Il guanto di sfida dell’Inter

di Giuseppe Gariffo |

Chi mi ha iniziato al tifo bianconero mi ha sempre ribadito un concetto: “non sono gli uomini a fare grande la Juventus, è la Juventus a fare grandi gli uomini“.

Tanti esempi suffragavano la tesi. Scambi di calciatori impopolari, nei quali chi arrivava migliorava e chi andava via non veniva rimpianto (Boninsegna per Anastasi, Benetti per Capello); allenatori poco esperti che diventavano i più vincenti di tutti (Trapattoni); giocatori forti ma pagati poco che si trasformavano in crack assoluti (Platini).

Tanti esempi, nella mia ormai trentennale vita da tifoso juventino, hanno confermato l’attendibilità dell’assioma. Sia alla voce di uomini scaricati dalle concorrenti (i vari Cannavaro, Pirlo, Allegri, Bonucci pur con storie diversissime); sia alla voce allenatori scommessa (Lippi, Conte, ancora Allegri); sia a quella di promesse trasformate in oro (Del Piero, Zidane, Pogba).

C’è la fede, che sostiene questa convinzione, certo. Ma è una fede piena di ragioni. La Famiglia. Torino. La cultura del lavoro. Il mood sabaudo. Fatti e valori che permettono, a chi arriva, di fare al meglio ciò che sa fare. Di offrire quel 10% in più che darebbe altrove. Un overperforming motivato e duraturo. E’ vero. La Juventus ha quel quid in più, e ce lo riconoscono spesso anche gli avversari. Mi viene in mente Daniele De Rossi, uno che non lo ammetterà mai, ma che con la nostra maglia addosso si sarà immaginato tante volte, per dare e avere quel 10% in più.

Eppure, forse non ce ne siamo resi conto, ma il guanto di sfida dell’Inter di Zhang 2019-20, di quest’anno, è a questo livello. Non è appena vincere lo scudetto, impedirci il nono consecutivo, interrompere quella strada verso i “dieci di fila” che tanto stanno a cuore al Presidente Agnelli (ce lo ha spoilerato proprio un uomo “loro”, Josè Mourinho).

E’ dimostrarci che non è vero. Che non c’è nulla di immateriale. Che abbiamo vinto solo perché avevamo i migliori. E che i migliori, se tolgono un simbolo dal petto e ne indossano un altro, fanno vincere quello nuovo. Conte, Marotta. Gente che la Juve ha mollato o non ha fatto nulla per non perdere, un po’ come una fidanzata che si ama ma che ormai è diventata troppo ingombrante, vuole provare questo. Che grazie a loro vincevamo, che “grazie” a loro perderemo. Che non è vero che tutti sono utili ma nessuno indispensabile, che l’organizzazione, la mentalità, il gruppo permettono di reinventarsi, di smontare e rimontare sapendo che il risultato, alla fine, non cambia.

Questo è il livello della sfida. Abbiamo paura di raccoglierla? Possiamo temere l’Inter  dei forti Lukaku e Sanchez ma anche dei normali D’Ambrosio, Candreva, Sensi, Barella, pensando che Conte&Marotta possano renderli i nuovi Estigarribia, Giaccherini, Pepe e Borriello? Possiamo, certo, perché la lunga esperienza alla Juve ha marchiato il loro DNA calcistico e li rende temibili in un contesto che non è vincente da anni.

Ma, se la Juventus continuerà a fare grandi gli uomini che ha, non ci sarà storia. Neanche adesso, con un cambio di pelle in corso. E neanche con uomini che, con una storia bianconera vincente alle spalle, stanno dall’altra parte della barricata, tra Nanchino e Milano. Per veder soccombere la Juventus e soddisfare il proprio ego.

Un guanto di sfida che va riconosciuto e raccolto, fino alla fine.