Il lavoro sull’avversario e la rivoluzione incompleta di Sarri

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Uscire dalla Champions League con l`Ajax di ten Hag 2018-2019 significò ricevere una lezione sulle potenzialità del calcio. Perdere 1 a 0 con il Lione di Garcia 2019-2020 dopo le recenti imbarcate con Lazio, Napoli e Verona ci restituisce una squadra ammalata che sembra preferire gli specchi e i racconti su se stessa ad una realtà che lascia poco spazio all`immaginazione. Ultimamente agli avversari risulta piuttosto semplice bloccare le sue fonti di gioco. Dopo aver asfissiato le idee, basta poi aspettare l’errore che arriverà. Il Lione si è limitato a spegnere Pjanic e Dybala e confondere i piani di attacco con una linea di difesa a volte altissima, a volte arroccata nell’area di rigore. Il 60% di possesso palla della Juventus racconta allora del tempo trascorso a guardarsi negli occhi tra amici e conoscenti, a riconoscersi nella propria presunta capacità di “inventare qualcosa in qualsiasi momento”, senza notare che l’altro stava invece addormentando la partita costringendo la Juve a zero tiri in porta.

Il concetto di dominare con il proprio gioco su ogni campo non può prescindere da una perfetta conoscenza dell’avversario. L’applicazione mnemonica del passaggio di prima non è l’algoritmo definitivo capace di catturare il segreto del gioco del calcio. La Juventus di quest’anno sembra aver perso quella dote che le aveva permesso di vincere quasi sempre per almeno 5 anni: la capacità di leggere le partite, capire l’avversario e sapere quando colpirlo, di andare in difficoltà e soffrire sapendo di poter riemergere improvvisamente. Le Juventus cui si sono abituati gli juventini forse non giocavano un bel calcio, ma davano sempre l`impressione di sapere di calcio. Ogni vittoria contro quelle Juventus non era mai banale. In Champions soprattutto sono arrivate da alcune delle squadre più forti del millennio. E questo Lione non può essere inserito tra queste. Oggi la sconfitta è invece imbevuta di un’aurea di ineluttabilità, descritta dal nuovo mantra “un gol lo si prende sempre”.

La rivoluzione incompleta di Sarri sembra aver spostato il centro dell’attenzione. Da una visione complessiva sui 22 giocatori in campo, si è passati al perfetto riconoscimento dell’11 della propria squadra. Ma al momento si è accartocciata in un percorso di autocelebrazione in cui l’avversario è stato ridotto a mero ostacolo al bel gioco. Le barricate e la difesa ad oltranza non sono più la ragione stessa del movimento del pallone da un piede all’altro. Si sono trasformate nella scusa per cui tale movimento non funziona più. Forse tra questi meandri mentali risiedono parte dei dubbi di Sarri, quando ammette che la sua Juve ha sviluppato una pericolosa forma di bipolarismo calcistico. Se durante gli allenamenti la palla viaggia il 15% più velocemente e i giocatori corrono ad un’intensità mai ripetuta in partita, occorrerà allora ridare all`avversario il suo status e lavorare sul suo riconoscimento. In caso contrario si continuerà ad inseguire sogni realizzati da altri.

di Rocco Santangelo


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