Il fantasma di Pep

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Luca Colombo

Un conferenza da nove in pagella. Ha preso voti alti da tutti, Maurizio Sarri, per la sua prima uscita ufficiale in bianconero. Lasciando perdere le punzecchiature (abbastanza contenute, a dire il vero) dei giornalisti sui soliti argomenti, Sarri ha parlato di calcio e quel poco che ha detto offre qualche spunto interessante: nessun dogmatismo in tema di moduli, adattamento alle caratteristiche dei giocatori più che inserimento forzato dei giocatori in un dato sistema di gioco, centralità di Pjanic, spazio alla fantasia negli ultimi trenta metri, necessità per Bernardeschi di specializzarsi in un ruolo, squadra al servizio del talento dei migliori. Dichiarazioni vaghe, ma che indicano una strada. In particolare, sono curioso di capire il destino tattico di Pjanic, che io mi immaginavo tornare più libero sulla mezzala, e che invece sembrerebbe ancora una volta bloccato nel ruolo di regista difensivo, ruolo nel quale, parole di Allegri che in quel ruolo lo relegò e per cui tanti di noi lo criticarono, Pjanic è potenzialmente uno dei migliori al mondo.

Cambia tutto perché niente cambi? Le parole di Sarri sui 130 passaggi a partita lasciano intravedere un futuro un po’ diverso, in cui Pjanic si trova al centro di una fittissima trama di passaggi. Personalmente, ho sempre pensato che il gioco di Pjanic fosse particolarmente adatto a un tipo di gioco del genere di Guardiola o di Sarri, insomma al tiki taka, se mi è concessa la semplificazione. Molto dipenderà da chi gli starà accanto a centrocampo, suppongo: arrivasse uno tra Pogba o SMS, continuo a sospettare che sarebbe più logico fare di Can o Bentancur il nostro Busquets o – se vogliamo – il nostro Jorginho, con Pjanic e Pogba ai lati. Ma la storia di Sarri sembrerebbe dimostrare che non è questa la soluzione più probabile. Chi lo sa, alla fine potremmo avere un inedito centrocampo con Pjanic affiancato da Ramsey e Rabiot: possiamo immaginarci 130 passaggi a partita o le due mezzali scapperanno lontano come Khedira e Matuidi lasciando solo il povero Miralem? Le prime amichevoli di lusso di fine luglio ci daranno indizi più precisi di come giocherà la Juve di Sarri e noi avremo elementi più concreti di discussione. Finalmente, verrebbe da dire, dopo un mese surreale in cui l’ipotesi Guardiola aveva mandato un po’ tutti in fibrillazione.

Già: e Guardiola? L’ingaggio ufficiale di Sarri, la prima conferenza stampa, le eleganti provocazioni di De Laurentiis (en passant: non gli è venuto in mente che la battuta su urla e bestemmie sono lusinghiere per la Juve e un po’ meno per il Napoli?), il vestito, la sigaretta, la tuta, il calciomercato che entra nel vivo, è sufficiente tutto questo a spazzar via il fantasma di Pep? Probabilmente sì. O forse no. Sarà il campo, sarà la classifica a fa svanire o a far resuscitare la suggestione guardiolana. Una cosa va detta: i sorrisi ad uso stampa di Sarri e del triumvirato bianconero (presidente, vice, ds) sembravano tutti un po’ tirati. Conferenza stampa da nove, ma non certo un’atmosfera di spontaneità ed entusiasmo. Timidezze da debutto in società? Cravatta troppo stretta? Sicuramente c’è anche questo. Ma che la Juve abbia voluto fortemente ed esclusivamente Sarri, di ciò è lecito dubitare. Di converso, è lecito sospettare che se le cose non dovessero andare come si spera, qualche assunzione di responsabilità a qualche dirigente della società verrà probabilmente chiesta. Ma non ci interessa qui questo tipo di risvolti. Il punto è un altro: le aspettative che l’ipotesi Guardiola ha rappresentato. Ed è tutto sommato poco rilevante se si sia trattato di una allucinazione collettiva, indotta da una narrazione coerente, ma senza riscontri reali, o se davvero la Juventus abbia cercato e creduto di poter arrivare all’allenatore catalano.

Naturalmente, la seconda ipotesi rende certi interrogativi ancora più interessanti. Anche in questo caso, diverse possibilità: Pep può ma non vuole; non può e non vuole; vuole ma non può. Deprimente la prima, improbabile la seconda, più consolante la terza. Ma ciò che conta, dicevamo, è il significato che abbiamo attribuito al suo ventilato arrivo. Rivoluzione di immagine, di filosofia sportiva, di stile di gioco, di organizzazione societaria? Credo sia importante capirlo, per capire quello che dobbiamo aspettarci dal prossimo futuro. In che cosa consisterebbe quel salto di paradigma che, giusto o sbagliato che sia, abbiamo associato a Guardiola? E’ qualcosa cui la società ha pensato veramente?

Potrebbe averci pensato, anche questo è un sospetto legittimo, senza in realtà essere affatto uscita dal paradigma risultatista, da quel “vincere è l’unica cosa che conta”, che in questi giorni è stato ricordato tante volte indirettamente ricordato a Sarri. Potrebbe averci pensato, in altre parole, in una logica meramente quantitativa: Allegri ha vinto tutto, chi può vincere di più? Nessuno, tranne forse Guardiola. Ma sarebbe una premessa un po’ debole, senza contare che quel di più è la Champions, e che a quel di più, negli ultimi anni, ci si è avvicinata molto più la Juve di Allegri che il Bayern o il City di Guardiola. A molti di noi piace pensare che ci sia stato un ragionamento sul come. Sulla qualità e non solo sulla quantità. Naturalmente la qualità è un’opinione, mentre la quantità è un fatto: è questo che permette ai perdenti di autoassegnarsi mitologici scudetti del bel gioco e altre amenità del genere, ma è lo stesso motivo che ci permette di parlare per ore di calcio e di qualità del gioco, di discutere se una vittoria o una sconfitta sia meritata, discussione che sarebbe inconcepibile in qualsiasi altro sport. La mia personalissima opinione è che la qualità del gioco prodotta dalle squadre di Guardiola sia incomparabile. Fatta la tara, evidentemente, alla differenza qualitativa della materia prima a disposizione, non c’è partita con praticamente nessun altro allenatore. Sicuramente non con Allegri. Anche dopo Messi, Guardiola ha vinto tantissimo, quanto e più di Allegri. Ma è il come che fa la differenza.

Certamente nessuno con un minimo di intelligenza e di cultura calcistica cade nella trappola del falso dilemma risultati/spettacolo. E’ qui che entrano in gioco i discorsi legati alla la magnifica ossessione Champions, certamente fatti anche in parte di luoghi comuni, sulla necessità di un gioco più “europeo”. Semplificando: i campionati si vincono con la miglior difesa (anche se quest’anno la classifica della premier recita: City 95 gol fatti, 23 subiti, differenza +72; Liverpool 89 gol fatti, 22 subiti, differenza +67) , le Champions con il miglior attacco. Un gioco più propositivo, si è detto, più propenso al rischio, più offensivo. Tutte definizioni abbastanza vaghe, se vogliamo. Ma che acquistano un qualche significato, per contrapposizione, se pensiamo a gli ultimi due anni vissuti con Allegri. In ogni caso resta forte l’impressione che il gioco di Guardiola garantisca più chance di successo in Europa di quello di Allegri. Nonostante tutto. Immagino che un qualche ragionamento del genere possa aver attraversato la testa dei nostri dirigenti. Ed è un ragionamento condivisibile.

Io però penso alla fantomatica rivoluzione culturale, vado oltre e dico: è nella sconfitta che vedi l’importanza del giocare bene. Non è solo una banale questione di contabilità emotiva (se perdo avendo giocato bene, ho almeno una consolazione), ma una questione di moralità sportiva. Proprio perché il calcio è emozione, è spettacolo, è circo, è una responsabilità offrire allo spettatore qualcosa che vada oltre al risultato. Se il risultato è l’unica cosa che conta, se è tutto, allora la sconfitta è sempre assoluta e senza redenzione. Ma sappiamo che non è vero, sappiamo che differenza passa tra perdere senza aver lottato o essendo stati dominati e perdere essendosela giocata alla pari, avendo creato occasioni e pericoli, avendo, nonostante tutto, divertito. A ben vedere, è proprio quello che va al di là del risultato che fa la differenza: partendo dalla premessa scontata che chi gioca bene tendenzialmente vince, la capacità di dominare, di incutere timore agli avversari, di creare pericoli costanti, di imporre il proprio gioco, tutto questo è quello che nella sconfitta fa la differenza tra inciampo e caduta negli inferi, e nella vittoria fa la differenza tra restare nell’albo d’oro o nell’immaginario della gente. Della tua gente, ma persino in quello degli avversari. Io, da sempre, sento che la Juve, per la sua storia, il suo peso, la sua tifoseria, il suo palmarès, è chiamata allo stesso destino delle più grandi di sempre: l’Honvéd di Sebes, l’Ajax di Michels, il Milan di Sacchi, il Barcellona di Guardiola. Per un mese mi sono immaginato una Juve di Guardiola al loro fianco nell’empireo calcistico. Fantasie erotiche a parte, mi domando se questo mio delirio di grandezza sia stato condiviso almeno per un momento da Agnelli &C. Oggi, le domande che sorgono sono tante: davvero la Juve del gioco all’italiana, di Agnelli che celebra Furino, Montero e Sturaro, ha pensato a un cambio così radicale? Da attuare in un estate?

Possibile che si faccia dipendere un cambio così profondo da una sola persona, fosse anche il tecnico migliore del mondo? Può il “ripiego” Maurizio Sarri innescare un cambiamento in questo senso? Qualcuno ha già risposto di sì, parlando di rivoluzione copernicana. In verità è riduttivo farne una questione di nomi: da Gasperini a Ten Hag, da Klopp a Sarri, da Guardiola a Zidane, da Conte a Pochettino, ma se ne potrebbero nominare altri, sono tanti i tecnici, vecchi e giovani, che potrebbero essere messi al centro di un progetto del genere. Tecnici che peraltro adottano stili di gioco molto diversi, a riprova che quello che si deve perseguire non è una tattica o un stile, ma una strategia e una attitudine. Ma per essere al centro di un progetto serve che ci sia il progetto. Questo progetto esiste? Sarri ne è parte? E’ morto col mancato arrivo di Pep? O non è mai esistito? E’ anche vero che, come dice Allegri, il calcio è una cosa semplice. In fondo, per fare un calcio più offensivo basta fare un calcio più offensivo. Per cambiare modo di giocare può bastare un’estate. Sarri è in grado di farlo? Io credo proprio di sì. Era meglio Guardiola? Forse. Ma in entrambi i casi la cartina di tornasole saremmo stati noi e le nostre reazioni alla prima sconfitta. Le rivoluzioni si fanno in un attimo. Il difficile è resistere alla restaurazione. Nelle grandi squadre, il credito di un allenatore si esaurisce in fretta, ed è giusto così: ma se vogliamo la rivoluzione cerchiamo di non soffocarla nella culla.