Il Giorno dei giorni

di Juventibus |

Non fu una nottata facile, quella di ben 16 anni fa.

I piedi facevano male, un po’ per la partitissima all’oratorio, un po’ per quel sopralluogo alla Chiesa del Soccorso che francamente, a distanza di anni, mi sarei anche evitato.                                 Ma mamma e papà volevano, non era una serata normale, il giorno dopo avrebbero visto Papa Giovanni Paolo II da vicino, sarebbe passato proprio sotto casa mia, all’incirca verso le 16:10-16:15.

La mattina mi sveglio emozionato, mi metto la camicia buona. Mi sporco la camicia buona. Mi ricambio, oggi si camminerà tanto e a piedi, l’isola è completamente bloccata, per strada, stranamente ci siamo solo io e mio papà.

Siamo alla discesa di Villa Arbusto, col sole in faccia. Andiamo all’eliporto, vogliamo vedere il Santo Padre atterrare.

Papà mi dice che oggi giochiamo in maglia nera, mi accerto che giochi Tudor, mi risponde di si. Mi tranquillizzo molto. Il croato mi ha sempre dato la sensazione di essere uno con un qualcosa di più, di magico. Lo avrebbe confermato qualche mese dopo col Deportivo. Me lo ha già confermato quest’anno a San Siro. “Ah se Seedorf non avesse segnato da 40 metri al 93esimo quella sera… forse adesso queste scarpe farebbero meno male, questo sole scotterebbe di meno sulla mia faccia, papà mi darebbe qualche sicurezza in più”.

Non succede, ma se succede…

Arriva Giovanni Paolo II, lo vediamo poggiare i piedi a terra, sulla nostra isola. Quanto ne abbiamo parlato all’Oratorio. ll vescovo di Ischia, Strofaldi, ce ne sta parlando da mesi, fummo addirittura i primi a saperlo, ma quando hai 11-12 anni, all’Oratorio ci vai per una cosa, il campetto da calcio. E il calcio, in quel giorno, era una cosa a cui non riuscivo a non pensare.

Prendiamo un gelato, al centro di Lacco Ameno, c’è Mentana in tv. Poco dopo lo avrei rivisto, a Quelli che il Calcio allo Stadio Olimpico.

Si torna a casa passando per i boschi, c’è più fresco, passo davanti casa di Luchino Visconti, respiro storie e ricordi mai vissuti, ma quelle mura trasudano arte.

Non succede, ma se succede…

Buffon ha da poco tagliato i capelli cortissimi, come così Enzino Maresca, di Pontecagnano, vicino Agropoli; ci passiamo con mamma e papà praticamente sempre quando torniamo a Salerno, vederlo alla Juve è come vedere un pezzo di me in squadra.

Stream di solito non si prende verso ora di pranzo. Maledizione vuole che oggi la scheda “pezzotta” funzioni alla perfezione. Mamma lasciami stare oggi, oggi niente Papa, fammi vedere la Juventus. Nulla da fare, è una giornata troppo storica.

Sapessi quanto lo sarà per me, mamma, sapessi.

Mentana e Gad Lerner all’Olimpico non lesinano sorrisoni. I tifosi della Lazio sono venuti allo stadio con la maglia dell’Inter. Non avevo mai sentito parlare di “gemellaggio” fino a quel giorno, papà me la fece breve: sarà difficile.

In meno che non si dica, segna la Juventus. Io ero in corridoio, sentii Pippo Baudo dire “Vedrete che oggi la spunteremo noi“, sbeffeggiato da una, non troppo celata, antijuventina Simona Ventura.

Ho già capito come funziona in Italia, non siamo simpatici, quasi a nessuno.

Io e papà ne andiamo fieri.

Fu per colpa sua che oggi mi ritrovo “non colorato”, da quel Parma – Juventus 1-0, punizione di Enrico Chiesa, papera di Peruzzi. Piansi.

Non potevo più fare a meno della Juve.

Gol di Del Piero su lancio fantascientifico di Trezeguet. Siamo 2-0, continuo a ripetermi di non crederci. E difatti ecco il gol di Vieri, accolto da un’ovazione totale.

Per un istante mi sembrò di aver sentito tutta Italia esultare.

Metto le scarpe Lotto, stesso sponsor della Juventus a Udine, mi sembra di stare insieme a loro nel campo a lottare.

C’è un qualcosa che mi colpisce l’anima come in un flashback nel bel mezzo di quel pomeriggio: quel gol di Pavel Nedved a Piacenza. Io e papà abbracciati sul letto, increduli, e Cossato che pareggia 2-2 contro l’Inter, tutto in una manciata di secondi.

Dobbiamo vincerlo, dobbiamo per forza. Pareggio di Poborsky.

Inizio a crederci, inizio a crederci molto.

Mamma si sta preparando, è sempre stata bellissima, con quel suo fare di altri tempi, alla Stefania Sandrelli, seppur interista dagli anni ’60. Quel giorno quasi le voglio meno bene, interista e mi costringe a uscire di casa per forza.

Poi ricordo di presentarmi quantomeno senza pensieri cattivi davanti a Giovanni Paolo II e tutto rientra. Esco di casa che stanno sul 2-2. Ancora Poborsky, santo uomo, inizio ad amarlo.

Ma vedrai che tanto non succede.

Ci stiamo illudendo, abbiamo fatto un gran campionato, ma vedrai che alla fine non succede.

All’altezza dell’incrocio dell’edicola, tirava un bel venticello, eravamo tutti ben stretti, dietro le transenne, con gente del mio quartiere che quasi non avevo mai visto.

Di certo non ci avevo mai parlato.

Invidiavo chi era a Ischia Ponte, il borgo storico e centro religioso dell’ isola d’ Ischia, lì si che avevano fatto le cose per bene. Qua eravamo per strada, lo avremmo visto da mezzo metro, ma sempre per qualche secondo. Ma ne vale la pena.

Al Soccorso avevano preparato un’enorme torta, lui la guarderà ed esclamerà “Ci vuole proprio del coraggio per mangiarla tutta questa torta”, lo stesso coraggio che dovrà avere la Lazio nel secondo tempo, pensò il me di quel giorno, al limite della blasfemia.

Dietro di me e papà, c’era un ragazzo completamente tappezzato di nerazzurro, che del Papa, della gente attorno, delle transenne, sembrava sbattersene poco e nulla.

Lo invidiavo.

Oggi avrebbe visto la partita e ne sarebbe pure uscito Campione d’Italia.

E difatti un signore dall’altra parte della strada all’improvviso fa “3” col braccio, E adesso che significa? 3 minuti all’arrivo del Papa? 3 chilometri? No no, mi sa che c’entra il calcio. Non lo voglio sapere. Dentro di me immagino Vieri che segna in rovesciata, su assist di tacco volante di Di Biagio, che raccoglie un lancio lungo di Toldo, il tutto senza farla cadere a terra.

Adesso lo avrei capito subito, sarebbe bastato un click.

All’epoca furono i secondi più lunghi della mia vita. Qualcuno poi disse “Simeone“. E fu lì che il mio cuore iniziò a perdere qualche colpo, che da lì in poi non avrei più recuperato.

Non sono mai stato un ragazzino da tante emozioni, quel giorno iniziai a sudare freddo.

Stava succedendo.

Stava succedendo proprio a me e papà, immersi in una folla, a pochi metri da casa, stava succedendo e basta.

Avevo già visto qualche trofeo, come quello scudetto alla radio, del 1997, quando papà mi disse “se segna la Juve chiamami, io sto sotto la doccia” e dopo 30 secondi mi ritrovai a gridare “Iuliano, Iuliano, Iuliano” e battere i pugni sul legno. Ma quello là mi sembrava diverso.

Riguardo quelle mie scarpe, non le ho più buttate, ho buttato tutte le mie scarpe da bambino, ma quelle no.

Segna ancora la Lazio e io inizio a non sentire più nulla. C’è una ragazzina che viene a scuola con me da 3 anni, manco la saluto, non la riconosco. Vedo volare palloncini, è festa.

E’ la festa del Papa, si. Il Papa che è passato 20 secondi prima il gol di Simeone, deve essere stato lui.

Dio mi ha ascoltato e ha deciso di darmi tutto oggi.

Tutto ovattato, non sento più nulla, mi chiama zio, anche lui juventino, è quasi in lacrime anche lui. Teleschermo, discorsi, canti dei ragazzi, l’oratorio.

Tutto bellissimo, ma mai quanto quello che sto provando io. Grazie Lazio, grazie.

Sto continuando a correre, sto andando a casa mamma, sto andando a casa papà, guardo solo le mie scarpe, i miei piedi sembrano volare, le lacrime scendono sulle mie guance.

Questa è la cronaca di un giorno dove ho imparato a non mollare.

La cronaca del giorno più bello della mia vita.

(Teodosio Di Genio)

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