Il massacro di Allegri e la qualità del nostro tifo

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Cosimo Rampino (Minima_Moralia)
Quando la Juve perde le partite importanti, quelle poche volte che le perde, è sempre il caso di abbassare gli scuri e chiudere a chiave la porta. Niente Internet, niente tv, niente di niente. Primo, perchè c’è poco da andare a leggere, rivedere, commentare. Sei deluso e per curare la delusione ci vuole tempo e silenzio. Poi ci sono i gufi, ma di quelli in realtà ti curi poco. L’annuale festeggiamento della Juve sconfitta in coppa ha ormai assunto toni talmente ridicoli che interisti, napoletani e quant’altri non si rendono conto, festeggiando nel modo che vediamo una sconfitta altrui, di quanto la loro vita di tifosi sia triste e di corto respiro. Di quanto siano talmente lontani non solo dal vincere, ma dal poter vincere qualcosa, tanto che la loro rassegnata condizione di perdenti ha un sussulto onanistico solo nella celebrazione della sconfitta del peggior nemico. La loro ostentata saprofagia fa abbastanza ridere, e pertanto non ho certo paura che le loro perculate mi turbino in qualche modo.
No, se chiudo imposte e serrande è ovviamente per non sentire il lamento, l’isteria, la disperazione del “moriremo tutti” cantato ad una voce da una bella fetta di cotifosi juventini.
Sapevo che una eventuale eliminazione in Champions nella Juve dell’era Ronaldo avrebbe oltremodo ingigantito i sintomi di questa autentica malattia della mente che si chiama “ossessione Champions“.
Quello che prima del 2010 era un cruccio notevole e giustificato, ovvero l’aver lasciato per strada tante occasioni di vincerla in stagioni in cui eravamo davvero la più forte squadra del mondo, dopo la notte di Madrid in cui l’Inter ce l’ha alzata in faccia, molti di noi hanno trasformato quel cruccio in patologia. Una patologia che non perdona ad una squadra che di non vincere una competizione dall’elevata alea e dall’imperscrutabile esito, che si decide in una manciata di partite e di settimane, in cui un meccanismo crudele di eliminazione diretta fa strage di squadre fortissime sin dagli ottavi.
Una patologia che in una sera dimentica qualsiasi altro risultato raggiunto in questi anni, come se fosse dovuto e non contasse niente, che in una sera dimentica una crescita societaria costante, un progetto sensato, scelte tecniche societarie e di mercato quasi mai sbagliate.
Ad inizio anno ci siamo messi in testa che eravamo la squadra più forte d’Europa. Un ottobre strepitoso contro squadre di secondo piano aveva rafforzato l’idea che lo fossimo davvero. La febbre Ronaldo aveva contagiato tutto e tutti, e nonostante ci fosse qualcuno che avvertiva di stare coi piedi per terra, eravamo convinti di ripercorrere l’ultimo triennio madridista. Qualsiasi altro risultato da una Champions vinta sarebbe stato un disastro, dicevano napoletani e interisti che, in mancanza di reali obiettivi da centrare, indicavano il nostro come certo, per poi sperare in cristo che facessimo cilecca. E noi ci siamo cascati come salami, abbiamo creduto di essere forti e che bastasse quello per poter vincere la coppa, ignorando la storia di questa competizione, che quando ci vedeva largamente come la migliore squadra del mondo (1995-1999) ci ha visto vincere di straforo solo una Champions ai rigori, e quando ci vedeva manco come la ventesima squadra europea, ci ha visto pareggiare col Barcellona a 15 minuti dal termine e ad una folata di vento dal possibile vantaggio e trionfo.
No, niente, con Ronaldo la Champions era il minimo, il minimo non è arrivato e allora dagli alle geremiadi, alle rifondazioni, al fallimento.
E ovviamente, al centro di queste imprecazioni c’è Allegri, questo allenatore che ci ha raccolto dalle irresponsabili e pericolosissime dimissioni estive di Conte, che ha portato quasi la stessa squadra che era uscita col Galatasaray e col Benfica a giocarsi una finale di Champions col Barcellona, che ha alzato l’asticella dei risultati fino all’incredibile filotto di 4 campionati e 4 coppe consecutive, col 5 in arrivo, che ci ha riportati in Europa da teste di serie e avversari temuti.
Niente, è tutto dovuto, pure una scimmia in panchina avrebbe vinto con questa rosa in questo campionato, si dice. Raccontiamoglielo al Psg e al Bayern, che in campionati anche più sbilanciati i titoli se li sono lasciati per strada. Non conta comunque, avevamo la squadra più forte e siamo usciti con l’Ajax, si dice. Ma davvero avevamo la squadra più forte? Per me manco per niente. Barcellona, Manchester City, lo stesso Real Madrid, erano di sicuro superiori, se parliamo di rosa. Due di queste, tra l’altro, sono uscite pure loro, e qualcosa vorrà pur dire a proposito di questa competizione che continuate a ritenere il metro per giudicare una stagione di una squadra.
Abbiamo giocato alla pari per 3 tempi su 4 con una squadra che ne aveva più di noi, fisicamente anzitutto. Non abbiamo quei ritmi, non li abbiamo mai avuti, non è mai stata la nostra arma vincente averli. Tutto ad un tratto invece quei tratti mai distintivi della Juve devono entrare nel nostro DNA, dobbiamo giocare all’attacco, dobbiamo imporre il nostro gioco, tutte queste frasi che non significano poi un bell’accidente, per dimenticare come la squadra che questa coppa l’ha vinta nelle ultime stagioni non era una squadra che teneva ritmi forsennati, o imponeva per filosofia il proprio gioco, ma era una squadra intelligente, piena di campioni, capace di estremizzare a livelli di perfezione una caratteristica che in questa coppa fa davvero la differenza: la RESILIENZA. Il saper affrontare, nel corso del doppio scontro diretto, momenti di difficoltà tattica, fisica, assorbirla e riuscire a reagire con i colpi dei propri campioni, dando fondo alle proprie riserve mentali. Questa resilienza, che abbiamo celebrato nel Real e anche nella Juve, pare essere un insulto, una furbata, uno stratagemma da poveracci. E invece, è proprio quello che non ha funzionato nella partita con l’Ajax. Per una delle rare volte ho visto la Juve non gestire il momento di difficoltà, non nasconderlo, ma schiantarsi, fisicamente anzitutto, di fronte ad una squadra che ha alzato il ritmo a livelli che la Juve semplicemente non poteva sostenere.
E siamo stati sconfitti. A casa mia le sconfitte contro chi ha dimostrato di essere più forte si accettano. A casa mia le sconfitte che fanno girare le palle sono quelle in cui siamo più forti ma perdiamo perchè sprechiamo le occasioni o giochiamo a livelli talmente bassi per le nostre potenzialità che è un insulto guardarci perdere. Beh, per me questa non è ne l’una nè l’altra. La finale del 1998 lo era, la finale del 2003 lo era. Non certo questa. E Lippi non ce lo siamo certo mangiato. Se voi siete convinti che Cancelo sia il miglior terzino destro del mondo, che i nostri centrali difensivi senza Chiellini siano di livello mondiale, che il nostro centrocampo sia paragonabile a quello di Barcellona, Liverpool, City e Real, che Bernardeschi sarebbe titolare anche in una di queste squadre, beh, è un’opinione vostra. Per me, semplicemente, il livello europeo è altissimo e la Juve non ha ancora raggiunto il livello delle prime 4 in Europa, pur con Ronaldo. Quindi, non è che eravamo proprio destinati a vincerla. Dovevamo provarci, ma abbiamo trovato un avversario che si trovava nella miglior forma possibile, che ha giocato meglio ed ha vinto.
E invece no. Dobbiamo dare addosso al miglior allenatore che la Juve abbia avuto dai tempi di Lippi, tra l’altro uno dei più juventini come spirito e filosofia se ancora vi ricordate cosa sia, e trovare in lui il colpevole. Vogliamo di nuovo lo champagne, è tornata la moda del calcio spettacolo, e dopo Maifredi siamo pronti a berne ancora, si spera meno indigesto, ma che sia scintillante, tracotante, pieno di ritmo e trame deliziose, quando non ce n’è mai fregato niente di tutto questo.
Togliamocela dalla testa questa ossessione per la Champions. Davvero, visti da fuori, non siamo un bello spettacolo. E’ per questa ossessione che non sappiamo perdere, ed è per questa ossessione che nonostante 8 scudetti consecutivi abbiamo pure smesso di assaporare le vittorie. E’ per questa ossessione che non solo non c’è più alcuna riconoscenza, ma nemmeno la minima oggettività. Massacrare un allenatore come Allegri, con quello che ha raggiunto, per me semplicemente non è un argomento di discussione. E’ follia, è patologia, è distacco dalla realtà. Questa coppa così affascinante che vogliamo tanto vincere, ci ha tolto molto in termini di ragione, di analisi. Ha ridotto la qualità del nostro tifo, l’ha pericolosamente avvicinata a quello di altre squadre il cui tifo abbiamo sempre detestato, ci ha reso frustrati pure in questi anni di irripetibili sequenze di successi. Curiamoci, per la miseria, un modo dovrà pur esserci. Un giorno la vinceremo di nuovo, ma ho paura che a festeggiarla saranno tifosi ormai totalmente irriconoscibili.

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