Il «mantra» dei giovani e la cultura dell’attesa

di Mauro Bortone |

Kulu

La lunga settimana di coppe europee si è conclusa con la composizione delle semifinali di Champions League ed Europa League. Nella competizione principale, sarà sfida tra talento e denaro quelle che metteranno di fronte Psg e City, da un lato, e Real e Chelsea, dall’altro. La Juve, purtroppo, resta a guardare già da un turno e, come avviene spesso, le fortune degli altri diventano l’occasione per spolverare la ricetta giusta che è mancata in casa propria.

Oggi il nuovo mantra è “bisogna puntare sui giovani”: in effetti, molte delle partite hanno visto la consacrazione e i colpi di talenti come Mbappè, Foden, Mount, Vinicius, Kean, Bellingham, Musiala, Halland e Sanè (anche se rimasti a secco ed entrambi eliminati).

Il “modello giovani”, però, è la perfetta sintesi dei problemi del calcio italiano e di un certo tifo che, da un lato, chiede spazio per gli under e, dall’altro non ha la pazienza di aspettarli. Non ha la “cultura dell’attesa”.

Gli esempi sono innumerevoli anche tra giocatori non necessariamente top (perché non tutti si chiamano Mbappè e Halland né devono diventarlo per forza), centrifugati dall’ansia del “tutto e subito”.

L’ultimo in ordine di tempo, in casa Juve, è Moise Kean, giocatore ceduto e che si vorrebbe riportare a casa. Nessuno oggi ha la certezza che l’attaccante diventerà un top o se la sua sarà una carriera normale: ma c’è una contraddizione nel meccanismo di cederlo e volerlo poi riacquistare, raddoppiando un errore che implicitamente si sta ammettendo.

Altro esempio: l’ansia “messianica” intorno a Manuel Locatelli, “promesso sposo” della Juve (giocatore che per caratteristiche potrebbe tornare utile alla causa bianconera) come se il regista del Sassuolo sia la panacea di tutti i mali della squadra. Ma tra l’estremismo di chi lo giudica “sopravvalutato” e chi già sentenzia che è un “top” (un po’ come avvenuto con Kulusevski) c’è una via di mezzo: dare il tempo necessario al giocatore per crescere senza caricarsi sulle spalle la responsabilità di dover essere subito il leader indiscusso.

La contraddizione è ancora più evidente se si pensa che la Juve abbia promosso in Prima squadra Fagioli, concedendogli appena venti minuti in tutto il campionato. Qualcuno obietterà che “se uno è forte, lo dimostra”, ma il cortocircuito è proprio questo: considerare l’idea che la forza o il talento siano qualcosa di già dato, di acquisito che non richieda un lavoro di crescita, che passa dal giocare partite vere, confrontandosi con sfide complesse, imparando a leggere i momenti della partita. Poi, alla fine, può essere che Fagioli risulti un giocatore non da Juve (anche se poi bisognerebbe spiegare perché si alleni con la prima squadra) ma dovrebbe essere il campo a certificarlo. Il paradosso, infatti, è che si spendano oggi 30-40 milioni per prendere un giocatore per caratteristiche che potresti già avere in rosa.

Tre delle quattro semifinaliste di Champions hanno un’età media della rosa solo leggermente inferiore a quella della Juve (27,8) con Real (27,4), City (27,1), Chelsea (27,0), a dimostrazione che esiste un altro argomento che sconfessa l’assolutismo del “mantra”: è vero che impressiona il talento dei giovani ma nelle partite di Champions ha contato spesso il contributo di calciatori maturi e con tanta esperienza, da Neymar (29) a Navas (35), da Di Maria (33) a Benzema (33), da Kroos (31) a Modric (35enne), da Muller (31) a Boateng (32), da Alaba (28) a Thiago Silva (36), da Kantè (30) a Gundogan (30), da Mahrez (30) a De Bruyne (29). Tra l’altro l’età media di tre semifinaliste su 4 non è così inferiore rispetto a quella della Juve (27,8)

I giovani, insomma, funzionano anche se hanno un giusto mix di esperienza che li accompagna: vanno lanciati, aspettati e sostenuti con convinzione.