pirlo”. E ancora: “Pirlo, Pogba, giocatori fantastici con piedi buonissimi: vorrei diventare come loro. Però ho le mie caratteristiche: mi piace giocare davanti alla difesa, in un centrocampo a due, anche se al Boca ho fatto praticamente tutti i ruoli: tranne il portiere”. E un anno dopo: “Gioco sia da mezzala che in mezzo, anche se io sono cresciuto giocando da centro destra in un centrocampo a 4. Mi ispiro a molti giocatori, ma su tutti seguo Pjanic e Busquets. Vedendoli cerco di imparare”. 

Gerrard, Pirlo, Pogba, Busquests, Pjanic, per tacer di Riquelme: molti modelli, tutti impegnativi e tutti piuttosto diversi da loro. Nomi che suscitano aspettative, ma anche una certa confusione su chi essere da grande. Nella stessa Inter-Juve di domenica, Bentancur è partito (discretamente) da mezzala per poi chiudere (bene) da trequartista, ruolo in cui tuttavia altri sembrano più attrezzati di lui. Il primo compito per Sarri, che ha speso parole incoraggianti su di lui, è forse quello di indirizzarlo verso un ruolo più definito e, dentro quel ruolo, di farlo crescere pretendendo da lui, in campo, una maggiore assunzione di responsabilità, come sta accadendo per Pjanic.

La mia impressione è che Bentancur non sarà mai un fuoriclasse, in altre parole, immagino che non sarà mai lui da solo a fare grande un centrocampo, ma che, crescendo, possa ritagliarsi il suo spazio e non sfigurare in un centrocampo di grandi. Sbaglierò, ma penso che un buon modello, un esempio cui tendere senza rappresentare un paragone soverchiante, sia per lui quel Claudio Marchisio che, da ottimo centrocampista box-to-box, seppe meravigliosamente reinventarsi regista arretrato in assenza di Pirlo. Riuscisse già in questo sarebbe, come si suol dire, tanta roba. Il finale è d’obbligo: chi vivrà, vedrà.


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