Il controcanto di questi quattro mesi

di Juventibus |

Dopo aver letto la retrospettiva del buon Ricchiuti, che ho trovato appassionante nella narrazione ma molto capziosa nell’utilizzo dei dettagli, ho pensato di rispondergli con una review tattica di questi primi 4 mesi di Juve, nella speranza di fornire una versione alternativa che stimoli il confronto. Del resto, sono consapevole che qualcuno potrebbe trovarla tendenziosa nel senso opposto!

Ho provato a dividere la stagione in quattro fasi, che curiosamente occupano più o meno un mese ciascuna, a seconda del modo di stare in campo della squadra e delle richieste dell’allenatore.

Primo mese: esperimenti e pasticci

Un po’ per le assenze, un po’ per via di una rosa ancora da definire, Allegri ricomincia dalle antiche certezze, quel 5-3-2 che nell’interpretazione del livornese è sinonimo di solidità difensiva e sicurezza nell’uscita del pallone.

Capitolo Supercoppa a parte, contro Udinese, Chievo e Frosinone sembra di assistere più o meno alla medesima partita: una produzione offensiva massiccia, ma sterile, vuoi per errori clamorosi degli attaccanti (Mandzukic vs Udinese), vuoi perché si tira tanto ma da posizioni poco invitanti e non si riesce a muovere la difesa causa circolazione del pallone troppo macchinosa. Questa Juve è una squadra che prova a vincere, talvolta anche con un notevole dispiego di energie, ma non ha ancora i meccanismi sufficientemente oliati per risolvere le trame e mettere il compagno in porta.

A Roma e Napoli Allegri va invece conscio del momento difficile e si schiera per non prenderle, subendo per larghi tratti l’iniziativa degli avversari e riuscendo a creare qualcosa solo quando è sotto di 2 gol, con la squadra tutta sbilanciata in avanti. A Roma, in particolare, la sensazione netta è che la squadra sia stata all’altezza della contesa solo quando sono entrati i giocatori più offensivi: Allegri chiude (in 10, causa espulsione di Evra) con in campo contemporaneamente Pogba, Pereyra, Cuadrado, Dybala e Morata e fa passare 10 minuti di inferno alla difesa della Roma guidata dall’adattato De Rossi.

En passant, la squadra gioca una partita di grande compattezza a Manchester, andando per il pareggio e vincendola grazie a un colpo da fuoriclasse di Morata. Il 4-3-3 atipico proposto in Champions sembra sostituire il deludente rombo visto contro il Chievo e diventare il nuovo benchmark tattico della Juve allegriana, complice anche la vittoria “da minimo sindacale” a Marassi contro il Genoa (a dir la verità pessimo e ridotto in 10 per più di un tempo), ma già alla fine del deludente primo tempo contro il Frosinone Allegri torna sui suoi passi, effettua un doppio cambio e ripropone il 3-5-2, stavolta declinato in veste più offensiva con Cuadrado e Sandro schierati contemporaneamente. I primi 15 minuti di quel secondo tempo sono un’altra fiammata paragonabile a quella vista a Roma, con occasioni create in serie, poi l’allenatore chiede di tirare il freno e finisce come tutti sappiamo.

Le dichiarazioni di quel dopo-partita sono il più chiaro sintomo della direzione verso cui Allegri vuole condurre questa squadra: gestire, amministrare, essere padroni dei ritmi e degli episodi. La sensazione al termine del primo mese però è che la squadra abbia dato il meglio giocando a briglia sciolta e, soprattutto, sia completamente incapace di tenere il possesso palla in senso conservativo.

Alcuni errori grossolani in fase difensiva condannano la squadra a risultati talvolta immeritati: la notizia è che, fra cattive interpretazioni di reparto (es. Hetemaj, Insigne) e topiche individuali, sono proprio i più esperti a commettere gli errori decisivi, vedi Lichtsteiner sul gol di Thereau o Chiellini su quello di Dzeko.

Secondo mese: illusioni e delusioni

Il primo turning point della stagione bianconera è Juventus-Siviglia, per almeno due ragioni: la prima è l’esordio di Khedira; la seconda è il varo del cosiddetto modulo “ibrido”, ancora una volta un mutamento spinto dagli infortuni, che privano Allegri di un terzino destro di ruolo. La squadra oscilla fra difesa a 3 e difesa a 4 grazie all’interpretazione magistrale di Barzagli uomo-ovunque; nei fatti comunque il modulo assomiglia tanto a un 4-4-2 asimmetrico, “pendente” a destra con la propulsione di Cuadrado e un Pogba relegato a quarto di centrocampo sull’altra fascia. Siviglia e Bologna sono tutt’ora a detta di molti due delle migliori prestazioni stagionali della squadra, grazie anche all’intesa della coppia d’attacco Morata-Dybala, fin qui la migliore provata dal tecnico toscano.

Il modulo “ibrido” però si inceppa presto e contro Inter e Gladbach produce due scialbi 0-0, con un numero di occasioni da gol create prossimo allo zero. Contro l’Atalanta dunque Allegri cambia ancora, torna a una difesa a 4 “autentica” e dispone due uomini (prima Pereyra e poi Pogba vicino a Dybala) sotto l’unica punta Mandzukic, che si sblocca finalmente in campionato. Questa specie di albero di Natale verrà però accantonato immediatamente, ritenuto forse adatto alla singola partita ma non futuribile; contro il Sassuolo si torna all’ibrido: di nuovo 0 gol segnati e nessuna chiara occasione da gol e la partita chiude nel peggiore dei modi un mese in cui Allegri sembrava aver trovato la quadra, ma è dovuto di nuovo tornare sui suoi passi.

Piccola nota a margine: non è forse casuale che le uniche partite vittoriose con il modulo “ibrido” siano state quelle con la coppia Dybala-Morata, inspiegabilmente accantonata dopo il Bologna. Due giocatori mobili ed eccellenti nello smarcamento, che combinati al ritorno di Khedira hanno favorito la fluidità nei movimenti senza palla e sono riusciti ad offrire pi˘ opzioni di passaggio al portatore.

Terzo mese: voce del verbo s(pe)culare

Il secondo turning point della stagione è il derby, ma sarebbe inutile cercarvi spunti tattici: una partita che inizia con Hernanes uomo di prima pressione, che continua con l’infortunio di Khedira e il primo cambio modulo di una lunga serie, Cuadrado peggiore in campo che la risolve di culo, Allegri che fa un cambio difensivo e la vince. Il trionfo dell’irrazionale in un mese che per il resto di irrazionale ha avuto ben poco: la Juve è diventata la classica squadra che gioca male, ma vince. Mandzukic ha cominciato a segnare con regolarità, trasformando in oro non solo i pochi palloni che gli vengono recapitati in area, ma anche quelle palle sporche che spesso fanno la differenza fra uno 0-0 e un 1-0.

Se la fase offensiva non brilla, è difficile lodare persino la solidità difensiva, perchè il gol preso da Maccarone ad Empoli e l’intera partita di Champions a Gladbach dimostrano che i cali di tensione e gli errori di lettura non sono ancora messi alle spalle.

A parte la ritrovata vena di Mandzukic, il giocatore del mese è Alex Sandro. Prima decide il derby con un assist da subentrato, poi la partita contro il Milan sembra una perfetta narrazione di successione: il titolare è in difficoltà contro Cerci, si infortuna, il subentrato sconquassa la fascia del Milan, annulla il diretto avversario e fornisce l’assist-vittoria a Dybala. Sandro si rivela decisivo, insieme a Pogba e Mandzukic, anche per la sfida di Champions contro il City, ma già dalla partita successiva ricomincerà la sua turnazione con Evra.

Ma è anche il mese in cui il 3-5-2 torna prepotentemente in auge. Contro Borussia, Empoli e Milan il modulo è adottato in corsa come arma conservativa, contro il City diventa l’opzione di partenza prediletta. Nel mese successivo il 3-5-2 sarà l’unico modulo utilizzato.

Quarto mese: voce del verbo concretizzare

La Juve, forte anche della ritrovata continuità tattica (in barba a coloro secondo i quali i moduli non determinano nulla), si stabilizza col 3-5-2 e vince una serie di partite proprio come le vorrebbe vincere Allegri: il governo completo dell’episodio a costo di rinunciare al governo del gioco, vedi vs Lazio e Fiorentina; la gestione dei ritmi e delle energie con la consapevolezza di poter vincere le partite nel secondo tempo, vedi vs Palermo; la solidità difensiva a tutti i costi.

Trovo sintomatico che per ottenere ciò che cercava, sia in termini di risultati che in termini di gioco, Allegri abbia dovuto fare delle rinunce rispetto alle sue intenzioni originarie per questa rosa. Niente difesa a 4, niente rombo di centrocampo: scelte intelligenti da parte di un allenatore che ha dimostrato una volta di più di avere un’adattabilità superiore alla media; scelte preoccupanti per il futuro a medio e lungo termine di una squadra che sembra sempre underperforming rispetto al talento dispiegato in campo.

Il quarto mese, oltre ad essere quello più redditizio in termini di classifica, è anche quello che ha evidenziato maggiormente le certezze acquisite da questa nuova Juventus. Al primo posto ci metto la centralità di Pogba, nonostante la sua scarsa continuità, perché una squadra che vuole vincere le partite con una giocata non può prescindere dalle sue invenzioni e non è un mistero difatti che l’incidenza di Pogba sulle nostre azioni da gol sfiori il 50%. Al secondo posto, per ragioni simili, va nominato Dybala, forse l’unico del nostro pacchetto offensivo che abbia dimostrato di poter inventare un gol dal nulla, ma soprattutto l’unico attaccante in grado di fare il lavoro di raccordo con il centrocampo che Allegri domandava a Tevez e che ha pazientemente insegnato al giovane argentino. Al terzo posto, la capacità realizzativa di Mandzukic (e Zaza quando gioca): in questo assetto, con questo modo di stare in campo, un centravanti che butti dentro quel poco che gli capita Ë fondamentale; il loro contributo al gioco è quasi nullo, ma Allegri pare non preoccuparsene affatto.

In questo ciclo, due partite fuori dal coro: la sconfitta di Siviglia, ovvero la partita della crocifissione di Morata, che pure aveva messo a ferro e fuoco la difesa andalusa dimostrando nuovamente un’intesa scintillante con Dybala; il derby di Coppa Italia, vinto dominando, forse l’unica partita di tutta la stagione in cui la squadra non ha tirato il freno a mano dopo il vantaggio e ha chiuso in goleada. Che sia un segno che in Juve-Frosinone la colpa non era tutta del povero capro espiatorio Dybala?

Mi piacerebbe che Allegri, nel 2015, ripartisse da partite come quel derby, rinunciando al calcio speculativo contro le squadre inferiori e trovando le soluzioni giuste per liberare il tanto talento a disposizione. Perché alla Juve vinta una partita si pensa già a come vincere la prossima; perchÈ l’obiettivo dev’essere migliorare e migliorarsi; perché alla Juve “vincere è l’unica cosa che conta” e allora non ha davvero senso star qui a celebrare un quarto posto.

Davide Rovati